so-ffritta (lamento vegano)

chissà le cipolle.

cosa fanno le cipolle quando sono tristi?

si spellano, strato dopo strato,

uno spogliarello di lacrime.

fino a quando non c’è più pelle da togliere,

piu niente per piangere.

il naso più di tanto non si arriccia,

la bocca più di così non gonfia,

e il mattone sul cuore non si sente, perché pesa troppo.

eppure a volte non ho altra soluzione,

che farmi cipolla,

piangere quello che serve.

e soffriggere la sofferenza prima che la sofferenza soffrigga me.

e sperare di reincarnarmi in una verdura più fortunata.

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* certi film hanno un effetto cipolla che neanche sette mesi di analisi

** certe canzoni pure: (they long to be) close to you

posso aggiungere willie coyote al presepe?

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e così, meno di una settimana fa il mio bambino numero due
(il mio adorato bambino numero due che è un duenne) è caduto da una scala,
ha battuto la testa, si è fatto male all’orecchio e si è rotto la clavicola.
è buffo perché ricordo che dieci anni fa pensavo che la clavicola fosse l’osso più sexy dell’apparato scheletrico, mentre adesso mi sembra che il mondo intero poggi non sulle spalle ma sulla clavicola di atlante.
ma non voglio parlare della notte in ospedale, della paura, del rumore che fa il cuore di una donna quando si ammacca.
neanche del tassista berna 23 che andava a 27 km orari e, quando in lacrime gli ho chiesto se per favore poteva andare più veloce che dovevo raggiungere il mio bambino all’ospedale, mi ha detto signora se voleva correre doveva chiamare un’ambulanza (pure inappropriato, oltre che maleducato, visto che il bambino era già al pronto soccorso e io, perlomeno all’apparenza, ero sana).
e nemmeno parlare dell’albergatore che mi ha chiamato arrabbiato la mattina dopo per farmi il cazziatone che non sono partita e non sono arrivata in albergo, e quando gli ho detto mi scusi io sono una persona precisa, ma sono all’ospedale eccetera eccetera, mi ha abbracciato con la voce e mi ha detto di non preoccuparmi, per cui per ogni stronzo che si muove c’è una brava persona che sta ferma, e quindi il mondo resta in equilibrio nonostante tutto.
niente tristezza che non piace a nessuno leggere le cose tristi,
e soprattutto perché la testina stava bene, dopo tutto,
e, dopo tutto, mi sono solo dimenticata di respirare per trentasei lunghe ore.
voglio scrivere solo di come un duenne si rompe la clavicola e va in giro con una manica della felpa a penzoloni perché il braccino è lì dentro tutto fasciato,
e sembra un incrocio tra napoleone e un veterano di guerra,
ed è un piccolo, piccolo, eroe.
perché il duenne non si lamenta.
non fa l’elenco delle cose che non può fare,
nel giro di un niente impara ad alzarsi e sedersi in questa nuova versione,
impara a fare tutto col braccino sinistro, come se fosse sempre stato così.
e fa tutto, tranne togliere i tappi ai pennarelli ma per questo c’è la mamma.
ogni tanto dice ai-ai ma si tocca parti del corpo che non si sono fatte male,
e io gli dico vuoi un bacio, e lui dice sisi e comincia a ridere.
e non so se tutto questo ha senso e sentimento per tutti quelli che non sono mamma o che non sono me.
però è un piccolo pensiero dicembrino, mentre tutti cantano a natale puoi,
e vorrei aggiungere a natale puoi non perderti di animo, rimboccarti le maniche (una o due a seconda dei casi), non dimenticare di respirare e di provare a sorridere.

ps. colonna sonora Elliphant, North star (bloody christmas)
(“and we dance around the tree”)

odio novembre

l’ora solare d’inverno, quando ero piccola,

odorava di buio, di paura, di luci dalle finestre,

di bisogno di casa, di monotonia,
di pennelli, di latte biscotti e di film,

sperando che l’ora di dormire non arrivasse mai,

sopra certe poltrone celesti che sembravano grandissime e potevano diventare letti, astronavi, barche.

l’ora solare d’inverno, adesso che sono grande,

ha lo stesso odore,

nasconde le stesse paure.

solo che sono grande e devo fare finta di niente.

ma a novembre non ci riesco, anche se le poltrone azzurre me le sono portate dietro,

e le ho ritappezzate di verde, di viola e di righe.

ho paura lo stesso e vorrei solo addormentarmi in braccio.

quaranta giri al minuto

se trattassimo le emozioni con la stessa gentilezza con cui guardiamo alle vitamine,

senza ossidarle,

senza frullarle,

senza centrifugarle,

senza tagliarle con lame di metallo (per carità),

ma

lasciandole vive,

cercando il succo,

con molta lentezza e con gli abbinamenti giusti,

il nostro sistema cardiocircolatorio funzionerebbe meglio

affronteremmo meglio i gerundi, i radicali liberi, i mali di stagione

e,

soprattutto,

le nostre parole profumerebbero di gelsomino azzurro.

Blue Sky Plumbago

E = m(amma)c2

Se si potesse contare quante volte
ogni giorno
viene ripetuta la parola mamma
e poi
trasformare la parola in energia,
come fosse vento o sole,
avremmo petrolio d’amore
e zero conflitti.

allineamenti

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che si nasce fuori dalle righe.

poi la vita allinea tutto, rassicurante, ordinata, prevedibile come la grafica di un libro.

giustificata.


 

      per avere un guizzo

di libero arbitrio,

         un apostrofo anarchico

          tra le parole vado a capo,

     un impulso fu’turista

       senza perdere la libertà,

 

restiamo pagine giustificate

ma, almeno, giustifichiamo a sinistra.

 

 

 

buoni propositi (e cattivi pensieri)

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C’è stato un tempo in cui di anno in anno, di agenda in agenda, di stazione in stazione (come direbbero quei due) ricopiavo i pensieri che volevo portarmi dietro per un altro anno (un’altra agenda, un’altra stazione).
Ne avevo uno, di Pavese (l’inventore dei famosi biscotti): l’unica gioia é cominciare (qualcosa del genere). Stava molto bene il primo gennaio e stava molto bene con me, che passo dai facili entusiasmi agli improvvisi avvilimenti (come diceva lei): per le persone, le cose, i passatempi, i libri, le verdure e andando vedendo lettera testamento bim bum bam.
Ma non vi voglio parlare dei corsi iniziati e mai finiti (credo di avere fatto due mesi di flamenco una volta. nel frattempo avevo comprato gran parte della discografia di paco de lucia). Nè della mia collezione di “INTRODUZIONI A” (all’arte del bonsai, alla cura del coniglio nano, ai tarocchi….). Neanche della mia recente passione per le cavolfioracee e le broccolacee che fanno tanto tanto bene e che declino nelle loro cinquanta sfumature di abbinamenti (per esempio cavolfiore al curry? non c’è gara neanche con il più indiano dei polli).
Niente di tutto questo.
Solo che l’approssimarsi del duemilaquindici, che mi sembra un numero bellissimo, mi entusiasma, mi riempie i polmoni, mi sembra un regalo meraviglioso, una nuova mano di poker avendo a disposizione un vassoio di fiches.
Sappiamo tutti che il tre gennaio sarò triste.
Ma intanto mi godo l’attesa e la speranza.
E formulo propositi (sperando che non condividano la sorte dei buoni consigli di boccadirosa).
Ne ho tantissimi.
Ne metto quattro nero su bianco. I più egoisti.
1. Come dice la mia infatuazione parigina numero due (C. De Maigret) essere sempre fuckable: quando sei in fila in pasticceria la domenica mattina, quando vai a comprare champagne di notte, perfino quando prendi i bambini a scuola.
E siccome ho due bimbi e siccome spesso il mio lavoro lo faccio a casa, chiusa nei mio studio a scrivere, prometto che non resterò in pigiama oltre un tempo ragionevole dopo la colazione (nè sostituirò il pigiama con la tuta blu). E questo nonostante la mattina (quando dormo) sono fighissima e nonostante la mia tuta blu abbia il suo perché.
Non c’è secondo fine. Il fine sono io.
La qual cosa ha una serie di postille e corollari.
Tipo razionalizzare l’armadio, eliminare il brutto e l’inutile, non mettere la stessa cosa due volte di seguito.
O anche struccarsi la sera sempre e, già che ci siamo, mettere la crema nelle mani (e forse anche nei piedi).
2. Strettamente collegato al punto numero uno.
Trattare il corpo come macchina. No, non è una buona metafora, almeno per me. Che non lavo la macchina mai e non aggiungo l’acqua nel serbatoio dei tergicristalli.
Trattare il corpo come un diamante, piuttosto.
Continuare a correre.
Andare avanti nel progetto: non mangerò più animali che siano stati partoriti con dolore.
Ricordarsi comunque che non è che devo prendere la patente di vegetariana e che quindi faccio un poco come mi pare, senza dovere necessariamente rispondere a chi mi interroga sul mio rapporto passato presente e futuro con il pesce con le uova con il latte. E che ci può anche essere un rapporto occasionale fedifrago e incoerente con il pata negra.
3. Essere stronza.
Lo so che é Natale e bisogna essere più buoni.
E so anche di non essere particolarmente buona, per cui forse potrei anche non avere bisogno di questo proposito.
E invece si.
Voglio essere stronza con gli stronzi.
Magari non alla prima, che ci metto la buona fede.
Non alla seconda, che posso anche trovare giustificazioni psicologiche, compresa l’insicurezza (e al limite pure la stupidità).
Ma alla terza cattiveria risponderò, che si sappia.
Tenere i sassolini nelle scarpe troppo a lungo fa venire i calli. E io ho anche promesso di usare la crema nei piedi (vedi punto uno).
Nota: il calcolo delle tre volte avverrà retroattivamente, i.e. tenendo conto delle soverchierie archiviate nella mia ram emotiva.
4. Essere riconoscente e felice.
Di tutto quello che ho, che è tutto quello che desideravo
(ho qualche lieve aggiustamento da fare, ma poche cose nella mia dinamica del tutto).
Innaffiare le mie rose: avere cura delle persone che amo e dello stesso amore. Proteggerli (anche dagli stronzi, e dagli stronzi che mi rendono stronza, e quindi anche dai miei cambi di umore, per quanto possibile).
Respirare, ridere e farla semplice.
E non lasciare che le cose sciocche rovinino tutto, che mi facciano perdere tempo, che non mi facciano godere di.
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
E neanche le conseguenze dell’umore.

E mi fermo, che ho paura di ritrovarmi come il giovane holden che guarda l’attimo fuggente tenendo siddharta sottobraccio.
(Proposito numero cinque: non perdere tempo con le cose che non mi piacciono, anche quando a molti piacciono. Che la vita è breve).

Tanti cari auguri.
Che ci sia magia.
Che ci sia meraviglia.
E, possibilmente, champagne a fiumi.

less is more (e l’amore?)

 

confesso.

vorrei essere essenziale e minimalista. questo mi renderebbe più semplice. più facile. possibilmente anche meno rompicoglioni.

mi piacciono le donne che vestono rigorosamente di nero o di bianco o di cosiddetti colori soft. ma se indosso un tubino nero, faccio la coda e metto pure le ballerine, poi non resisto e aggiungo una collana a fiori.

mi piacciono le case con molto bianco e molto spazio. ma adoro vedere i bambini che si arrampicano su quelle vecchie poltrone di quando io ero piccola, appiccicherei foto e disegni ovunque e (già che ci sono) avrei anche due archi che mi piacerebbe dipingere di giallo (e ci scriverei anche “let sun shine in”).

metto in ordine il mio armadio, ma non riesco proprio a buttare la maglietta di quel concerto, il maglione viola (sic) che avevo la prima volta che ci siamo baciati, la gonna plissé lunga di seta e celeste che non ho mai messo.

mi piacciono anche le tavole sobrie. eppure se sono da fouchon vorrei comprare due tazze bianche e fucsia. se sono da starbucks due tazze bianche e verdi. e lascio perdere cosa mi succede prima di Natale.

anche questo blog. tento di adottare un layout abbastanza bianco. poi cedo e passo al colore. e sono anche tentata di adottare un certo tema con dei palloncini che si muovono.

tutto questo è lo specchio di qualcosa?
ho forse un animo massimalista? (non è che divento socialista alla maniera degli anni ottanta?)
sono disordinata dentro? sono insicura? ho l’horror vacui? ho paura della solitudine? dell’abbandono?
forse si, lo dirà lo strizzacervelli un giorno.

per il momento, posso ammettere che sono un’accumulatrice seriale di emozioni.

ho cinquanta sfumature di amore.
che le sfumature oggi vanno anche di moda.
il numero uno è quando sono arrabbiata e tu non capisci perché, e questo mi fa arrabbiare ancora di più. ma se non ti amassi non mi arrabbierei. questo prova troppo ma è la verità.
il numero cinquanta è troppo facile da descrivere.
nel mezzo c’è la vita.
ci siamo noi che cresciamo.
ci siamo non che non cresciamo.
c’è anche la voglia di mollare gli ormeggi, non è che non si può dire. ma è sempre più forte il desiderio di tornare a casa.
c’è la promessa di cambiare me anche se non so bene da che parte cominciare.
c’è il desiderio di cambiare te, ma anche se non cambi va bene lo stesso.
c’è l’evoluzione delle nostre notti bianche. stare svegli per fare robbba. stare svegli per litigare. stare svegli per addormentare qualcuno. ipotizzare di stare svegli a fare robbba quando qualcuno dorme. e quando qualcuno si sveglia c’è il nuovo metodo contraccettivo: filius interruptus. ma non abbiamo poi troppo sonno per fare robbba?
c’è che quando eravamo meno stanchi, eravamo più splendidi e la mattina anche più languidi. ma ci sono i due splendori ora che fungono da copriocchiaie. (stavo per scrivere touch eclat, ma mi sono limitata: è un progresso?)
c’è il pacchetto completo dei nostri cromosomi. diversamente compatibili.
che stanno insieme come la metafora del calabrone che nessuno sa come fa a volare eppure vola.
e nessuno sa come facciamo stare insieme eppure lo sTiamo.
con la nostra ribellione alla statistica
– quella della canzone, che piace tanto.
perché è vero che ogni volta che una farfalla batte le ali,
qualcuno tradisce qualcuno, e ci sono almeno cinquanta sfumature di tradimento.
e allora ogni volta che due persone si compattano a tartaruga come nel rugby (che poi non so neanche come si gioca, quindi non so se la tartaruga c’entra qualcosa o no), questa si che è una bella ribellione alla statistica.

ho abusato con le metafore.
ho cambiato registro.
sono andata fuori tema.
il tema era il minimalismo.
perché in effetti forse tu staresti meglio con una donna minimalista e dal pensiero lineare.
e invece ti è toccata una pazza che non rinuncia alle poltrone con la mosca d’oro
e che ha il pensiero scomposto (ma sempre amorato).

P.P. (post pubblicitario a modo mio): mamma club & secret garden

I montanari che si incontrano su per le montagne si salutano, anche se non si conoscono.

I marinari che si incontrano per mare si salutano, anche se non si conoscono.
Le mamme che si incontrano mentre spingono passeggini, non si salutano, se non si conoscono.
Piuttosto, fanno quella che – ai gloriosi tempi di sex and the city – chiamavamo radiografia alla niuiorkese, e anche un po’ peggio.
Prima di tutto sguardo traverso al marmocchio, per capire numero di mesi e collocazione nella scala dei percentili.
Segue velocissima occhiata al passeggino, per valutarne collocazione nella scala cromatica e acrobatica dei passeggini.
Infine analisi impietosa alla mamma concentrata su: età, numero chili in più (o in meno) rispetto all’indice di massa corporea (rapporto del peso espresso in Kg e l’altezza espressa in m al quadrato), borse – non quella sottobraccio o a spalla, secondo le regole auree della radiografia alla ny – ma quelle, meno pesanti e non griffate, sotto gli occhi.
Segue paragone con la propria condizione che determinerà l’umore dei successivi dieci minuti e indirizzerà verso scelte più o meno sconsiderate: bombolone alla crema, iscrizione a un corso di mille ore di pilates, acquisto di una borsa (sottobraccio o a tracolla… dopotutto ci sono tutti questi aggeggi del marmocchio da sistemare).

Questa immagine mi fa girare le scatole per almeno due ragioni, una di ordine più generale, una di ordine particolare.
In termini generali perché se le donne, tra donne, fossero meno competitive e più solidali, meno oche e più coalizzate ci sarebbe più spazio per loro nel mondo e meno bisogno delle quote rosa (che diciamocelo, se la quota rosa la occupa una papera starnazzante, preferisco un maschio testosteronico: almeno non danneggia l’immagine della classe). Ma questo è un altro tema.

In termini particolari perché una donna che è diventata mamma non ha bisogno di etichette e di giudizi
(io l’ho capito in ritardo la prima volta e al secondo giro non mi sono fatta fregare).

Ha bisogno di sentirsi dire che è tutto normale.
Normale la voglia di piangere e quella di ridere.
Normale il senso di colpa quando si sta col bambino e non si lavora. E il senso di colpa quando si lavora e non si sta col bambino.
Sono normali i dubbi: mangia poco, mangia troppo, dorme poco, dorme troppo, è vestito troppo o troppo poco.
Normale il desiderio di sapere quando. Quando dormirà, quando camminerà, quando mangerà da solo, quando dirà mamma, quando sarà indipendente (che poi indipendente non sarà mai perché la mamma è sempre la mamma e un pezzo di cuore è ipotecato per sempre).
Normale essere sovrappeso. Normale essere infastidite dall’essere sovrappeso. Normale odiare chi ti dice che sono chili benedetti.
Normale avere un marito/compagno/amante/fidanzato/idraulico che non capisce. O non capisce fino in fondo. O che capisce ma c’è sempre voglia di dirgli che non capisce.
È normale dare la colpa agli ormoni. Alla prolattina. Al ciclo che è tornato (o non è tornato ed è anche peggio).
È normale citare Erica Jong: “Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera”.

Di questo ha bisogno una mamma.
Di essere rassicurata.
Di sentirsi dire che nessuna mamma è perfetta.
Ma ogni mamma è perfetta per il suo bambino.

***

Ed è per questo, ma anche per organizzare incontri e attività, che un gruppo di donne (di Donne per Firenze) ha creato Mamma club: uno spazio itinerante dedicato alle future e neomamme per sostenerle nellʼesperienza unica di essere madre.
Trovate tutte le info cliccando QUA!

Il Mamma club farà il suo debutto ufficiale (con tante e tante graziosissime attività) in occasione di Secret Garden, un giardino segreto allestito a Firenze nel Complesso Monumentale delle Scuderie Reali e delle Pagliere, con mercatini, laboratori e attività per grandi e piccini, allo scopo di raccogliere fondi e sensibilità per sostenere l’ospedale pediatrico Meyer nel suo preziosissimo compito di curare i bimbi.
Di nuovo, copioincollo l’indirizzo web: QUI

Perché, dimenticavo, quando si diventa mamma si amano tutti bambini del mondo,
e il cuore si stringe ogni volta che un bambino piange
(anche i casi disperati come me, che nella mia vita precedente assimilavo i cuccioli di ogni specie in un generico: “oh che grazioso, adesso posiamolo”).

Ci vediamo alla Mamma Club e ci vediamo al Secret Garden,
con le tasche piene di amore e di taking care of.

per Bianca

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Cara Bianca,
ti scrivo e non so bene se sono in ritardo o in anticipo.
Cinque mesi fa è arrivato Tancredi (forse quando potrai leggere saprai anche da dove è arrivato),
e tu non sei più l’unico centro del mio mondo (e forse neanche del tuo).
Ma la geometria del mio cuore non é euclidea e può contenere più di un punto da amare senza se e senza ma. L’amore non si divide, si moltiplica: lo so da quando ho visto il tuo cuore battere alla prima ecografia, e quando ho visto quello di tuo fratello alla (sua) prima ecografia.

Però ti devo chiedere scusa.
Scusa per tutte le volte che sono stata troppo stanca per.
Per le volte che il suo sonno sembra più importante delle tue risate, e bisogna gridare piano.
Per le volte che non riesco a prenderti in braccio.
Per le volte che la pasta è scotta o è sempre e solo con l’olio.
Per tutte le volte che la favola della buona notte o del buon pisolo è troppo corta perché devo allattare.
Per tutte le volte che sono arrivati giochi e vestiti solo per lui. E  tu hai solo aperto i pacchetti.
Scusa per tutte le volte che ti ho chiesto (o ti ho detto) di stare ferma – di fare da sola – di fare la brava – di fare la grande – di fare silenzio – e perfino di fare rumore – di cantare – di fare i tuoi spettacoli.
Scusa se quando é nato Tancredi le tue mani mi sono sembrate incredibilmente grandi e le tue gambe incredibilmente salde.

Ma lui è arrivato anche per te.
Perché faccio tanti errori e quando cresco te, cresco anche io.
A volte non so dove andare, e l’unica bussola che trovo è quella delle emozioni:
metto il mio cuore dentro di te e mi chiedo: come si sente?
E poi penso al tuo piccolo cuore che diventerà grande e penso: cosa gli serve?
A me sarebbe tanto piaciuto avere un fratello o una sorella.
L’ho capito tardi, quando ho avuto la mia prima botta nel cuore e ho sentito che, in effetti, non sono io il centro del mondo.
L’ho sentito ogni volta che ho perso l’affetto di qualcuno su cui credevo di potere contare.
E lo sento ancora, quando vorrei condividere di più.
E sapere che voi siete due mi riempie.

Suppongo che litigherete. Forse per i giochi. Forse per i vestiti (…). Forse per niente o forse per tutto.
Ma farete pace mille e mille volte.
E costruirete il vostro insieme.
Giocherete. Salterete. Vi schizzerete e vi sporcherete.
E viaggerete insieme nei vostri seggiolini.
Riderete. Piangerete.
E vi coalizzerete contro di me.
Vi ascolterete. Vi ricorderete di quando.
E ci sarete. Quando ci sarà da festeggiare e quando servirà solo un abbraccio.

Perché avete gli stessi occhi larghi.
Lo stesso pollicione del piede.
E le Vostre anime sono state accordate con lo stesso diapason.

E allora scusa amore mio, se adesso ti senti a volte un po’ così.
E scusami se non sai neanche di sentirti un po’ così.
E scusami anche se non sto facendo qualcosa di fondamentale che sta scritto in qualche libro che non ho letto.

Ma ricordati che tu sei e rimani la mia prima bambina.
La mia prima volta di tante cose.
Che sei e rimani la mia piccola e grande principessa del cuore.

E che tutto sarà bello.

rifugiati emotivi

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il rifugiato emotivo ha il cuore afflitto e anche un poco perseguitato,

un vortice di emozioni fuori controllo,

vorrebbe un cerottino, un brodo caldo, una coperta. 

il rifugiato emotivo prima o poi scappa,

ma non tutte le convenzioni riescono col buco. 

mamma 2.0.

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c’è una parola che resiste a tutto.
perché l’amore può anche trasformarsi,
l’amicizia è questione di fortuna,
neanche il sesso basta,
e pure il lavoro più bello é un gioco al rialzo.

ma c’è una parola che sta sveglia la notte e il giorno,
più dolce del latte, più calda del sangue,
che è felice, e se non è felice va avanti lo stesso.
che è istinto ed evoluzione,
ragione e sentimento,
cuore e pancia e anche testa.

che risponde sempre,
che rinuncia a volte,
che sposta i confini
che comunque ci prova,
che cresce anche lei.

aspetto un altro bambino.
si dice che siano le madri a dare la vita, ma in verità é proprio il contrario.
sono felice? si
sono un poco sgomenta? si
so che é normale, e che esiste un mondo di emozioni che non ho cercato, ma che voglio più di ogni altra cosa.

Inviato da iPhone

ultimo chimoletro

sembra che il folto pubblico dei miei fedeli lettori….
(scherzo, non ho un folto pubblico e comunque se avessi dei lettori non li vorrei fedeli, piuttosto leali, e così anche gli amici e così anche gli amanti – il plurale è di stile)

…sembra che i miei occasionali lettori abbiano apprezzato le mie riflessioni sull’ultimo biscotto come farinacea metafora delle occasioni che passano, che scivolano dalle mani come le ceneri di Mitch sparse da Drew in Elizabethtown.

ebbene, mi sbagliavo. vi ho fuorviato e ho fuorviato me stessa in un mood nostalgico apparentemente consolante come può consolare una petite madeleine, senza considerare però che anche le madeleine allappano. e anche un ricordo può restare appiccicato al palato e allora cosa fare: lasciarlo lì, nell’incapacità di staccare quella dolcezza fastidiosa. oppure berci su qualcosa, o spingerlo con la lingua, inghiottirlo, tenerlo dentro, metabolizzarlo, trattenere il buono lasciando andare le scorie (e qui mi arresto).

e solo questo volevo dire. mentre fuori piove anche siamo in  primavera inoltrata e tutti fanno battute sul fatto che è ancora inverno, mentre dovrei correggere una paccata di compiti di diritto amministrativo, mentre non riesco a smettere di ascoltare antony and the johnsons domandandomi chi siano questi johnsons.

questo. che la vita non è fatta solo di ultimi biscotti e neanche di penultimi biscotti.

ma anche di ultime miglia. di ultimi km. di ultimi cento metri.

di ultimi spazi in cui siamo fatti per provare tutto per tutto, tutto al quadrato e poi succeda quello che succeda.

forse c’è un ormone apposito.

forse è un qualche velo lacrimoso sugli occhi.

forse è solo la capacità di sperare. o di sognare. o di illudersi.

forse è l’emisfero quello sinistro, della irrazionalità. o è il destro?

dove si trova la forza di correre gli ultimi km di una maratona. o di una mezzamaratona. o di una 10 km non competitiva. o di quello che è.

di alzarsi dieci volte a notte fonda per dare aiuto a chi ne ha bisogno.

di asciugarsi gli occhi o di mordersi la lingua per fare finta cha vada tutto bene e andare avanti. sapendo che spesso  è impossibile fare finta di niente, ma si può andare avanti lo stesso.

di chiedere scusa quando davvero si vuole chiedere scusa, oppure quando si è disposti a tutto per fare pace.

di annaffiare una pianta stanca.

di spingere per fare uscire questo bambino. di volere a tutti i costi un bambino anche se è tutto molto complicato.

di provare e riprovare e di non sentirsi della caccole appiccicose solo perché a volte ci identifichiamo con le nostre emozioni e non sempre sono emozioni equilibrate.

ci sono tantissimi ultimi km, anche quando sembra tutto fermo, e anche quando i biscotti sono finiti.

e c’è sempre un buon motivo per correre.

questo volevo dire.

 

ps. “Nessun vero fiasco è mai derivato dalla mera ricerca del minimo indispensabile. Il motto delle Forze Speciali dell’Aeronautica Britannica è “Chi osa, vince”. Un piccolo germoglio di vite è in grado di crescere anche nel cemento. Il salmone del Nord-Ovest del Pacifico è pronto perfino a morire per la sua ricerca, viaggiando centinaia di miglia, controcorrente, con un unico scopo: il sesso naturalmente. Ma anche… la vita”. (Drew)

quando ti accorgi che è tardi, è tardi.

il penultimo biscotto dovrebbe avvertire.

dovrebbe dire: “ciao! sono il penultimo biscotto del pacchetto. ma sono l’ultimo che puoi mangiare senza la delusione da pacchetto finito”.

invece il penultimo biscotto non avvisa mai.

e tutti si accorgono solo quando arriva l’ultimo biscotto, e il pacco è finito. amen.

anche la penultima goccia dovrebbe avvisare.

quella che non  farà traboccare il vaso.

dovrebbe dire “ciao! sono la penultima goccia. dopo di me, se ne dovesse arrivare un’altra, il vaso traboccherà”.

(che poi, per inciso, perché tutte ste gocce debbono confluire in un miserrimo vaso? perché non usare quantomeno una vasca da bagno?)

e invece nessuno avvisa che siamo alla penultima goccia, tutti aspettano l’ultima per dire: “ah, il vaso è pieno” – con le conseguenze del caso.

è un poco come la cosiddetta punta del cosiddetto iceberg. arriva la punta e insieme arriva tutto il resto. putupumf (direbbero i futuristi, o un bambino di quindici mesi, uno a caso).

e così.

così ti lascio, perché mi sono innamorato di un’altro/a/e/i/u (sono sessualmente molto corretta).

così non siamo più amici, perché sono troppo deluso.

così ti licenzio, perché hai sbagliato.

così ho deciso di cadere, come il quadro di baricco, perché il chiodo si è stancato.

così ho ricominciato a fumare, perché e non c’è neanche un perché.

così non ti entro più, perché sei troppo grasso o troppo magro (sono anche nutrizionalmente molto corretta).

così ho cominciato a piangere, perché non ce la faccio più, e – visto che il vaso è pieno – le lacrime hanno un sacco di spazio per allargarsi.

così è quel momento: che subito prima non credi non sai non te lo aspetti, e subito dopo oh-cazzo.

ah.

ci vorrebbe un orologio di sessantuno secondi e sessantuno minuti. (se ciò avrà conseguenze sulle ore, e sul calendario gregoriano intero, non sta a me dirlo).

un attimo in più per ripensarci, per riprovarci, per risperarci, per riconsiderarci, per rintintintinnarci.

anche solo per guardarsi allo specchio.

o fare un respiro.

o decidere.

un secondo supplementare. se li danno alle partite di pallone, perché non anche alle cose di vita?

forse sto pensando a qualcosa qualcuno qualquando o qualquando.

oppure vorrei un altro biscotto.

 

ps. non ho ricominciato a fumare.

Parto (verso un nuovo mondo)

I luoghi comuni della gravidanza e della maternità non sono gli ospedali, le cliniche, gli studi dei ginecologi.

Sono frasi sparse come le trecce morbide che la cultura pre-femminista ha subdolamente instillato nella mente di ogni donna.
Una di queste è, aprendo e chiudendo le virgolette:
“i dolori del parto si dimenticano”.
Sovente questa frase si accompagna a comparazioni del tipo (sempre aprendo e chiudendo le virgolette): “sono come i dolori delle donne (le dimostrazioni, n.d.C.), solo un poco più forti”.
oppure (se è presente un esponente del sesso maschile che proprio non riesce a frenare il dominio del proprio testosterone): “i dolori del parto si avvicinano alle coliche renali, che sono i dolori più forti che si possano sopportare” [aggiungo, incidentalmente, che io ho avuto anche le coliche renali e posso testimoniare che il travaglio è ben più tosto).

Ecco. Io posso dimenticare dove ho parcheggiato la macchina.
Posso dimenticare di fare una telefonata. O di comprare il fruttosio al supermercato.
Posso anche dimenticare il nome di un autore che ha pubblicato con sellerio tipo marco malvaldi, che trovo gradevole. Non mi piace quanto carofiglio, ma mi piace).
Ma non credo che dimenticherò mai i dolori del parto.
Né credo che siffatti dolori possano essere leniti con le tecniche di aiuto contro i dolori dimestruali, tipo assunzione di un fan (singolare di farmaco antiiiiinfiammatorio non steroideo), posizionamento di una borsa dell’acqua calda sull’addome, lamentele morbidamente accusatorie dirette al maschio di turno.
E credo che qualunque maschio dovrebbe avere la decenza di assumere sul tema lo stesso atteggiamento di Wittgenstein. Decoroso silenzio su quanto non si conosce.

Attenzione,
Mi rendo conto che una certa leggerezza sul tema sia sollecitata dal timore che il terrore del dolore (oibò che bella rima pomiciata) possa inibire la volontà generatrice (sulla quale Nietzsche avrebbe forse potuto soffermarsi con un saggio del tipo: la superdonna e la volontà di creazione).
Però anche la morte di babbo natale in fondo rende i bambini meno buoni (eppure ogni tot anni nella vita di un bambino, il suo babbo natale smette di esistere).
E poi diciamocelo, questa bivalenza delle donne in gravidanza/maternità: che quando parlano con una non-mamma è tutto rose e fiori: la gravidanza è il periodo più bello, e i capelli sono lucenti e la pelle morbidissima, e i dolori del parto si dimenticano appena finito, e la cacca del bambino puzza di yogurt….
E poi quando parlano con una gravida o con una neomamma tutto diventa buio: la gravidanza i chili e le gambe gonfie, i dolori atroci del parto, la fatica cosmica di tutte le attività immanenti nello status di mamma …(su questo tema mi riservo di tornare, prima, durante o dopo).

La verità vi prego sul dolore!
O, almeno, un poco di relativismo e di sincerità.

E allora vi racconto il mio parto.

Dopo 9 mesi (40 settimane per gli addetti ai lavori) di ormoni altalenanti,
di turbiniiiiii di emozioni,
di felicità e paura,
di gioia e lacrime,
(perché, attenzione, i nove mesi non servono solo alla creatura, servono alla futura mamma per abituarsi all’idea che non sarà più singolare, ma sarà un essere plurale; e questo è meraviglioso ma a tratti anche spaventoso; nessuno me lo aveva spiegato prima, e io passavo dalla gioia al pianto, al senso di colpa per il pianto alla gioia e poi di nuovo, con scorribande nella categoria: e come faccio a lavorare adesso che sono precaria come le foglie di Ungaretti???)

Dopo 9 mesi di corpo che cambia (altro che la canzone…)
Dalla 40 alla 42 alla 44 ad maiora…
Di tette che gonfiano di una due tre taglie (ma che, ahimé non fanno sesso a nessuno)…
Di disturbi variamente dislocati (tipo 6 mesi di nausea e alimentazione gelato alla nocciola e patate)…

Dopo 9 mesi di ansie per la salute del fagiolino, che poi diventa noce, mela, zucca, e cocomero…

Dopo 9 mesi di shopping mentale e 2 mesi di forsennato shopping rosa e bianco…

Dopo tutto questo e molto di più,
scade il cosiddetto termine.
E siamo qui, ad aspettare che succeda qualcosa.
Tipo la rottura delle acque, mitica come l’apertura del mar Morto.
La comparsa di segni misteriosi come i cerchi sui campi di grano.
Un dolore nuovo all’altezza dei reni, dello stomaco (c’è chi parla anche dell’orecchio sinistro…).
Con la paura che il cordone ombelicale si trasformi in una sciarpa di orrore.
E con la curiosità sempre di più, sempre più grande, come sarà?

La cosa incredibile è che gli ultimi giorni, venivo assalita dal dubbio (stimolato dalla tralatizzzzzzia frase: i dolori del parto si dimenticano) “e se non me ne accorgo?”

E invece me ne sono accorta.
Alle 4 la notte comincia una sensazione come da contrazione. Le contrazioni appunto.
La sensazione come di essere in una morsa. Forte da non dormire, ma non abbastanza forte da smettere di parlare e di ridere e di emozionarsi. Nei cosiddetti intervalli.
Si perché le contrazioni sembra che abbiano un cronometro.
ogni otto minuti tondi tondi.
e Marito con l’orologio in mano.

Faccio la splendida. Aspetto le sette di mattina (di otto minuti in otto minuti) e vado in clinica.
Con i miei piedi. Impiego mezz’ora per fare cinquecento metri, ma arrivo.
Vengo scrutata e tracciata (chi ha già dato, sa…).
La mia ostetrica (che nell’ultimo mese sapeva di me cose che neanche al prete avrei detto) mi comunica che eravamo indietro, non si può sapere ancora quanto ci vuole: “che vuoi fare, resti qui o vai a casa?”
Vado a casa, mi dico e dico.
Impiego almeno 45 minuti per fare i soliti cinquecento metri.

Cerco di riposare, cerco di mangiare, cerco di capire.

A un certo punto le contrazioni cambiano.
Più lunghe, più forti, più frequenti (breve rimembranza del concetto di frequenza, sepolto in una mattina di liceo di N anni fa).
Ogni 5 minuti una cosa da togliere il respiro per cinquanta secondi.
Sto seduta per terra appoggiata all’armadio. Ascolto Bach. Mi accorgo che l’Ave Maria più o meno dura quanto una contrazione. Ne approfitto.
Capisco che è impossibile non accorgersi che si sta per partorire.
Non riesco a muovermi.

Qualcuno mi dice che è tempo di uscire “sennò la fai qui”.
Col piffero che riesco a camminare. Taxi per fare cinquecento metri.
Clinica.
Ostetrica. Scrutamento e tracciamento. Sono in travaglio, oggi partorisci.
Lo sospettavo.

Mi danno la mia stanza. Verdeacqua. O piuttosto salvia. (non è il momento di giocare al pantone).
Mi rimetto per terra.
Passa un’altra ostetrica che si domanda come mai sto per terra se c’è un letto e una poltrona.
Non posso rispondere.

Il viso di mia mamma che mi dice: lo so che stai malissimo e sto malissimo perché non posso fare niente per aiutarti. Mamma non posso guardarti perché so che sai e mi dispiace farti sapere che hai ragione che sto malissimo e non so come fare.

La mano di G., che non mi lascia neanche un attimo. Infatti ti prego non lasciarmi perché non so cosa succede, non so se ci riesco, non so se ce la faccio.
Fammi il conto alla rovescia di ogni contrazione quanto manca alla fine, sempre 55 secondi.
Come quando ho fatto le montagne russe che non rifarò mai più, l’unico modo di farle era fare il conto alla rovescia di quanto manca alla fine.
Solo che le contrazioni sono un minuto si e uno no.
E non si sa quanto ci vuole.
E gli esercizi sulla respirazione che non servono.
E il verde salvia dappertutto.

Puttana Eva.
Tutta colpa di Eva e della maledettissima mela per cui l’uomo lavora e tu, donna, partorirai con dolore. E mi domando, ma come fa una donna (che ha partorito con dolore) a chiamare sua figlia Eva?

L’ostetrica che va e viene.
L’ostetrica che dice siamo a buon punto.
L’ostetrica telefona al mio ginecologo. Il mio ginecologo arriva.
“La vuoi l’epidurale?”
Fatemi quello che volete, apritemi, rigiratemi, ma io scoppio.

Flebo di zucchero.
Lettino.

Cambio di scena.
Sala parto e dintorni.
(allora sono vicina per davvero).
Penso ad Aprile di Moretti Nanni, arriva l’epidurale.
Mezz’ora di tregua.
Mezz’ora seduta, le contrazioni lontane lontane.
Riprendo energia. E’ dalle 4 che sono sveglia, è dalle 10 che soffro notevolmente, dalle 12 che impazzisco e sono le 17 e più….

Finisce l’effetto della dose di epidurale.
Ne vuoi ancora? Sei vicina. Molto vicina.
Non ne voglio ancora.

E qui il vero cambio di scena.
Sento di nuovo le contrazioni ma il dolore si trasforma.
Diventa un irresistibile desiderio di spingere.
Scendo dal lettino con un gesto relativamente atletico,
mi accovaccio per terra come in una canzone di Battiato Franco,
mi sento come la prima donna sulla terra,
tutt’uno con lo spazio cosmo (e non ho mai avuto ascendenze mistiche né panteiste, io….)
sento una forza incredibile dentro
e diventa la cosa più naturale del mondo,
come se avessi partorito da sempre,
come se tutte le donne del mondo stessero partorendo con me.
E spingo, accovacciata per terra come una leonessa.
Sento che è il momento più bello della mia vita, e infatti è il momento più bello della mia vita.
In quello spingere, in quella energia, c’è tutto un senso nuovo.

Una voce fuori campo mi dice che devo sdraiarmi che ci siamo, sennò cade per terra il mio amore.
Mi sdraio o mi sdraiano, una ultima spinta ed è fuori.
Una sensazione incredibile e un miracolo.
Mi appoggiano sulla pancia Lei che prima era dentro di me.
E ripenso a chi ha detto che la gravidanza è simile alla pazzia. La donna è una, diventa due, poi torna una ma solo apparentemente, perché un pezzo di cuore sarà sempre fuori da sé.

I dolori del travaglio non li ho dimenticati.
Ma non sono niente rispetto alla forza del parto.
Niente rispetto all’amore immenso, che non potevo nemmeno immaginare, di cui non mi credevo capace.

Perché scrivo tutto questo?
Per non dimenticarlo.
Per Bianca.
Per le mie amiche che stanno aspettando un bimbo e per quelle che lo aspetteranno.
E per ricordare un motivo in più per essere felice di essere donna ogni volta che essere donna è complicato.

Delle margherite gialle (e delle bandiere rosse)


















Nel mio immaginario (individuale e, già che è il mio, anche collettivo), il primo maggio si fanno le scampagnate mettendo le margherite tra il vetro e il tergicristallo della macchina.
Oppure si scende in piazza, perché se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare.
Nel mio immaginario (che è peraltro l’immaginario di chi ha letto “I love shopping” e financo “Il diavolo veste Prada”) di sicuro il primo maggio non si fa shopping.

E – al di là del dibattito politico e mediatico, di chi ha detto cosa e come primaduranteodopo – mi dà fastidio emotivo e fisico il fatto che a Firenze il primo maggio i negozi saranno aperti.

Perché la possibilità data ai negozianti si traduce fatalmente in una scelta fatta dalla più parte dei titolari degli esercizi commerciali (per aumentare i profitti o almeno per non perdere fette di mercato).

Il commesso, peró, non è nelle condizioni di dire no al proprio datore di lavoro.
Il pacchetto lavoro dipendente non comprende in sé gli strumenti per fronteggiare la disparità socio-economica rispetto al datore di lavoro.
Ed è per garantire il lavoratore dalle scelte datoriali, per dargli la forza di dire no, che esiste il diritto. E dove il diritto non può arrivare, può arrivare  la politica.
Vietare l’apertura dei negozi il primo maggio avrebbe consentito ai commessi di festificare la festa, di sventolare bandiere o di raccogliere margherite.
E non raccontatevi che l’apertura straordinaria avrebbe indotto i titolari dei negozi a utilizzare forza lavoro extra: a quale lavoratore unO (maggio) tantum si affidano le chiavi del negozio (e senza che questi conosca il sistema della cassa o la disposizione della merce).
E non raccontatevi che serve al turismo: i turisti possono stare un giorno a girare per monumenti e rinviare le compere a un altro momento.
E, soprattutto, non prendetevela con i sindacati (che a volte sono antipatici anche a me). Tenere i negozi aperti non nuoce ai sindacati, ma ai lavoratori.

Come tutti i lavoratori, anche i commessi hanno il diritto di riposare, soprattutto nel più rosso dei giorni rossi del calendario.

È una questione di principio?
Si.
Ma le questioni di principio sono (lo dice anche la parola) le prime che devono essere risolte.
Secondo i punti di vista e, sperabilmente, dicendo e facendo “qualcosa di sinistra”.

E se il rosso della sinistra tende a sbiadire nel rosa antico,
non ci si può stupire se poi i lavoratori cominciano a sventolare bandiere azzurre.

il tempo di un caffè

in questi anni nei quali una delle poche cose non precarie rischia di essere – ahìnoi – la disoccupazione,
guardo chi lavora.
penso ai lavori negli universi possibili, impossibili, improbabili.
ci sono lavori che non potrei mai fare, ad esempio il trippaio.
ci sono lavori che penso siano i più belli del mondo, come l’ostetrica.
ci sono lavori che farei se nascessi in un universo parallelo: tipo l’attrice francese, se nascessi in francia; oppure la cantante, se nascessi intonata.
ci sono lavori che rifarei se rinascessi in questo stesso mondo così come sono io adesso: tipo l’ideatrice di campagne pubblicitarie. e qui apro una parentesi. che senso hanno i cartelloni pubblicitari con una strafiga in biancherina intimissima? se i reggiseni li comprano le donne (e mai gli uomini, tranne che nei primi 6 mesi di fidanzamento – e qui l’autore che sarei io lascia trapelare una nota polemica da puerpera) perché mai la loro attenzione dovrebbe essere catalizzata dalla strafiga suddetta? (scartata l’ipotesi assai improbabile che una possa credere di diventare strafiga con un reggiseno. ci vorrebbe, quantomeno una bellissima borsa e un tacco tredici dico io…). appunto. ergo, una adeguata pubblicità di biancheria intima dovrebbe constare di uno strafigo che tiene in mano un reggiseno. in questo modo: le donne noterebbero la pubblicità e nutrirebbero la speranza di imbroccare lo strafigo se adeguatamente sotto-vestite (che è speranza assai diversa e più sana del trasformarsi esse stesse medesime in strafighe).
chiusa la parentesi atta a dimostrare il mio fine intuito commerciale.

e, tornando al discorso principale, ci sono lavori che.
che li guardo e li ammiro ma senza voglia di rinascere.
che hanno solo quella nota eroica che appartiene alla quotidianità.

ad esempio, il mio esempio, la barista della stazione.
che si sveglia prima delle 6, violando un diritto non scritto dell’umanità.
che affronta una fauna strana.
si, perché gli avventori dei bar delle stazioni sono persone che stanno per.
non vivono il momento del bar come una esperienza a se stante.
non è una pausa o un momento di convivialità.
è una mera necessità di rifocillarsi.
è solo un attimo prima di.
prima di partire.
di partire per un motivo gradevole. e allora trapela una euforica felicità da viaggio, che resta però non esternata, nel timore di perdere il treno.
di partire per un motivo non gradevole. e allora trapela un malumore da non-ho-voglia. perché la non-ho-voglia trapela sempre.
l’avventore del bar della stazione non comunica, perché è un viaggiatore proiettato nel prossimissimo futuro e non ha tempo del presente.
ha fretta, per definizione.
e se è arrivato in largo anticipo è perché ha l’ansia, e non ha voglia di comunicare.
l’avventore del bar della stazione controlla che ore sono sul proprio polso, sul cellulare. e con la coda dell’occhio cerca il grande orologio della stazione, che è sempre come uno se lo immagina.

e la nostra barista a contatto col pubblico non parla.
si fa assorbire dalla fenomenologia del caffè.
il caffè e le sue dimensioni.
caffè lungo, stretto, ristretto, alto, corto, largo.
il caffè e i suoi involucri.
in tazza grande. in vetro. da portare via perché ho il treno, anzi ho proprio fretta.
il caffè e le sue contaminazioni.
macchiato freddo. macchiato caldo. caffè e latte. che è diverso dal cappuccino.
con zucchero. oppure zucchero di canna. o dolcificante, ma perché lo nascondete.
il caffè e le sue personificazioni.
caffè americano. caffè solo.
il caffè e i suoi nonsensi.
decaffeinato. (per i fighi: deca).
il caffè e le sue tautologie. caffè normale.

e in tutto questo girare su se stessa, come una derviscia, tra il bancone e la macchina del caffè.
in tutto questo studio della fenomenologia del caffè, anche se la barista non ha mai sentito la parola fenomenologia.
in tutto questo rimanere cortese anche se l’avventore medio del bar della stazione non è cortese perché va di fretta (e non lascia neanche la mancia).
in tutto questo, come fa la barista del bar della stazione a superare la monotonia delle albe?

lei fa la regista.
nella sua mente, attacca a ogni viaggiatore il suo viaggio.
di piacere o di dovere.
cercato, sperato, voluto o subito.
dà a ogni passeggero una valigia di pensieri. un bagaglio di progetti.
immagina una destinazione e, a volte, addirittura una compagnia.
e così, prende carburante.
dai viaggiatori felici, perché sono felici. e la felicità da energia.
dai viaggiatori chenonhannovoglia, perché le fanno compassione. e la compassione dà la forza per andare avanti anche quando sembra che di forza non ce ne sia più.
e così la barista, che ha in mano a momenti alterni tazze piene e tazze vuote,
guarda alle sue giornate come un bicchiere mezzo pieno.

in questi tempi di domande, e di voglia di vieni via con me.
la barista della stazione pensa che casa in fondo lei ha i suoi motivi per restare e non partire.

postilla.
non è un grande post.
ma è quello che mi è venuto con buona dose di ansia da prestazione [in questa fredda notte di dicembre, A-LETTO dopo l’ALLATTO della Creatura – e qui l’autore che sarei io cerca di intenerire il lettore che saresti tu]
ne avrei voluto uno di parole vellutate che valgano come le carezze prima di dormire.
o che sia una piccola distrazione.
perché è per la mia amica del “ci prendiamo un caffè al bar di via giusti”.

ero scesa a comprare le sigarette. sono tornata con un uomo e una bambina. e, ovviamente, senza sigarette.

non scrivo da un anno nove mesi e diciassette giorni.
per fortuna il blog è mio, quindi mi faccio la giustificazione da sola e me la accetto.

cosa è successo in questo spaziotempo?

ero andata a comprare le sigarette, poi….

ho cominciato un post doc.

sono andata a vivere in campagna.
ho capito che la campagna non fa per me, quantomeno nel medioperiodo (dove per medioperiodo si intende un tempo che dura più di un week end e destinato a ripetersi all’interno di uno stesso mese).
sono tornata a vivere in città, che è decisamente più sexy.

ho ricevuto una proposta di matrimonio.
ho accettato una proposta di matrimonio.
ho organizzato un matrimonio.
ho scelto un vestito da matrimonio.
ho detto una serie di si.

ho fatto un lungo viaggio.
sono tornata.

ho smesso di fumare.

ho litigato con la mia migliore amica.
o meglio, la mia migliore amica ha litigato con me, e non so il perché.
ho pensato di avere una migliore amica, e ho capito che era un calesse.
ho capito cosa è l’amicizia.
ho capito cosa non è l’amicizia.

sono stata male (fisicamente).
ho avuto paura.
mi è passata la paura.

ho cominciato ad aspettare un bambino.
ho scoperto di aspettare un bambino.
ho capito di aspettare un bambino.
ho aspettato un bambino.

era una bambina che aspettavo,
ed è nata.
ho scoperto che tutte le frasi fatte sulla mammosità sono vere, ed è bellissimo.
ho anche capito a che servono le tette, per davvero. e questo è dolcissimo.

avrei potuto scrivere di ognuna di queste cose,
ma se la storia non si fa con i condizionali, figuriamoci un blog.

adesso però sono qui
e sono piena di storie.

smoky eyes

certe volte
le lacrime
sono un ottimo struccante

Disegno di legge: introduzione dell’articolo 3 bis della Costituzione.

lempicka

 

Articolo 3 bis della Costituzione.

 

1. Ogni donna ha il diritto assoluto, personalissimo e inviolabile di cambiare umore.

2. Tale diritto può essere esercitato in qualsiasi momento e senza necessita’ che venga enunciato un giustificato motivo o una giusta causa.

3. In via meramente esemplificativa, il diritto di cambiare umore può essere esercitato:
quando cambia la luna;
quando non cambia la luna;
quando cambia il meteo;
quando non cambia il meteo;
quando qualcuno (specie di sesso maschile) proprio non capisce;
quando qualcuno (specie di sesso maschile) fa finta di non capire;
quando qualcuno (specie di sesso maschile), pur capendo, non modifica il suo comportamento in modo ragionevole e adeguato alle circostanze.

4. Costituiscono estrinsecazioni del diritto di cambiare umore, tra le altre:
il diritto di cambiare vestito più di una volta al giorno;
il diritto di modificare lo stile del trucco e degli abiti indossati, anche in modo schizofrenico;
il diritto allo shopping;
il diritto di trovare consolazione nella cioccolata, nel cibo, nelle bevande alcooliche e non;
il diritto di cambiare programma e idea nell’ultimo istante utile;
il diritto di piangere per motivi futili;
il diritto di ridere per motivi futili;
il diritto di fare la civetta;
il diritto di rispondere male o di non rispondere per niente.
La suddetta elencazione non e’ in alcun modo considerabile tassativa.

5. Il diritto di cambiare umore può essere limitato, nei casi previsti dalla legge, previo provvedimento motivato dell’autorita’ giudiziaria.
In nessun modo il suddetto diritto può essere limitato, censurato, compresso o inibito -in maniera implicita o esplicita- da soggetti di sesso maschile, in particolare se legati alla donna da una relazione di qualsiasi tipo (familiare, affettiva o professionale).

PoStretto: frittata

i maschi non è colpa loro.

sono esseri senza ovaie.

Escursione termica. L’aveva detto anche Catullo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non ci sono più le mezze stagioni.

L’ho detto al farmacista, ma non ha capito.

Allora ho aggiunto che ho la tosse.

Secca o grassa non lo so.

La fenomenologia dei miei polmoni mi supera e mi trascende.

Credevo che una sigaretta tre volte al giorno la facesse maturare, eppure ha voluto darmi lo sciroppo.


Non ci sono più le mezze stagioni.

Passo dagli stivali ai sandali, neanche stessi su una passerella.

Mi metto la giacca di lana e poi la gonna senza calze, come una che ha altro a cui pensare piuttosto che a come vestirsi.

Dicono di vestirsi a strati, tipo cipolla, ma e’ un problema, perché non voglio fare piangere nessuno e non voglio neanche soffriggere.

Preferirei vestirmi a ostrica e farmi mangiare cruda assieme a un flute di champagne.


Non ci sono più le mezze stagioni.

Neanche nel mio cuore.

Passo dall’amore all’odio.

In realtà da quando ti conosco ti amo.

Ti odio solo per brevi momenti e solo perché ti amo troppo (Chiàtullo).

ottimismo (e fastidio)

vogliamo salvarci?

vogliamo veramente salvarci?

o vogliamo annaspare fino ad annegare in un mare di angoscia?

è una domanda retorica?

evidentemente si.

perché se vogliamo veramente salvarci da qualsiasi mostro che si nasconde sotto i nostri letti e che si traveste da fame solitudine paura ansia ma che in realtà è fatto solo di confetti alla mandorla e cioccolato e basterebbe mangiarli per trasformarli in brufoli da fare esplodere col dentifricio per eliminare il mostro (ci piace questa immagine pulp?) 

se vogliamo veramente salvarci (oh come sono retorica, non starò mica pensando di candidarmi a sindaco di firenze? c’è una vena polemica in questa frase?)

se vogliamo veramente salvarci insomma

(scusate mi sono distratta. un vicino che parla con la finestra aperta si stava interrogando su cosa fare e se andare fisicamente lui in un certo posto. gli ho appena detto senza farmi vedere dalla finestra di andare lui ma non fisicamente, mandando un ectoplasma. mi piacerebbe avermi come vicina di casa. starei tutto il giorno alla finestra aspettando di vedermi passare in mutande zebrate per farmi una foto e ricattarmi. poi forse mi denuncerei. ma alla fine patteggerei).

se vogliamo salvarci bisogna quantomeno essere ottimisti. 

possibilmente ottimisti e di sinistra, come le puttane di lucio dalla (anche se mi sembrano più di sinistra quelle di de andrè), ma intanto (intanto che la mano sinistra guarda cosa fa la mano destra almeno per capire cosa fare per rendersi mancina) intanto ottimista.

e per questo precipuo motivo mi permetto di dissentire dalla solitudine dei numeri primi di giordano paolo.

capisco che è un bellissimo libro che lo abbiamo letto e lo abbiamo anche pianto.

capisco che se studi fisica e ti viene in mente una metafora gagliarda come mattia e alice che sono “Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero”, se ti viene in mente, dicevo (ecco, ho chiuso la finestra), ti viene da usarla e da costruire un romanzo tristissimo che finisce un po’ così.

però, santa patata americana, basta disagio. poteva anche pensare che due numeri primi gemelli saranno anche lontanucci, ma potrebbero sommarsi e siccome sono di sicuro dispari la loro somma sarà pari, saranno divisibili per due e vivranno felici e fondenti.

santissima patata americana quando sei in una storia a bivi tipo quelle di topolino, e hai una cosa bella e felice davanti, che fai scappi o la rincorri? bè, io la rincorrerei, piuttosto che scappare perché non-so-non-so-se-ce-la-faccio-non-so-se-poi-mi-piace-per-davvero. o no? (domanda retoricissima). 

già che dissento, dissento anche da Zygmunt Bauman, che ha scritto modernità liquida, amicizia liquida, arte liquida, amore liquido… 

capisco che se uno trova un aggettivo così gagliardo fa bene a usarlo a usarlo e a riusarlo, tanto più che il nostro corpo è costituito al 90% da acqua (questa cosa proprio non mi torna però, com’è che peso 54 chili),

ma ci piacciono davvero le cose morbide e adattabili? o quelli non dovrebbero essere piuttosto i maglioni di cachemire? vogliamo davvero rapporti fluidi di taker e giver fungibili?

io impersonalmente voglio essere potenzialmente libera come una bolla di sapone,

ma i miei rapporti quando li voglio, li voglio belli solidi come blocchi di cioccolata, come i bicipiti del david di michelangelo, come le copertine di cartone dei libri in prima edizione. vero è che tutto passa, ma finché non passa voglio che sia.

 

già che ci sono.

vorrei che andassimo a fare un picnic al mare con una temperatura media di 21 gradi, che portassi un cesto di vimini con un nastro rosa come la canzone di battisti, con dentro tutte le cose che mi piacerebbe mangiare in un picnic al mare con 21 gradi, tipo pistacchi e cipster, bocconcini di pollo fritto e patate arrosto, vino rosso ma non troppo anzi si, nutella e biscotti. poi vorrei che tirassi fuori un aquilone bianco con su scritto in rosso “chiara ti amo”, ma andrebbe bene “I” cuore “chiara” e cominciassimo a correre.

questo è il mio pensiero ottimista e solido per affrontare il pomeriggio.

salù.

CasaLingue disperate (at work). dialogo tipico n. 3

[Nonostante non ci sia stata nessuna richiesta in proposito, e approfittando del fatto che due negazioni affermano, quindi evidentemente ci sono state delle richieste quantomeno telepatiche, torna su questi schermi il Chiarality show, arricchito di nuovi contenuti rispetto alle precedenti edizioni… ]

 

Lei:” buongiorno, sono venuta a ritirare i verbali dell’esame”.

Il portiere (o il portinaio): “buongiorno. quanti sono oggi?”

Lei: “quarantatre”.

Il portiere: “accipicchia” (ok, non ha detto proprio accipicchia). “e come mai secondo Lei?”

Lei: “forse perché è l’ultimo appello?”

Il portiere: “No. Solo perché Lei è bella”.

Lei: “Grazie per la stima. Comunque non funziona. Almeno la metà degli studenti è femmina”

Il portiere: “Si ma sono lesbiche”.

Sempre il portiere: “A proposito, a Lei piacciono le donne?”.

 

ps. ogni riferimento a fatti persone cose animali esistenti, racconti di amiche, lettera o testamento, dire fare baciare, è puramente casuale (o causale?)

posso scrivere in tre minuti un post da cestinare? posso e posto….

 

l’amore è tutto carte da decifrare, come diceva fossati ivano,

o l’amore è tutto carte da riciclare, come dice il cestino del dipartimento?

 

non ho tempo, sono in ritardo da un’ora e devo ancora decidere cosa mettermi e poi mettermelo.

penso che sono felice che mi pungano le zanzare perché vuol dire che ho il sangue dolce.

penso che l’amore si può riciclare perché l’amore torna visto che non è proprio possibile vivere senza.

(e se ti lascia lo sai che si fa? trovi un altro più bello che problemi non ha)

penso che quando l’amore torna non è meno amore di quello di prima.

penso che l’amore è l’unica cosa veramente democratica dello spaziocosmo, perché quando uno è amato diventa automaticissimamente il più bello, il più brillante, il più bravissimo. anche se ha la macchina brutta. anche se fuma. anche se suda. certo, meglio se non suda troppo.

penso che c’è un diritto all’amore.

a darlo.

a prenderlo.

a farlo.

(penso che non sono in vena di usare il congiuntivo).

penso che l’amore che matura non mi piace, però.

mi piace l’amore che scoppietta come i rice crispies nel latte che ho bevuto adesso perchè non avevo tempo di cenare per bene.

mi piace l’amore che mi fa ridere da sola.

mi piace l’amore che mi fa ascoltare canzoni smelense senza piangere (occhei, piangendo poco poco).

mi piace l’amore che mi fa pensare non vedo l’ora non vedo l’ora non vedo l’ora. che ore sono?

mi piace l’amore che mi fa andare il cuore a mille.

mi piace l’amore che resta amore con la passione che non finisce.

della capanna dello zio tom, e delle rotte dei navigatori.

tomtom

 

sarebbe bello avere un tomtom per trovare le strade del cuore.

che mi aiuti a scegliere il percorso più veloce, quando lo voglio, e lo voglio presto.

o il percorso più panoramico, quando voglio struggermi nell’attesa, e perdermi in ogni momento.

o il percorso più economico, quando non voglio impegnarmi troppo.

che mi dica cosa fare, dove andare, cosa mettermi e cosa dire. e anche cosa non dire.

che mi salvi quando sbaglio, ogni volta che sbaglio.

che mi ripeta all’infinito “gira a destra. ti ho detto di girare a destra. devi girare a destra. hai perso la svolta a destra. gira a destra alla prossima. tra cinquecento metri. tra duecento metri. adesso. stupida”. e anche se continuo a girare a sinistra, alla fine mi scioglie la matassa, mi butta un salvagente, mi fa cadere in piedi, mi trova una soluzione. mi corregge le gelosie, i colpi di testa, gli attacchi di luna. tutto sotto controllo, l’hai fatto, ma svolti alla prossima. muore un papa, e si fa un cardinale. chiodo scaccia chiodo, chiodo caccia chiodo, inchiodala ancora, sam.

un tomtom che mi aiuti quando la benzina sta per finire, e mi trovi un distributore: quando ho bisogno di un bacio, di una carezza, di uno schiaffo, di un abbraccio, di fare sesso in una vasca piena di yogurt vipiteno bianco e magro. che mi avvisi quando il mio cuore sta per collassare, ma mi avvisa prima che collassi e mi trovi il carburante per farlo ripartire.

un tomtom che mi trovi i punti di interesse. dove trovarlo quando lo perdo. un albergo per dormirlo quando ho sonno. un ristorante per mangiarlo quando ho fame. una stazione quando ho bisogno di scapparlo. un aeroporto quando ho bisogno di atterrarlo.

un tomtom plus che conosca tutti gli autovelox, che sappia quando sto correndo troppo e mi dica di rallentare perché posso farmi male, oppure prendere una multa e perdere punti.

 

se però avessi un tomtom del cuore, l’oggetto del desiderio (oscuro o palese) … la destinazione (giusta o sbagliata) dovrei comunque sceglierla io.

e se anche avessi un tomtom del cuore, probabilmente lo terrei spento.

sex and the city: alle mie cosmopolitan, che mi ubriacano il cuore…

sex & the city

ho appena visto sex and the city, e non ho intenzione di chiarecensirlo, anche se mi sento molto carrie per il cosmopolitan, il mac, le scarpe e mr big.

questo post it sta per essere sdolcinato come me nei momenti peggiori, e banale come me nei momenti peggiori.

ma se una cosa è banale, è probabilmente vera, come è vero che le mezze stagioni non ci sono più, che le perle non passano mai di moda, e che chi trova un amico trova un tesoro.

appunto. non lo voglio dire che l’amore passa e le amicizie restano per sempre, perché anche il principe azzurro, quando esiste, è per sempre.

però sex and the city non è una cosa sul sesso, sull’amore (o sulle scarpe), ma una cosa sull’amicizia.

e io le mie tesore le ho.

e ci stanno tutte per un grande grazie.

e lo so che è in stile catena di sant’antonio, di quelle che non rimando (quasi) mai.

ma grazie: perché non abbiamo bisogno di sentirci ogni giorno; perché ci siete, ognuna con una storia diversa e in un modo diverso, e con intensità diverse, ma ci siete con il vino lo sciopping le sigarette; ci siete quando sono felice, quando sono triste, quando sono a pezzi, quando faccio le scelte sbagliate e me lo dite, quando faccio le scelte sbagliate e non me lo dite, ma io lo so lo stesso, quando devo decidere cosa mettermi, quando uno sgorbio mi attacca una pezza e me lo levate di torno, quando mi piace uno e mi fate da tattiche, quando devo decidere cosa fare da grande, quando devo fare e quando devo disfare e quando ho mille cose da fare e quando non devo fare niente, e quando….

e allora vi copioincollo (manca la papera, ma stasera le faccio una foto),

vi copioncollo per qualche giorno è basta, perché non si debba dire che il mio blog è diventato facebook.

cazzo come sono fortunata.

cazzo ho scritto cazzo.

 

della macchina gialla, e della pazzia.

io sono pazza, perché devo lavorare e poi devo partire e devo fare mille cose e sono qui a scrivere.

nella mia strada c’è un pazzo, non dei pazzi alla de andrè che imparano l’enciclopedia a memoria, neanche di quei pazzi che parlano da soli. 

io sono pazza perché parlo da sola. e ballo da sola. ogni tanto mi sdoppio, diventiamo chiara e giulia, allora se chiara parla con giulia non è più pazza, o è pazza di più.

il pazzo della mia strada è innamorato di una ragazza molto bella, di quelle molto belle e molto finte, che andrebbe a fare la spesa tiratissima truccata e con i tacchi, ma non va a fare la spesa perché è troppo tiratissima per fare la spesa, e probabilmente mangia tutti i giorni fuori con un amministratore delegato della general motors.

io sono pazza perché quando vado a fare la spesa passo 5 volte per ogni corridoio, e parlo anche con i biscotti e con gli yogurt (quelli senza grassi però), e la mia spesa è sdoppiata anche lei poverina, ci sono la nutella e le gallette ipocaloriche di riso, perchè tanto le calorie si sommano, se spalmassi la nutella sul pane piuttosto che sulle gallette di riso ipocaloriche ingrasserei di più, quindi la nutella sulle gallette di riso ipocaloriche fa dimagrire, e probabilmente la nutella spalmata su un dito (o su una bocca) è addirittura consigliata nei casi di obesità.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè è innamorato di quella molto bella e molto tiratissima, che se andasse a lavare la sua macchina gialla, andrebbe truccatissima e con i tacchi. ma non ci va, e questo è il punto.

io mi diverto un sacco a lavare la mia macchina, rossa. arrivo con l’aria un pochino persa e trovo qualcuno che mi lava il sotto della macchina con un prodotto fatto apposta che lui si porta dietro (probabilmente questa è una pazzia da uomini, nella mia macchina c’è tuttallllpiù un lucidalabbra, un pettine, un campioncino di profumo verosimilmente scaduto, un accendino e zero fazzoletti di carta). trovo anche qualcuno che ha speso dei soldi per comprare un panno di daino per asciugare la macchina senza aloni (questa deve essere un’altra pazzia da maschio, io spendo soldi solo per le scarpe, i trucchi e il vodkamartini, e giammai penserei di asciugare una macchina con qualsiasi cosa rassomigli vagamente a bambi), e che è così gentile da prestarmelo o da asciugarmi la macchina, nonostante io replichi che sono aloni di acqua, mica pipì di pterodattilo.

la ragazza molto bella e molto tirata però, non va a lavare la macchina, perchè la lava il pazzo della mia strada.

il pazzo della mia strada lava la sua macchina gialla almeno tre volte al giorno. anche quando piove. avrà paura delle piogge acide. deve essere una forma diffusa di pazzia, io ho paura delle risposte acide.

il pazzo della mia strada cammina con un secchio, un sapone e i guanti. non ha il panno di pelle di daino. neanche un panno di pelle di pollo fatto da apelle figlio di apollo. il pazzo della mia strada probabilmente soffia e sospira sulla macchina gialla per evitare gli aloni.

il pazzo della mia strada una volta mi ha detto che se graffio la macchina gialla mi ammazza.

io ho risposto che è una macchina troppo bella, nessuno potrebbe mai graffiarla. solo un pazzo.

(giulia ha stretto le chiavi molto forte tra le mani, peccato di intenzioni).

io sono pazza perchè qualche graffio sulla macchina mi piace. e se è per questo mi piacciono anche le scarpe un poco sporche. ma mi piace anche che qualcuno se le pulisca non sapendo che a me piacciono un poco sporche.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè vive per la macchina gialla e io questo modo vive per il suo amore.

la ragazza tiratissima lo sa che lui è pazzo, e che la ama, e che non potendola amare perché lei è troppo bella e troppo tiratissima e troppo presa dall’amministratore delegato della general motors, insomma lei lo sa che lui è pazzo, che la ama, e  che non la può amare, allora con una figura retorica della quale mi sfugge il nome proietta tutto il suo amore sulla macchina gialla. lei lo sa, ma non le importa. le importa solo della macchina pulita e senza aloni.

a me, invece, mi importa un sacco della sua macchina. e del mondo parallelo del pazzo della mia strada che è felice perchè ha un amore da coltivare, anche se, come nelle metamorfosi di ovidio, il suo amore si è trasformato in una macchina gialla.

io sono pazza perchè continuo a innamorarmi, e nessuna persona sana di mente lo farebbe.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla.

e sono pazza perchè ieri ho preso una partaccia al consiglio di stato che mi è passata ascoltando i primi cinque accordi di stareway to heaven di un pazzo a piazza navona, e la mia intensa vita emotiva mi basta e non mi avanza.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla. com’è triste il pazzo della mia strada quando la ragazza bellissima e tiratissima prende la sua macchina gialla per andare al circolo del golf dall’amministratore delegato della general motors. e il pazzo della mia strada pensa: speriamo che non facciano l’amore dentro la macchina gialla, che mi si sporca.

sono pazza perché penso che il mio futuro rarefatto sarà bellissimo, che tutto andrà come deve andare e anche meglio. che dei discorsi sul bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, e sull’ottimista che pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, e del pessimista che pensa che l’ottimista abbia ragione, francamente me ne infischio.

il pazzo della mia strada aspetta che la macchina gialla torni e intanto riempie il secchio di lacrime.

sono pazza perché sono felice, e ad una analisi approfondita che si avvalesse dell’analisi economica della felicità, probabilmente dovrei essere più cauta.

il pazzo della mia strada si bacia i polpastrelli per accarezzare la macchina gialla con più amore.

sono pazza perché mi basta quello che ho, e penso che quello che vorrei arriverà.

il pazzo della mia strada vive solo nel presente e non sente i rumori di macchine che non siano gialle.

sono pazza perché mi fa male il ginocchio tantissimo, ma lo interpreto come una forma di manifestazione del pensiero ginocchioso che ha voglia di dire la sua sui rapporti tra il sesso degli angeli, il mio, e la musica del settecento veneziano.

sono pazza perché penso che prima o poi la ragazza bellissima smetterà di essere tiratissima, e l’ammistratore delegato della general motors la scaricherà per un’altra più bella e più tirata con una macchina azzurro cielo. e la ragazza con la macchina gialla abbraccerà il pazzo della mia strada e scapperanno con la macchina gialla e si nasconderanno in un campo di spighe gialle, mimetizzati come camaleonti e si ameranno per sempre, facendo ogni tanto i tassisti per i girasoli.

sono pazza perché quando c’è qualcosa che non và, mi sposto nel mio mondo parallelo, pensando che due mondi paralleli prima o poi si incontrano.

sono pazza perché sono innamorata, pazza.

come se fosse il ventiquattro dicembre (o il ventisei?)

insomma l’ho scritto.

il mio libro.

quello che volevo dire su una cosa di diritto, anche se è un poco a rovescio. lievemente anarchico o anarChiarico.

insomma è una parola che non mi piace, ma adesso mi viene da dire solo insomma, con quel tono da insomma, anzi da e-insomma, con una pausa sulla prima emme. insommmmma.

lo so che non risolve il problema della fame nel mondo, né della sete, né delle colonne di camion sull’autostrada tra firenze e bologna che trasportano generi alimentari fungibili (e vi risparmio il mio pensiero autarchico su acqua uova pasta e latte, che ognuno dovrebbe consumarsi quelli della regione propria di appartenenza, e possibilmente risparmiando sul packaging, ma ho detto che ve lo risparmio, bottttt).

però è il mio libro.

e l’ho studiato, l’ho pensato, ho passato giorni in biblioteca, giorni su fogli di carta e penna, giorni alla tastiera del computer che non suona, e anche notti.

a capire a capirmi a cambiare le parole le virgole gli spazi, e i tempi.

ad aspettare autorizzazioni, consigli, critiche, congiunzioni, avverbi e metafore.

a piangerci su, a stancarmici, a finire a ricominciare a finire a ricominciare a finire a ricominciare.

e poi l’ho spedito, e sono arrivate le prime bozze, e le ho rispedite, e sono arrivate le seconde bozze.

e ho contrattato sulla larghezza dei caratteri (si, fatemelo con un carattere dolce, deciso ma dolce, presuntuoso ma non permaloso, che però quando deve parlare parlasse e quando deve tacere si fermasse),

sulla larghezza dei margini (stretti per piacere, che noi abbiamo l’horror vacui, che ce ne facciamo di centrimetri e centimetri vuoti, tacendo delle foreste dell’amazzonia),

sul colore delle pagine (niente giallo paglierino, che fa doppia pi, bianco si bianco, non che io sia vergine, ma quello che importa è la purezza del sentimento, il ripetersi della passione non ne altera l’unicità e la profondità, e quindi bianco).

 

e poi l’hanno pubblicato,

anzi pubblicata, perché si chiama teresa

– cioè, ha un nome lungo che abbraccia funzione e rapporto,

ma per me è teresa, che poi non chiamerei mia figlia teresa, ma giulia o bianca o alice,

ma il mio libro si chiama teresa, forse perchè in principio era la tesi di dottorato,

o forse perchè “teresa ha gli occhi secchi, guarda verso il mare, per lei figlia di pirati penso che sia normale, teresa parla poco, ha labbra screpolate, mi indica l’amore perso a rimini d’estate… ”

 

e me lo hanno pubblicato.

e ieri, duemila telefonate, poi rottura delle acque, corsa ad aspettare il signor dhl all’università.

e poi sono arrivati i colli, che non erano 5 cani, ma 5 scatole.

ed è stato come a natale. o come a natale 15 anni fa. o come a un natale in un mondo parallelo o perpendicolare, con l’amore impacchettato.

come a natale l’attesa della mezzanotte.

ferma minuti immobili. con le forbici in mano. ma non ci riesco ad aprire la scatola. che la aprisse qualcun altro. no la apro io. solennità ridicola come il taglio della torta nuziale, che senso ha impugnare un coltello in due? lo sanno tutti che i coltelli ci si tirano a vicenda. e allora se mi sposassi la torta la prenderei con le mani e te la sbrodolerei addosso.

ma il mio tema è la scatola. aperta con il cuore in gola. con le gambe tremolanti e lo stomaco spappolato come un fegato.

e poi è lì, il parto della mia nuvola pesante e della mia nuvola pensante.

con il mio nomeecognome, e quellochevolevodirenerosubianco, garamondissimo….

e poi ho riso tutto il giorno, ma proprio tutto. e anche tutta la notte. finchè non mi sono addormentata.

 

e poi arriva santo stefano. che è oggi.

e chiamatemelo calo di tensione.

chiamatemelo che sto smettendo di fumare e sono nervosa.

chiamatemelo che voglio un tempo supplementare di baci o un goldengol.

ma è tutto il giorno che piango.

e sono ingovernabile come un paese indebitato con se stesso.

 

e ditemi che è normale,

ditemi che sono brava, che sono pazza e che sono tenera.

e soprattutto, ditemi che domani è un altro giorno.

 

mi sfogo, ma non affogo.

l’A.

 

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