arancione contro(la)corrente gravitazionale del tè al bergamotto
Martedì, 30 Maggio, 2006
la mia prima colazione si risolve in una tazza di earl grey con un goccio di limone
(tè al bergamotto: bergamotto alto o basso?)
e uno yogurt alla frutta con pochi cereali.
(la mia seconda colazione in periodo di RAC – i.e., Regime Alimentare Controllato -
si dissolve in un caffè lungo in tazza grande, e una concetta sigaretta).
stamattina mentre il tè si raffreddava e non avevo fretta, ho finito di leggere il capitolo che ieri notte
era rimasto a metà,
e che copioincollo, anzi ricopio (e non incollo un bel niente)
perchè mi ha fatto pensare ai colori preferiti dei miei soggetti preferiti
(e.g.: il rosa della miacuginapreferita, il turchese della miamammapreferita, il rosso del miobalconepreferito, l’arancione della miaamicapreferita, il blu del miosnobpreferito and so on)
e perchè il mio colore è l’arancione, e lo stesso arancione di Des Esseintes ultimo dandy e primo nichilista
(del resto, dopo la dipartita di lucrezio il dente del giudizio, mi colloco in un flusso di decadentismo
anche io,
e mi canticchio la decade di decadenza dei bluvertighi,
e spero di precipitare in uno spleen, purchè sia onomatopeico e tintillante).
eccolo,
“à rebours” (1884) – j.-k. huysmans,
(capitolo primo)
“Scartati questi colori, non ne rimanevano che tre: il rosso, l’arancione, il giallo.
A tutti preferiva l’arancione. Trovava così in se stesso conferma ad una teoria ch’egli dichiarava pressoché matematicamente esatta: che una armonia, una rispondenza esiste tra la natura sensuale d’un vero artista ed il colore che i suoi occhi apprezzano meglio e cui sono più sensibili.
Trascurando infatti la grande maggioranza degli uomini che han la retina così grossolana da non apprezzare né la cadenza propria a ogni colore né l’arcano fascino delle gradazioni e delle sfumature; trascurando del pari l’occhio del borghese, insensibile alla pompa e al vittorioso squillo dei toni alti e vibranti; non prendendo in considerazione che gli individui dalla pupilla squisita, educata dalla letteratura e dall’arte, gli pareva fuori dubbio che l’occhio di quello fra di essi che sogna l’ideale, che reclama delle illusioni, che implora dei veli nei tramonti, è di solito accarezzato dall’azzurro e dai colori che ne derivano, quale il malva, il lilla, il grigio perla: purché tuttavia essi restino tenui e non varchino il limite oltre il quale divengon altri, si trasformano in violetti puri, in meri grigi.
Quelli invece che procedono a passo di carica, i pletorici, i bei sanguigni, i solidi maschi che disdegnano i preludi e gli intermezzi e s’avventano perdendo subito la testa, per la maggior parte costoro applaudono ai luccichii sfacciati dei gialli e dei rossi, ai colpi di tamburo dei cinabri e dei cromi che li accecano e li sborniano.
Insomma, l’occhio delle persone deboli e nervose che han bisogno, per risvegliare l’appetito, di cibi affumicati o piccanti; l’occhio di chi è sovreccitato ed estenuato predilige, quasi sempre, l’arancione: questo colore dagli splendori fittizi, dalle febbri acide.
La scelta di Des Esseintes non lasciava dunque adito a dubbi; ma innegabili difficoltà si presentavano ancora. Se il rosso e il giallo s’esaltano alla luce, lo stesso non sempre si può dire del loro composto, l’arancione: che si tramuta ben spesso in rosso-nasturzio, in rosso-fuoco.
Alla luce delle candele studiò tutte le sue gradazioni e ne scoperse una che gli parve non dovesse subire squilibri ed eludere la sua attesa.
Ottenuto questo primo risultato, si propose di scartare, per quanto possibile – nell’addobbo almeno dello studio – stoffe e tappeti orientali, diventati, oggidì che i mercanti arricchiti se li procurano con poca spesa negli empori di novità, così stucchevoli e così ordinari. Tutto considerato, decise di far fasciare le pareti come si rilegano i libri: di marocchino a grana grossa schiacciata, con pelle del Capo resa lustra da robuste lastre di acciaio sotto un torchio pesante.
Quando le pareti furono addobbate, fece dipingere i tondini e la cimasa in indaco carico, in un indaco laccato simile a quello che si adopera per i pannelli delle carrozze; e la volta, un po’ arrotondata, rivestita del pari di marocchino, schiuse, come un’immensa finestra tonda incastonata nella sua buccia d’arancio, un cerchio di cielo in seta azzurro-del-re, nel quale si libravano ad ali spiegate serafini d’argento, recentemente ricamati dalla Confraternita dei Tessitori di Colonia per un antico piviale.
La sera, quando ogni cosa fu a posto, tutto si conciliò, s’affatò, prese unità. Lo zoccolo immobilizzò il suo azzurro, sostenuto per così dire, riscaldato dagli arancioni: che, a loro volta, si mantennero schietti, appoggiati e in certo modo attizzati che furono dall’incalzare dei blu.”


