cammelli adolescenti e mongolfiere

però,

se si potesse allargare la cruna dell’ago così da farci passare un cammello, due cammelli, tre cammelli…

avremmo un ago cammellato.

e con un ago cammellato cosa ci fai, dirai tu?

ci posso cucire ovviamente, dico io.

e cosa ci cuci, dirai tu?

un sacco di cose, dico io.

per esempio

una coperta che è una mongolfiera

perché a volte è tempo di nascondersi e a volte è tempo di scappare

(senza per forza richiamare l’ecclesiaste

che il cammello e la cruna erano in effetti già abbastanza biblici).

e con cosa cuci, dirai tu?

allora ascolti, dico io.

cucio le contraddizioni, per esempio:

tra ingenuità e acume,

tra erudizione e delicatezza,

tra leggerezza e serietà (cit.)

e cosa viene fuori, dirai tu?

un disegnino grandissimo, dico io,

mica si può fare a tinta unita la mongolfiera,

che la sobrietà rassicura ma stanca al secondo giro di do,

e che se poi la mongolfiera dovesse scoppiare, hai visto mai,

almeno avremmo una pioggia di coriandoli.

e quindi, dirai tu?

e quindi, dico io,

viene fuori un modo,

che poi non lo so se è una somma di ricordi o di desideri,

non cambia poi tanto in effetti,

viene fuori un modo

di sentire gli occhi lucidi

di cantare nello stomaco

di nascondersi tra una spalla e un.

si ma il disegno, dici tu?

nel disegno ci sono due seduti nell’acqua bassa, dico io,

e ovviamente c’è una luce bellissima,

e lui dice a lei:

“abbiamo finito gli esami di maturità e adesso dove ci iscriviamo?”

e lei pensa:

sarebbe bello essere nel tipo giusto di periodo ipotetico.

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DiDdiA

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voglio scriverla anche io una canzone indi,

indi-pop

indi-ana

indi-per-cui

la scrivo anche se sono stonata e la musica sta nella testa, come faceva beethoven anche se il paragone è ardito e lo cancell…..

essa canzone la chiamiamo DiDdiA che è un acronimo malfatto per Deficit Di Attenzione.

PRIMA SCROFA STROFA (un po’ di serità per Dio, che poi questa ansia di non nominare il nome di Dio invano. Non è invano, solo che c’è una preghiera sottointesa dopo Dio, per esempio: perchè non insegni a quello a guidare meglio e a non sorpassarmi da destra in modo radente? Oppure: perchè non incoraggi quella colonia di insetti a fare un nido lontano da qui? Oppure: perché non puoi fare in modo che ci amiamo per nove settimane e mezzo ancora? Non è che il nome di Dio non è pronunciato invano se dopo c’è tutto il Padre nostro, e invece è pronunciato invano se c’è tutto un non detto che però esiste). Fine della parentesi. E non divaghiamo.

Torniamo alla canzone.

PRIMA STROFA

soffro-o-o-o-o di deficit dell’attenzione,

mi distraggo se non mi entusiasmo e non mi parte il broncospasmo,

mi distraggo se mi avvilisco e poi non lo capisco,

mi distraggo se mi annoio – mi distraggo se mi annoi – mi distraggo se ti annoio

perchè soffro di deficit dell’attenzione ma lo faccio anche in proiezione,

e allora

dammi un caleidoscopio, un camaleonte, una scatola di ombre cinesi,

facciamo un blob, un giro di boa, una nemesi

SECONDA STROFA

soffro-o-o-o-o di deficit dell’attenzione,

perchè ho perso la memoria di medio periodo, mi ricordo cosa ho mangiato ieri sera, la poesia al liceo, un sacco di mare blu,

ma ho dimenticato gli ultimi anni e chissà chi c’era in più,

i libri che ho letto, i letti che ho amato, gli amati che ho perso, e le bruttezze senza senso,

no, ma non sono un coglione, soffro di deficit smemorato dell’attenzione,

e allora

dammi un diario, una foto, un’amica che mi tenga la contabilità,

che mi ricordo i miei sogni, non ho imparato niente e resta un po’ di fatalità

TERZA STROFA

soffro-o-o-o-o di deficit dell’attenzione,

perchè sono un’insicura di merda e rischio che il vento mi disperda,

ogni tre cose intelligenti che penso devo dire una cretinata,

ma poi mi confondo e dico prima la cazzata, non trovo più i tre pensieri intelligenti e parte la frittata,

perchè soffro-o-o-o-o di deficit dell’attenzione e anche di ansia da prestazione,

e allora

dammi una lista, un elenco, un sussidiario,

perché perdo le parole e mi manca il  vocabolario

QUARTA STROFA

soffro-o-o-o-o di deficit dell’attenzione,

perchè mi sento sola e mi sento abbandonata,

se non mi dici che mi pensi quando sono svalvolata,

e aveva ragione che volevo essere lo scià di persia,

mi serve una porta che ruoti attorno al mio cardine, e mi serve un cardine che voglio fare la tua porta,

perché senza accudimento mi sento un po’ storta,

allora

facciamo la bussola io sono il nord e tu fai l’ago, o tu fai il nord e io sono l’ago,

o facciamo un lago di autarchia emozionale,

che soffro di deficit dell’attenzione, ma ci salviamo tutti se torna un carnevale

e le cicale quando cantano sembra il rumore di una macchinina con la retrocarica,

che non c’e rima ma non fa niente, soffro di deficit dell’attenzione e ho il pensiero impertinente

o-o-o-o-o

 

small talks

“Small talk is an informal type of discourse that does not cover any functional topics of conversation or any transactions that need to be addressed. Small talk is conversation for its own sake” – da wikipedia (lo so: il copyright, le donazioni, le autodiagnosi, dove sta la verità e soprattutto a chi interessa)

***
al quinto giorno su questo lungosabbia,
sono arrivata alla conclusione di essere sociopatica.

posso parlare:

dei mostri a forma di biscotto che escono da sotto il letto la notte;

di come il punk sia la domanda;

di come il sesso sia la risposta sia pure non sempre pertinente;

di elenchi di cose di quattordici lettere cioè sopravvalutate,

del mondo che va a rotoli e speriamo almeno che sia un rotolone regina così c’è speranza che non finisca prima che la cacca vada dappertutto;

dei famosi atti di gentilezza a casaccio;

della bellezza che doveva salvare il mondo;

di cosa salverà noi, se abbiamo bisogno di essere salvati e poi chi salverà il salvatore;

di gruppi non omogenei di cose che aleggiano in quelle massime di saggezza che circolano, circolano dappertutto e nessuno più sa chi li ha scritte, forse si sono scritte da sole come la prima cellula del mondo che si è fatta una grande sega e però sono arrivate lo stesso tutte le altre, e quindi liste di argomenti di cui parlare: gli atomi, gli alieni, le galassie tutte, Marte soprattutto che non è una stella; la vita dopo la morte, la morte dopo la vita, la vita dopo la vita e allora ci vuole anche la morte dopo la morte che fa molto per chi suona la campana (ansia); il sesso lo avevamo già detto; tutte le bugie che abbiamo detto; i miei odori preferiti (anche i tuoi, eh); quando eravamo piccoli e quanto siamo rimasti piccoli; cosa ci tiene svegli la notte; la paura; l’insicurezza; le dipendenze; le vigne le palme e i parassiti.

Posso anche parlare di questa cosa che ci sono persone che a quanto pare vampirizzano altre persone e non c’è soluzione se non scappare e non farsi incantare da Twilight.

E pure di quello che ci piace bere e mangiare, soprattutto se c’e un po’ di frutta secca dentro, basta che non mi fai vedere le foto o se proprio devi, che il piatto sia mezzo vuoto o mezzo pieno.

Eppure, nonostante queste infinite possibilità, le small talks arrivano puntuali periodiche perpetue e non basta nascondersi dietro gli occhiali da sole.

Da quante ore sono qui adesso e anzichè collezionare conchiglie sto collezionando sequele (ho sempre voluto dire sequele, mi sarebbe piaciuto di più scrivere pompino, ma non era pertinente) di domande brevi e inutili che si susseguono senza che ci sia il tempo di una risposta. E più che il tempo, l’interesse.

L’unica salvezza è la supercazzola.

COME STAI? – così perché alla fine sto leggendo Controvita di Roth, con queste  persone che rischiano la vita per modificare destini apparentemente irreversibili, ma il realismo mi mette ansia, non mi piace eppure ci ricasco sempre. Però vorrei comprare un cocker fulvo. Credo che mi piacerebbe avere qualcuno che scodinzoli intorno a me tutto il giorno.

CHE FAI? – trovo francamente intollerabile che a volte i rubinetti siano montati al contrario e dal blu esce acqua calda e dal rosso acqua fredda. Forse sono progettati per essere utilizzati nell’emisfero australe?

COME SONO GRANDI I TUOI FIGLI/TI ASSOMIGLIANO/IN CHE CLASSE VANNO – qui veramente dò il meglio di me. Sono alti si, l’idraulico era altissimo. Assomigliano a me per il resto si, a parte che T. ha il pisello e io no, ma l’idraulico si. Grazie al cazzo. In effetti le parolacce sono tornate di moda, uno me lo diceva sempre “chiara non bisogna avere paura delle parole”. Si certo i bambini, devono sapere che le parolacce esistono per non ripeterle, i miei hanno il permesso di usarle a sedici anni oppure quando riportano un discorso con le parole esatte. È diritto di cronaca. Non vanno a scuola perché preferisco non siano omologati: abbiamo un precettore colombiano, ex spacciatore ma si sta inserendo.

QUANDO SEI ARRIVATA/QUANDO PARTI/CHE PROGRAMMI HAI: arrivata stamattina parto stasera: breve ma intenso, bisogna andare via quando partire è doloroso, è l’unico modo di sopravvivere alla noia, che possiamo fare. Progetti per il futuro: sottovalutare le conseguenze dell’amore, altrimenti siamo fottuti.

MA COME SEI SIMPATICA CHE TI LEGGO SU FACEBOOK PERCHE’ NON SCRIVI UN LIBRO – non posso soffro di deficit di attenzione attivo e passivo poi te lo spiego, mi vengono bene solo le liste e gli elenchi, il mio sogno infatti è scrivere liste della spesa da regalare a chi sta entrando in un supermercato e poi raccogliere le firme contro le small talks.

COSA SONO LE SMALL TALKS – una forma di dermatite atipica. Ci vediamo, sono un po’ sociopatica ma chiamami per piacere che ti penso moltissimo e magari prendiamo un caffè uno di questi giorni così ci aggiorniamo su tutto quello che stiamo facendo in questo periodo.

(Senza) perdere lo smalto

Fare una cosa dopo tanto tempo dall’ultima (sottinteso volta che essa stessa medesima cosa è stata fatta) può essere complesso.

È una nemesi, un cytomegalovirus, una diaspora, una peronospera che toglie tutta magia della cosa che che si sta facendo.

Tipo. Chiami una persona che non senti dai mondiali dell’84, e lui/lei/l’altro, anzichè essere contenta della telefonata, prima ti cazzìa perchè i mondiali in effetti occorrevano nel 1986 e poi si rammarica perché non ti sei fatta sentire per tutto questo tempo. E la gioia del risentirsi? Alle ortiche (o ai porci, a seconda del regime alimentare di riferimento).

Tipo II. Ricominci a correre dopo un anno, e anzichè pensare cavolo che bello l’acido lattico (l’acido l’attico. il basico sotterraneo) i rumore dei passi il fiatone i semafori rossi bontà loro gli autobus fermi col motore acceso che puzza le guance rosse post orgasmic chill degli skunk anansie eccetera eccetera eccetera, pensi epperò se non avessi smesso adesso sarei più veloce. E l’endorfina? Alle ortiche come sopra.

Ma abbiamo tempo per tutto questo?

(domanda retorica. risposta ovvia. lascio un rigo giusto per la suspance).

No.

E quindi, adesso che ho aperto questa pagina e non scrivevo da un anno è più, decisamente non ho né tempo né voglia di domandarmi perché non l’ho aperta prima, perché lo sto facendo adesso e – soprattutto – se ho davvero qualcosa di molto grazioso da scrivere. Sarà l’effetto Gep Gambardella con alcuni (ma molti moltissimi) lustri di anticipo.

E così, di punto in bianco (a parte il prologo), sintetizzo solo un preziosissimo insegnamento che ho tratto dalla mia più recente e densissima vita interiore.

(Che poi se essa vita interiore si acquietasse un momento e lasciasse passare così sottobanco almeno una emozione ogni tanto, anche una di quelle minuscole che appunto non darebbero noia a nessuno, tutto scorrerebbe più liscio e senza particelle di sodio. E invece no, ma andiamo oltre).

Esso preziosissimo insegnamento si condensa in una metafora.

Lo smalto (per le unghie) come metafora esistenziale.

Ed essa metafora esistenziale si articola in alcuni sub pensieri, ovviamente contraddittori.

Pensiero n. 1
I rapporti interpersonali sono come lo smalto.
A un certo punto, puoi provare ad agitarlo, a capovolgerlo, a prenderlo in giro con l’acetone o con le apposite gocce di diluente.
Però, se si è seccato dentro la boccetta,
a un certo punto bisogna prenderne atto e buttarlo nel bidone.

***
Pensiero n. 2
Le cose importanti della vita (quelle che non sono cose, come dicono i graffitari) sono come lo smalto.
Devi mettere la base, poi esso smalto medesimo, poi il top coat.
Ma, soprattutto, devi dargli il tempo di asciugare senza fretta.
E, finché non asciuga, non si deve fare niente di niente: non toccare il telefono, non mangiare, non tentare di massimizzare il tempo.
Perché ci vuole il tempo che ci vuole (come direbbe anche il muratore di peppa pig).

***

Pensiero n. 3
Le cose che piacciono sono come lo smalto. Bisogna cercare il colore giusto, la bottiglia giusta, la consistenza giusta. Se si sbaglia si prende l’acetone e si ricomincia.

***

Pensiero n. 4
Molte cose della vita della vita valgono quattordici lettere in quanto sopravvalutate, come lo smalto. E infatti lo smalto semipermanente è inutile e triste come la birra senza alcool (come ebbe a dire Frusciante) ma ci sono un sacco di mani felici che fanno cose felici tenendosi lo smalto sbeccato e asimmetrico. Amen.

***
Pensiero n. 5. The last.
(metafora sintetica, perniciosamente allusiva, dettata dai fumi dell’alcool, e facente affidamento sulla tarda ora)
Lo smalto è come la vita intera.
Tutta una questione di pennello.

***
Pensiero n. 6. (Sorpresa) Metafora della metafora.
Lo smalto è come il vodka martini.
Agitiamoci ma non mescoliamoci.

straziami, ma di spotify saziami. anzi, spotifizzami, ma di baci saziami.

scusate se ritorno sul tema.

(sul tema in realtà non mi ero ancora soffermata, se non tra me e me. ma siccome non posso ignorare di avere già parlato con me stessa, è pur sempre un ritorno).

il tema è costituito dalle cinque ragioni per cui tra una donna e spotify può esistere una relazione assolutamente perfetta.

eccole.

uno. spotify non dice che sono bipolare solo perché nelle ultime ricerche si sono alternati shostakovich, wilco, domenicomodugno, bjork, kung e il quartettocetra di nellavecchiafattoria (ia-ia-o).

due. spotify non dice che sono ossessiva compulsiva perché quando mi piace una canzone la ascolto un numero di volte che va da uno a n.

tre. spotify non dice che sono disordinata perché le mie playing list sono una miscellanea di canzoni (apparentemente scollegate).

quattro. spotify non dice che sono infantile solo perché le mie playing list continuano a chiamarsi “breve eterogenesi dell’udito” seguito dal numero dell’anno (o della stagione, o del motivo scatenante), come facevo in origine con le musicassette, poi coi ciddì, poi con le cartelle di mp3 sul mac. vedi punto tre.

cinque. spotify non mi fa sentire ignorante se non conosco una canzone fondamentale e non mi fa sentire truzza se cerco una tamarrata che ho sentito alla radio.

sei. spotify sa cosa mi piace. mi fa trovare una playing list assolutamente disorganica ogni mattina e il meglio del meglio ogni lunedì. si ricorda cosa ho ascoltato e non mette mai (dico mai) cose che non mi piacciono. ieri mi ha mescolato la vie en rose nella versione di iggy pop, le beatitudini di vladimir martynov (che era un metamessaggio) e la rappresentante di lista della rappresentante di lista. assolutamente perfetto.

ah. avevo detto cinque e invece sono sei?

spotify non mi rompe le scatole se cambio programma.

conclusione: spotify mi conosce come e meglio di un amante.

devo solo capire se è baciabile.

 

 

so-ffritta (lamento vegano)

chissà le cipolle.

cosa fanno le cipolle quando sono tristi?

si spellano, strato dopo strato,

uno spogliarello di lacrime.

fino a quando non c’è più pelle da togliere,

piu niente per piangere.

il naso più di tanto non si arriccia,

la bocca più di così non gonfia,

e il mattone sul cuore non si sente, perché pesa troppo.

eppure a volte non ho altra soluzione,

che farmi cipolla,

piangere quello che serve.

e soffriggere la sofferenza prima che la sofferenza soffrigga me.

e sperare di reincarnarmi in una verdura più fortunata.

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* certi film hanno un effetto cipolla che neanche sette mesi di analisi

** certe canzoni pure: (they long to be) close to you

posso aggiungere willie coyote al presepe?

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e così, meno di una settimana fa il mio bambino numero due
(il mio adorato bambino numero due che è un duenne) è caduto da una scala,
ha battuto la testa, si è fatto male all’orecchio e si è rotto la clavicola.
è buffo perché ricordo che dieci anni fa pensavo che la clavicola fosse l’osso più sexy dell’apparato scheletrico, mentre adesso mi sembra che il mondo intero poggi non sulle spalle ma sulla clavicola di atlante.
ma non voglio parlare della notte in ospedale, della paura, del rumore che fa il cuore di una donna quando si ammacca.
neanche del tassista berna 23 che andava a 27 km orari e, quando in lacrime gli ho chiesto se per favore poteva andare più veloce che dovevo raggiungere il mio bambino all’ospedale, mi ha detto signora se voleva correre doveva chiamare un’ambulanza (pure inappropriato, oltre che maleducato, visto che il bambino era già al pronto soccorso e io, perlomeno all’apparenza, ero sana).
e nemmeno parlare dell’albergatore che mi ha chiamato arrabbiato la mattina dopo per farmi il cazziatone che non sono partita e non sono arrivata in albergo, e quando gli ho detto mi scusi io sono una persona precisa, ma sono all’ospedale eccetera eccetera, mi ha abbracciato con la voce e mi ha detto di non preoccuparmi, per cui per ogni stronzo che si muove c’è una brava persona che sta ferma, e quindi il mondo resta in equilibrio nonostante tutto.
niente tristezza che non piace a nessuno leggere le cose tristi,
e soprattutto perché la testina stava bene, dopo tutto,
e, dopo tutto, mi sono solo dimenticata di respirare per trentasei lunghe ore.
voglio scrivere solo di come un duenne si rompe la clavicola e va in giro con una manica della felpa a penzoloni perché il braccino è lì dentro tutto fasciato,
e sembra un incrocio tra napoleone e un veterano di guerra,
ed è un piccolo, piccolo, eroe.
perché il duenne non si lamenta.
non fa l’elenco delle cose che non può fare,
nel giro di un niente impara ad alzarsi e sedersi in questa nuova versione,
impara a fare tutto col braccino sinistro, come se fosse sempre stato così.
e fa tutto, tranne togliere i tappi ai pennarelli ma per questo c’è la mamma.
ogni tanto dice ai-ai ma si tocca parti del corpo che non si sono fatte male,
e io gli dico vuoi un bacio, e lui dice sisi e comincia a ridere.
e non so se tutto questo ha senso e sentimento per tutti quelli che non sono mamma o che non sono me.
però è un piccolo pensiero dicembrino, mentre tutti cantano a natale puoi,
e vorrei aggiungere a natale puoi non perderti di animo, rimboccarti le maniche (una o due a seconda dei casi), non dimenticare di respirare e di provare a sorridere.

ps. colonna sonora Elliphant, North star (bloody christmas)
(“and we dance around the tree”)

odio novembre

l’ora solare d’inverno, quando ero piccola,

odorava di buio, di paura, di luci dalle finestre,

di bisogno di casa, di monotonia,
di pennelli, di latte biscotti e di film,

sperando che l’ora di dormire non arrivasse mai,

sopra certe poltrone celesti che sembravano grandissime e potevano diventare letti, astronavi, barche.

l’ora solare d’inverno, adesso che sono grande,

ha lo stesso odore,

nasconde le stesse paure.

solo che sono grande e devo fare finta di niente.

ma a novembre non ci riesco, anche se le poltrone azzurre me le sono portate dietro,

e le ho ritappezzate di verde, di viola e di righe.

ho paura lo stesso e vorrei solo addormentarmi in braccio.

quaranta giri al minuto

se trattassimo le emozioni con la stessa gentilezza con cui guardiamo alle vitamine,

senza ossidarle,

senza frullarle,

senza centrifugarle,

senza tagliarle con lame di metallo (per carità),

ma

lasciandole vive,

cercando il succo,

con molta lentezza e con gli abbinamenti giusti,

il nostro sistema cardiocircolatorio funzionerebbe meglio

affronteremmo meglio i gerundi, i radicali liberi, i mali di stagione

e,

soprattutto,

le nostre parole profumerebbero di gelsomino azzurro.

Blue Sky Plumbago

E = m(amma)c2

Se si potesse contare quante volte
ogni giorno
viene ripetuta la parola mamma
e poi
trasformare la parola in energia,
come fosse vento o sole,
avremmo petrolio d’amore
e zero conflitti.

allineamenti

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che si nasce fuori dalle righe.

poi la vita allinea tutto, rassicurante, ordinata, prevedibile come la grafica di un libro.

giustificata.


 

      per avere un guizzo

di libero arbitrio,

         un apostrofo anarchico

          tra le parole vado a capo,

     un impulso fu’turista

       senza perdere la libertà,

 

restiamo pagine giustificate

ma, almeno, giustifichiamo a sinistra.

 

 

 

buoni propositi (e cattivi pensieri)

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C’è stato un tempo in cui di anno in anno, di agenda in agenda, di stazione in stazione (come direbbero quei due) ricopiavo i pensieri che volevo portarmi dietro per un altro anno (un’altra agenda, un’altra stazione).
Ne avevo uno, di Pavese (l’inventore dei famosi biscotti): l’unica gioia é cominciare (qualcosa del genere). Stava molto bene il primo gennaio e stava molto bene con me, che passo dai facili entusiasmi agli improvvisi avvilimenti (come diceva lei): per le persone, le cose, i passatempi, i libri, le verdure e andando vedendo lettera testamento bim bum bam.
Ma non vi voglio parlare dei corsi iniziati e mai finiti (credo di avere fatto due mesi di flamenco una volta. nel frattempo avevo comprato gran parte della discografia di paco de lucia). Nè della mia collezione di “INTRODUZIONI A” (all’arte del bonsai, alla cura del coniglio nano, ai tarocchi….). Neanche della mia recente passione per le cavolfioracee e le broccolacee che fanno tanto tanto bene e che declino nelle loro cinquanta sfumature di abbinamenti (per esempio cavolfiore al curry? non c’è gara neanche con il più indiano dei polli).
Niente di tutto questo.
Solo che l’approssimarsi del duemilaquindici, che mi sembra un numero bellissimo, mi entusiasma, mi riempie i polmoni, mi sembra un regalo meraviglioso, una nuova mano di poker avendo a disposizione un vassoio di fiches.
Sappiamo tutti che il tre gennaio sarò triste.
Ma intanto mi godo l’attesa e la speranza.
E formulo propositi (sperando che non condividano la sorte dei buoni consigli di boccadirosa).
Ne ho tantissimi.
Ne metto quattro nero su bianco. I più egoisti.
1. Come dice la mia infatuazione parigina numero due (C. De Maigret) essere sempre fuckable: quando sei in fila in pasticceria la domenica mattina, quando vai a comprare champagne di notte, perfino quando prendi i bambini a scuola.
E siccome ho due bimbi e siccome spesso il mio lavoro lo faccio a casa, chiusa nei mio studio a scrivere, prometto che non resterò in pigiama oltre un tempo ragionevole dopo la colazione (nè sostituirò il pigiama con la tuta blu). E questo nonostante la mattina (quando dormo) sono fighissima e nonostante la mia tuta blu abbia il suo perché.
Non c’è secondo fine. Il fine sono io.
La qual cosa ha una serie di postille e corollari.
Tipo razionalizzare l’armadio, eliminare il brutto e l’inutile, non mettere la stessa cosa due volte di seguito.
O anche struccarsi la sera sempre e, già che ci siamo, mettere la crema nelle mani (e forse anche nei piedi).
2. Strettamente collegato al punto numero uno.
Trattare il corpo come macchina. No, non è una buona metafora, almeno per me. Che non lavo la macchina mai e non aggiungo l’acqua nel serbatoio dei tergicristalli.
Trattare il corpo come un diamante, piuttosto.
Continuare a correre.
Andare avanti nel progetto: non mangerò più animali che siano stati partoriti con dolore.
Ricordarsi comunque che non è che devo prendere la patente di vegetariana e che quindi faccio un poco come mi pare, senza dovere necessariamente rispondere a chi mi interroga sul mio rapporto passato presente e futuro con il pesce con le uova con il latte. E che ci può anche essere un rapporto occasionale fedifrago e incoerente con il pata negra.
3. Essere stronza.
Lo so che é Natale e bisogna essere più buoni.
E so anche di non essere particolarmente buona, per cui forse potrei anche non avere bisogno di questo proposito.
E invece si.
Voglio essere stronza con gli stronzi.
Magari non alla prima, che ci metto la buona fede.
Non alla seconda, che posso anche trovare giustificazioni psicologiche, compresa l’insicurezza (e al limite pure la stupidità).
Ma alla terza cattiveria risponderò, che si sappia.
Tenere i sassolini nelle scarpe troppo a lungo fa venire i calli. E io ho anche promesso di usare la crema nei piedi (vedi punto uno).
Nota: il calcolo delle tre volte avverrà retroattivamente, i.e. tenendo conto delle soverchierie archiviate nella mia ram emotiva.
4. Essere riconoscente e felice.
Di tutto quello che ho, che è tutto quello che desideravo
(ho qualche lieve aggiustamento da fare, ma poche cose nella mia dinamica del tutto).
Innaffiare le mie rose: avere cura delle persone che amo e dello stesso amore. Proteggerli (anche dagli stronzi, e dagli stronzi che mi rendono stronza, e quindi anche dai miei cambi di umore, per quanto possibile).
Respirare, ridere e farla semplice.
E non lasciare che le cose sciocche rovinino tutto, che mi facciano perdere tempo, che non mi facciano godere di.
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
E neanche le conseguenze dell’umore.

E mi fermo, che ho paura di ritrovarmi come il giovane holden che guarda l’attimo fuggente tenendo siddharta sottobraccio.
(Proposito numero cinque: non perdere tempo con le cose che non mi piacciono, anche quando a molti piacciono. Che la vita è breve).

Tanti cari auguri.
Che ci sia magia.
Che ci sia meraviglia.
E, possibilmente, champagne a fiumi.

less is more (e l’amore?)

 

confesso.

vorrei essere essenziale e minimalista. questo mi renderebbe più semplice. più facile. possibilmente anche meno rompicoglioni.

mi piacciono le donne che vestono rigorosamente di nero o di bianco o di cosiddetti colori soft. ma se indosso un tubino nero, faccio la coda e metto pure le ballerine, poi non resisto e aggiungo una collana a fiori.

mi piacciono le case con molto bianco e molto spazio. ma adoro vedere i bambini che si arrampicano su quelle vecchie poltrone di quando io ero piccola, appiccicherei foto e disegni ovunque e (già che ci sono) avrei anche due archi che mi piacerebbe dipingere di giallo (e ci scriverei anche “let sun shine in”).

metto in ordine il mio armadio, ma non riesco proprio a buttare la maglietta di quel concerto, il maglione viola (sic) che avevo la prima volta che ci siamo baciati, la gonna plissé lunga di seta e celeste che non ho mai messo.

mi piacciono anche le tavole sobrie. eppure se sono da fouchon vorrei comprare due tazze bianche e fucsia. se sono da starbucks due tazze bianche e verdi. e lascio perdere cosa mi succede prima di Natale.

anche questo blog. tento di adottare un layout abbastanza bianco. poi cedo e passo al colore. e sono anche tentata di adottare un certo tema con dei palloncini che si muovono.

tutto questo è lo specchio di qualcosa?
ho forse un animo massimalista? (non è che divento socialista alla maniera degli anni ottanta?)
sono disordinata dentro? sono insicura? ho l’horror vacui? ho paura della solitudine? dell’abbandono?
forse si, lo dirà lo strizzacervelli un giorno.

per il momento, posso ammettere che sono un’accumulatrice seriale di emozioni.

ho cinquanta sfumature di amore.
che le sfumature oggi vanno anche di moda.
il numero uno è quando sono arrabbiata e tu non capisci perché, e questo mi fa arrabbiare ancora di più. ma se non ti amassi non mi arrabbierei. questo prova troppo ma è la verità.
il numero cinquanta è troppo facile da descrivere.
nel mezzo c’è la vita.
ci siamo noi che cresciamo.
ci siamo non che non cresciamo.
c’è anche la voglia di mollare gli ormeggi, non è che non si può dire. ma è sempre più forte il desiderio di tornare a casa.
c’è la promessa di cambiare me anche se non so bene da che parte cominciare.
c’è il desiderio di cambiare te, ma anche se non cambi va bene lo stesso.
c’è l’evoluzione delle nostre notti bianche. stare svegli per fare robbba. stare svegli per litigare. stare svegli per addormentare qualcuno. ipotizzare di stare svegli a fare robbba quando qualcuno dorme. e quando qualcuno si sveglia c’è il nuovo metodo contraccettivo: filius interruptus. ma non abbiamo poi troppo sonno per fare robbba?
c’è che quando eravamo meno stanchi, eravamo più splendidi e la mattina anche più languidi. ma ci sono i due splendori ora che fungono da copriocchiaie. (stavo per scrivere touch eclat, ma mi sono limitata: è un progresso?)
c’è il pacchetto completo dei nostri cromosomi. diversamente compatibili.
che stanno insieme come la metafora del calabrone che nessuno sa come fa a volare eppure vola.
e nessuno sa come facciamo stare insieme eppure lo sTiamo.
con la nostra ribellione alla statistica
– quella della canzone, che piace tanto.
perché è vero che ogni volta che una farfalla batte le ali,
qualcuno tradisce qualcuno, e ci sono almeno cinquanta sfumature di tradimento.
e allora ogni volta che due persone si compattano a tartaruga come nel rugby (che poi non so neanche come si gioca, quindi non so se la tartaruga c’entra qualcosa o no), questa si che è una bella ribellione alla statistica.

ho abusato con le metafore.
ho cambiato registro.
sono andata fuori tema.
il tema era il minimalismo.
perché in effetti forse tu staresti meglio con una donna minimalista e dal pensiero lineare.
e invece ti è toccata una pazza che non rinuncia alle poltrone con la mosca d’oro
e che ha il pensiero scomposto (ma sempre amorato).

P.P. (post pubblicitario a modo mio): mamma club & secret garden

I montanari che si incontrano su per le montagne si salutano, anche se non si conoscono.

I marinari che si incontrano per mare si salutano, anche se non si conoscono.
Le mamme che si incontrano mentre spingono passeggini, non si salutano, se non si conoscono.
Piuttosto, fanno quella che – ai gloriosi tempi di sex and the city – chiamavamo radiografia alla niuiorkese, e anche un po’ peggio.
Prima di tutto sguardo traverso al marmocchio, per capire numero di mesi e collocazione nella scala dei percentili.
Segue velocissima occhiata al passeggino, per valutarne collocazione nella scala cromatica e acrobatica dei passeggini.
Infine analisi impietosa alla mamma concentrata su: età, numero chili in più (o in meno) rispetto all’indice di massa corporea (rapporto del peso espresso in Kg e l’altezza espressa in m al quadrato), borse – non quella sottobraccio o a spalla, secondo le regole auree della radiografia alla ny – ma quelle, meno pesanti e non griffate, sotto gli occhi.
Segue paragone con la propria condizione che determinerà l’umore dei successivi dieci minuti e indirizzerà verso scelte più o meno sconsiderate: bombolone alla crema, iscrizione a un corso di mille ore di pilates, acquisto di una borsa (sottobraccio o a tracolla… dopotutto ci sono tutti questi aggeggi del marmocchio da sistemare).

Questa immagine mi fa girare le scatole per almeno due ragioni, una di ordine più generale, una di ordine particolare.
In termini generali perché se le donne, tra donne, fossero meno competitive e più solidali, meno oche e più coalizzate ci sarebbe più spazio per loro nel mondo e meno bisogno delle quote rosa (che diciamocelo, se la quota rosa la occupa una papera starnazzante, preferisco un maschio testosteronico: almeno non danneggia l’immagine della classe). Ma questo è un altro tema.

In termini particolari perché una donna che è diventata mamma non ha bisogno di etichette e di giudizi
(io l’ho capito in ritardo la prima volta e al secondo giro non mi sono fatta fregare).

Ha bisogno di sentirsi dire che è tutto normale.
Normale la voglia di piangere e quella di ridere.
Normale il senso di colpa quando si sta col bambino e non si lavora. E il senso di colpa quando si lavora e non si sta col bambino.
Sono normali i dubbi: mangia poco, mangia troppo, dorme poco, dorme troppo, è vestito troppo o troppo poco.
Normale il desiderio di sapere quando. Quando dormirà, quando camminerà, quando mangerà da solo, quando dirà mamma, quando sarà indipendente (che poi indipendente non sarà mai perché la mamma è sempre la mamma e un pezzo di cuore è ipotecato per sempre).
Normale essere sovrappeso. Normale essere infastidite dall’essere sovrappeso. Normale odiare chi ti dice che sono chili benedetti.
Normale avere un marito/compagno/amante/fidanzato/idraulico che non capisce. O non capisce fino in fondo. O che capisce ma c’è sempre voglia di dirgli che non capisce.
È normale dare la colpa agli ormoni. Alla prolattina. Al ciclo che è tornato (o non è tornato ed è anche peggio).
È normale citare Erica Jong: “Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera”.

Di questo ha bisogno una mamma.
Di essere rassicurata.
Di sentirsi dire che nessuna mamma è perfetta.
Ma ogni mamma è perfetta per il suo bambino.

***

Ed è per questo, ma anche per organizzare incontri e attività, che un gruppo di donne (di Donne per Firenze) ha creato Mamma club: uno spazio itinerante dedicato alle future e neomamme per sostenerle nellʼesperienza unica di essere madre.
Trovate tutte le info cliccando QUA!

Il Mamma club farà il suo debutto ufficiale (con tante e tante graziosissime attività) in occasione di Secret Garden, un giardino segreto allestito a Firenze nel Complesso Monumentale delle Scuderie Reali e delle Pagliere, con mercatini, laboratori e attività per grandi e piccini, allo scopo di raccogliere fondi e sensibilità per sostenere l’ospedale pediatrico Meyer nel suo preziosissimo compito di curare i bimbi.
Di nuovo, copioincollo l’indirizzo web: QUI

Perché, dimenticavo, quando si diventa mamma si amano tutti bambini del mondo,
e il cuore si stringe ogni volta che un bambino piange
(anche i casi disperati come me, che nella mia vita precedente assimilavo i cuccioli di ogni specie in un generico: “oh che grazioso, adesso posiamolo”).

Ci vediamo alla Mamma Club e ci vediamo al Secret Garden,
con le tasche piene di amore e di taking care of.

per Bianca

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Cara Bianca,
ti scrivo e non so bene se sono in ritardo o in anticipo.
Cinque mesi fa è arrivato Tancredi (forse quando potrai leggere saprai anche da dove è arrivato),
e tu non sei più l’unico centro del mio mondo (e forse neanche del tuo).
Ma la geometria del mio cuore non é euclidea e può contenere più di un punto da amare senza se e senza ma. L’amore non si divide, si moltiplica: lo so da quando ho visto il tuo cuore battere alla prima ecografia, e quando ho visto quello di tuo fratello alla (sua) prima ecografia.

Però ti devo chiedere scusa.
Scusa per tutte le volte che sono stata troppo stanca per.
Per le volte che il suo sonno sembra più importante delle tue risate, e bisogna gridare piano.
Per le volte che non riesco a prenderti in braccio.
Per le volte che la pasta è scotta o è sempre e solo con l’olio.
Per tutte le volte che la favola della buona notte o del buon pisolo è troppo corta perché devo allattare.
Per tutte le volte che sono arrivati giochi e vestiti solo per lui. E  tu hai solo aperto i pacchetti.
Scusa per tutte le volte che ti ho chiesto (o ti ho detto) di stare ferma – di fare da sola – di fare la brava – di fare la grande – di fare silenzio – e perfino di fare rumore – di cantare – di fare i tuoi spettacoli.
Scusa se quando é nato Tancredi le tue mani mi sono sembrate incredibilmente grandi e le tue gambe incredibilmente salde.

Ma lui è arrivato anche per te.
Perché faccio tanti errori e quando cresco te, cresco anche io.
A volte non so dove andare, e l’unica bussola che trovo è quella delle emozioni:
metto il mio cuore dentro di te e mi chiedo: come si sente?
E poi penso al tuo piccolo cuore che diventerà grande e penso: cosa gli serve?
A me sarebbe tanto piaciuto avere un fratello o una sorella.
L’ho capito tardi, quando ho avuto la mia prima botta nel cuore e ho sentito che, in effetti, non sono io il centro del mondo.
L’ho sentito ogni volta che ho perso l’affetto di qualcuno su cui credevo di potere contare.
E lo sento ancora, quando vorrei condividere di più.
E sapere che voi siete due mi riempie.

Suppongo che litigherete. Forse per i giochi. Forse per i vestiti (…). Forse per niente o forse per tutto.
Ma farete pace mille e mille volte.
E costruirete il vostro insieme.
Giocherete. Salterete. Vi schizzerete e vi sporcherete.
E viaggerete insieme nei vostri seggiolini.
Riderete. Piangerete.
E vi coalizzerete contro di me.
Vi ascolterete. Vi ricorderete di quando.
E ci sarete. Quando ci sarà da festeggiare e quando servirà solo un abbraccio.

Perché avete gli stessi occhi larghi.
Lo stesso pollicione del piede.
E le Vostre anime sono state accordate con lo stesso diapason.

E allora scusa amore mio, se adesso ti senti a volte un po’ così.
E scusami se non sai neanche di sentirti un po’ così.
E scusami anche se non sto facendo qualcosa di fondamentale che sta scritto in qualche libro che non ho letto.

Ma ricordati che tu sei e rimani la mia prima bambina.
La mia prima volta di tante cose.
Che sei e rimani la mia piccola e grande principessa del cuore.

E che tutto sarà bello.

rifugiati emotivi

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il rifugiato emotivo ha il cuore afflitto e anche un poco perseguitato,

un vortice di emozioni fuori controllo,

vorrebbe un cerottino, un brodo caldo, una coperta. 

il rifugiato emotivo prima o poi scappa,

ma non tutte le convenzioni riescono col buco. 

mamma 2.0.

image

c’è una parola che resiste a tutto.
perché l’amore può anche trasformarsi,
l’amicizia è questione di fortuna,
neanche il sesso basta,
e pure il lavoro più bello é un gioco al rialzo.

ma c’è una parola che sta sveglia la notte e il giorno,
più dolce del latte, più calda del sangue,
che è felice, e se non è felice va avanti lo stesso.
che è istinto ed evoluzione,
ragione e sentimento,
cuore e pancia e anche testa.

che risponde sempre,
che rinuncia a volte,
che sposta i confini
che comunque ci prova,
che cresce anche lei.

aspetto un altro bambino.
si dice che siano le madri a dare la vita, ma in verità é proprio il contrario.
sono felice? si
sono un poco sgomenta? si
so che é normale, e che esiste un mondo di emozioni che non ho cercato, ma che voglio più di ogni altra cosa.

Inviato da iPhone

ultimo chimoletro

sembra che il folto pubblico dei miei fedeli lettori….
(scherzo, non ho un folto pubblico e comunque se avessi dei lettori non li vorrei fedeli, piuttosto leali, e così anche gli amici e così anche gli amanti – il plurale è di stile)

…sembra che i miei occasionali lettori abbiano apprezzato le mie riflessioni sull’ultimo biscotto come farinacea metafora delle occasioni che passano, che scivolano dalle mani come le ceneri di Mitch sparse da Drew in Elizabethtown.

ebbene, mi sbagliavo. vi ho fuorviato e ho fuorviato me stessa in un mood nostalgico apparentemente consolante come può consolare una petite madeleine, senza considerare però che anche le madeleine allappano. e anche un ricordo può restare appiccicato al palato e allora cosa fare: lasciarlo lì, nell’incapacità di staccare quella dolcezza fastidiosa. oppure berci su qualcosa, o spingerlo con la lingua, inghiottirlo, tenerlo dentro, metabolizzarlo, trattenere il buono lasciando andare le scorie (e qui mi arresto).

e solo questo volevo dire. mentre fuori piove anche siamo in  primavera inoltrata e tutti fanno battute sul fatto che è ancora inverno, mentre dovrei correggere una paccata di compiti di diritto amministrativo, mentre non riesco a smettere di ascoltare antony and the johnsons domandandomi chi siano questi johnsons.

questo. che la vita non è fatta solo di ultimi biscotti e neanche di penultimi biscotti.

ma anche di ultime miglia. di ultimi km. di ultimi cento metri.

di ultimi spazi in cui siamo fatti per provare tutto per tutto, tutto al quadrato e poi succeda quello che succeda.

forse c’è un ormone apposito.

forse è un qualche velo lacrimoso sugli occhi.

forse è solo la capacità di sperare. o di sognare. o di illudersi.

forse è l’emisfero quello sinistro, della irrazionalità. o è il destro?

dove si trova la forza di correre gli ultimi km di una maratona. o di una mezzamaratona. o di una 10 km non competitiva. o di quello che è.

di alzarsi dieci volte a notte fonda per dare aiuto a chi ne ha bisogno.

di asciugarsi gli occhi o di mordersi la lingua per fare finta cha vada tutto bene e andare avanti. sapendo che spesso  è impossibile fare finta di niente, ma si può andare avanti lo stesso.

di chiedere scusa quando davvero si vuole chiedere scusa, oppure quando si è disposti a tutto per fare pace.

di annaffiare una pianta stanca.

di spingere per fare uscire questo bambino. di volere a tutti i costi un bambino anche se è tutto molto complicato.

di provare e riprovare e di non sentirsi della caccole appiccicose solo perché a volte ci identifichiamo con le nostre emozioni e non sempre sono emozioni equilibrate.

ci sono tantissimi ultimi km, anche quando sembra tutto fermo, e anche quando i biscotti sono finiti.

e c’è sempre un buon motivo per correre.

questo volevo dire.

 

ps. “Nessun vero fiasco è mai derivato dalla mera ricerca del minimo indispensabile. Il motto delle Forze Speciali dell’Aeronautica Britannica è “Chi osa, vince”. Un piccolo germoglio di vite è in grado di crescere anche nel cemento. Il salmone del Nord-Ovest del Pacifico è pronto perfino a morire per la sua ricerca, viaggiando centinaia di miglia, controcorrente, con un unico scopo: il sesso naturalmente. Ma anche… la vita”. (Drew)

quando ti accorgi che è tardi, è tardi.

il penultimo biscotto dovrebbe avvertire.

dovrebbe dire: “ciao! sono il penultimo biscotto del pacchetto. ma sono l’ultimo che puoi mangiare senza la delusione da pacchetto finito”.

invece il penultimo biscotto non avvisa mai.

e tutti si accorgono solo quando arriva l’ultimo biscotto, e il pacco è finito. amen.

anche la penultima goccia dovrebbe avvisare.

quella che non  farà traboccare il vaso.

dovrebbe dire “ciao! sono la penultima goccia. dopo di me, se ne dovesse arrivare un’altra, il vaso traboccherà”.

(che poi, per inciso, perché tutte ste gocce debbono confluire in un miserrimo vaso? perché non usare quantomeno una vasca da bagno?)

e invece nessuno avvisa che siamo alla penultima goccia, tutti aspettano l’ultima per dire: “ah, il vaso è pieno” – con le conseguenze del caso.

è un poco come la cosiddetta punta del cosiddetto iceberg. arriva la punta e insieme arriva tutto il resto. putupumf (direbbero i futuristi, o un bambino di quindici mesi, uno a caso).

e così.

così ti lascio, perché mi sono innamorato di un’altro/a/e/i/u (sono sessualmente molto corretta).

così non siamo più amici, perché sono troppo deluso.

così ti licenzio, perché hai sbagliato.

così ho deciso di cadere, come il quadro di baricco, perché il chiodo si è stancato.

così ho ricominciato a fumare, perché e non c’è neanche un perché.

così non ti entro più, perché sei troppo grasso o troppo magro (sono anche nutrizionalmente molto corretta).

così ho cominciato a piangere, perché non ce la faccio più, e – visto che il vaso è pieno – le lacrime hanno un sacco di spazio per allargarsi.

così è quel momento: che subito prima non credi non sai non te lo aspetti, e subito dopo oh-cazzo.

ah.

ci vorrebbe un orologio di sessantuno secondi e sessantuno minuti. (se ciò avrà conseguenze sulle ore, e sul calendario gregoriano intero, non sta a me dirlo).

un attimo in più per ripensarci, per riprovarci, per risperarci, per riconsiderarci, per rintintintinnarci.

anche solo per guardarsi allo specchio.

o fare un respiro.

o decidere.

un secondo supplementare. se li danno alle partite di pallone, perché non anche alle cose di vita?

forse sto pensando a qualcosa qualcuno qualquando o qualquando.

oppure vorrei un altro biscotto.

 

ps. non ho ricominciato a fumare.

Parto (verso un nuovo mondo)

I luoghi comuni della gravidanza e della maternità non sono gli ospedali, le cliniche, gli studi dei ginecologi.

Sono frasi sparse come le trecce morbide che la cultura pre-femminista ha subdolamente instillato nella mente di ogni donna.
Una di queste è, aprendo e chiudendo le virgolette:
“i dolori del parto si dimenticano”.
Sovente questa frase si accompagna a comparazioni del tipo (sempre aprendo e chiudendo le virgolette): “sono come i dolori delle donne (le dimostrazioni, n.d.C.), solo un poco più forti”.
oppure (se è presente un esponente del sesso maschile che proprio non riesce a frenare il dominio del proprio testosterone): “i dolori del parto si avvicinano alle coliche renali, che sono i dolori più forti che si possano sopportare” [aggiungo, incidentalmente, che io ho avuto anche le coliche renali e posso testimoniare che il travaglio è ben più tosto).

Ecco. Io posso dimenticare dove ho parcheggiato la macchina.
Posso dimenticare di fare una telefonata. O di comprare il fruttosio al supermercato.
Posso anche dimenticare il nome di un autore che ha pubblicato con sellerio tipo marco malvaldi, che trovo gradevole. Non mi piace quanto carofiglio, ma mi piace).
Ma non credo che dimenticherò mai i dolori del parto.
Né credo che siffatti dolori possano essere leniti con le tecniche di aiuto contro i dolori dimestruali, tipo assunzione di un fan (singolare di farmaco antiiiiinfiammatorio non steroideo), posizionamento di una borsa dell’acqua calda sull’addome, lamentele morbidamente accusatorie dirette al maschio di turno.
E credo che qualunque maschio dovrebbe avere la decenza di assumere sul tema lo stesso atteggiamento di Wittgenstein. Decoroso silenzio su quanto non si conosce.

Attenzione,
Mi rendo conto che una certa leggerezza sul tema sia sollecitata dal timore che il terrore del dolore (oibò che bella rima pomiciata) possa inibire la volontà generatrice (sulla quale Nietzsche avrebbe forse potuto soffermarsi con un saggio del tipo: la superdonna e la volontà di creazione).
Però anche la morte di babbo natale in fondo rende i bambini meno buoni (eppure ogni tot anni nella vita di un bambino, il suo babbo natale smette di esistere).
E poi diciamocelo, questa bivalenza delle donne in gravidanza/maternità: che quando parlano con una non-mamma è tutto rose e fiori: la gravidanza è il periodo più bello, e i capelli sono lucenti e la pelle morbidissima, e i dolori del parto si dimenticano appena finito, e la cacca del bambino puzza di yogurt….
E poi quando parlano con una gravida o con una neomamma tutto diventa buio: la gravidanza i chili e le gambe gonfie, i dolori atroci del parto, la fatica cosmica di tutte le attività immanenti nello status di mamma …(su questo tema mi riservo di tornare, prima, durante o dopo).

La verità vi prego sul dolore!
O, almeno, un poco di relativismo e di sincerità.

E allora vi racconto il mio parto.

Dopo 9 mesi (40 settimane per gli addetti ai lavori) di ormoni altalenanti,
di turbiniiiiii di emozioni,
di felicità e paura,
di gioia e lacrime,
(perché, attenzione, i nove mesi non servono solo alla creatura, servono alla futura mamma per abituarsi all’idea che non sarà più singolare, ma sarà un essere plurale; e questo è meraviglioso ma a tratti anche spaventoso; nessuno me lo aveva spiegato prima, e io passavo dalla gioia al pianto, al senso di colpa per il pianto alla gioia e poi di nuovo, con scorribande nella categoria: e come faccio a lavorare adesso che sono precaria come le foglie di Ungaretti???)

Dopo 9 mesi di corpo che cambia (altro che la canzone…)
Dalla 40 alla 42 alla 44 ad maiora…
Di tette che gonfiano di una due tre taglie (ma che, ahimé non fanno sesso a nessuno)…
Di disturbi variamente dislocati (tipo 6 mesi di nausea e alimentazione gelato alla nocciola e patate)…

Dopo 9 mesi di ansie per la salute del fagiolino, che poi diventa noce, mela, zucca, e cocomero…

Dopo 9 mesi di shopping mentale e 2 mesi di forsennato shopping rosa e bianco…

Dopo tutto questo e molto di più,
scade il cosiddetto termine.
E siamo qui, ad aspettare che succeda qualcosa.
Tipo la rottura delle acque, mitica come l’apertura del mar Morto.
La comparsa di segni misteriosi come i cerchi sui campi di grano.
Un dolore nuovo all’altezza dei reni, dello stomaco (c’è chi parla anche dell’orecchio sinistro…).
Con la paura che il cordone ombelicale si trasformi in una sciarpa di orrore.
E con la curiosità sempre di più, sempre più grande, come sarà?

La cosa incredibile è che gli ultimi giorni, venivo assalita dal dubbio (stimolato dalla tralatizzzzzzia frase: i dolori del parto si dimenticano) “e se non me ne accorgo?”

E invece me ne sono accorta.
Alle 4 la notte comincia una sensazione come da contrazione. Le contrazioni appunto.
La sensazione come di essere in una morsa. Forte da non dormire, ma non abbastanza forte da smettere di parlare e di ridere e di emozionarsi. Nei cosiddetti intervalli.
Si perché le contrazioni sembra che abbiano un cronometro.
ogni otto minuti tondi tondi.
e Marito con l’orologio in mano.

Faccio la splendida. Aspetto le sette di mattina (di otto minuti in otto minuti) e vado in clinica.
Con i miei piedi. Impiego mezz’ora per fare cinquecento metri, ma arrivo.
Vengo scrutata e tracciata (chi ha già dato, sa…).
La mia ostetrica (che nell’ultimo mese sapeva di me cose che neanche al prete avrei detto) mi comunica che eravamo indietro, non si può sapere ancora quanto ci vuole: “che vuoi fare, resti qui o vai a casa?”
Vado a casa, mi dico e dico.
Impiego almeno 45 minuti per fare i soliti cinquecento metri.

Cerco di riposare, cerco di mangiare, cerco di capire.

A un certo punto le contrazioni cambiano.
Più lunghe, più forti, più frequenti (breve rimembranza del concetto di frequenza, sepolto in una mattina di liceo di N anni fa).
Ogni 5 minuti una cosa da togliere il respiro per cinquanta secondi.
Sto seduta per terra appoggiata all’armadio. Ascolto Bach. Mi accorgo che l’Ave Maria più o meno dura quanto una contrazione. Ne approfitto.
Capisco che è impossibile non accorgersi che si sta per partorire.
Non riesco a muovermi.

Qualcuno mi dice che è tempo di uscire “sennò la fai qui”.
Col piffero che riesco a camminare. Taxi per fare cinquecento metri.
Clinica.
Ostetrica. Scrutamento e tracciamento. Sono in travaglio, oggi partorisci.
Lo sospettavo.

Mi danno la mia stanza. Verdeacqua. O piuttosto salvia. (non è il momento di giocare al pantone).
Mi rimetto per terra.
Passa un’altra ostetrica che si domanda come mai sto per terra se c’è un letto e una poltrona.
Non posso rispondere.

Il viso di mia mamma che mi dice: lo so che stai malissimo e sto malissimo perché non posso fare niente per aiutarti. Mamma non posso guardarti perché so che sai e mi dispiace farti sapere che hai ragione che sto malissimo e non so come fare.

La mano di G., che non mi lascia neanche un attimo. Infatti ti prego non lasciarmi perché non so cosa succede, non so se ci riesco, non so se ce la faccio.
Fammi il conto alla rovescia di ogni contrazione quanto manca alla fine, sempre 55 secondi.
Come quando ho fatto le montagne russe che non rifarò mai più, l’unico modo di farle era fare il conto alla rovescia di quanto manca alla fine.
Solo che le contrazioni sono un minuto si e uno no.
E non si sa quanto ci vuole.
E gli esercizi sulla respirazione che non servono.
E il verde salvia dappertutto.

Puttana Eva.
Tutta colpa di Eva e della maledettissima mela per cui l’uomo lavora e tu, donna, partorirai con dolore. E mi domando, ma come fa una donna (che ha partorito con dolore) a chiamare sua figlia Eva?

L’ostetrica che va e viene.
L’ostetrica che dice siamo a buon punto.
L’ostetrica telefona al mio ginecologo. Il mio ginecologo arriva.
“La vuoi l’epidurale?”
Fatemi quello che volete, apritemi, rigiratemi, ma io scoppio.

Flebo di zucchero.
Lettino.

Cambio di scena.
Sala parto e dintorni.
(allora sono vicina per davvero).
Penso ad Aprile di Moretti Nanni, arriva l’epidurale.
Mezz’ora di tregua.
Mezz’ora seduta, le contrazioni lontane lontane.
Riprendo energia. E’ dalle 4 che sono sveglia, è dalle 10 che soffro notevolmente, dalle 12 che impazzisco e sono le 17 e più….

Finisce l’effetto della dose di epidurale.
Ne vuoi ancora? Sei vicina. Molto vicina.
Non ne voglio ancora.

E qui il vero cambio di scena.
Sento di nuovo le contrazioni ma il dolore si trasforma.
Diventa un irresistibile desiderio di spingere.
Scendo dal lettino con un gesto relativamente atletico,
mi accovaccio per terra come in una canzone di Battiato Franco,
mi sento come la prima donna sulla terra,
tutt’uno con lo spazio cosmo (e non ho mai avuto ascendenze mistiche né panteiste, io….)
sento una forza incredibile dentro
e diventa la cosa più naturale del mondo,
come se avessi partorito da sempre,
come se tutte le donne del mondo stessero partorendo con me.
E spingo, accovacciata per terra come una leonessa.
Sento che è il momento più bello della mia vita, e infatti è il momento più bello della mia vita.
In quello spingere, in quella energia, c’è tutto un senso nuovo.

Una voce fuori campo mi dice che devo sdraiarmi che ci siamo, sennò cade per terra il mio amore.
Mi sdraio o mi sdraiano, una ultima spinta ed è fuori.
Una sensazione incredibile e un miracolo.
Mi appoggiano sulla pancia Lei che prima era dentro di me.
E ripenso a chi ha detto che la gravidanza è simile alla pazzia. La donna è una, diventa due, poi torna una ma solo apparentemente, perché un pezzo di cuore sarà sempre fuori da sé.

I dolori del travaglio non li ho dimenticati.
Ma non sono niente rispetto alla forza del parto.
Niente rispetto all’amore immenso, che non potevo nemmeno immaginare, di cui non mi credevo capace.

Perché scrivo tutto questo?
Per non dimenticarlo.
Per Bianca.
Per le mie amiche che stanno aspettando un bimbo e per quelle che lo aspetteranno.
E per ricordare un motivo in più per essere felice di essere donna ogni volta che essere donna è complicato.

Delle margherite gialle (e delle bandiere rosse)


















Nel mio immaginario (individuale e, già che è il mio, anche collettivo), il primo maggio si fanno le scampagnate mettendo le margherite tra il vetro e il tergicristallo della macchina.
Oppure si scende in piazza, perché se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare.
Nel mio immaginario (che è peraltro l’immaginario di chi ha letto “I love shopping” e financo “Il diavolo veste Prada”) di sicuro il primo maggio non si fa shopping.

E – al di là del dibattito politico e mediatico, di chi ha detto cosa e come primaduranteodopo – mi dà fastidio emotivo e fisico il fatto che a Firenze il primo maggio i negozi saranno aperti.

Perché la possibilità data ai negozianti si traduce fatalmente in una scelta fatta dalla più parte dei titolari degli esercizi commerciali (per aumentare i profitti o almeno per non perdere fette di mercato).

Il commesso, peró, non è nelle condizioni di dire no al proprio datore di lavoro.
Il pacchetto lavoro dipendente non comprende in sé gli strumenti per fronteggiare la disparità socio-economica rispetto al datore di lavoro.
Ed è per garantire il lavoratore dalle scelte datoriali, per dargli la forza di dire no, che esiste il diritto. E dove il diritto non può arrivare, può arrivare  la politica.
Vietare l’apertura dei negozi il primo maggio avrebbe consentito ai commessi di festificare la festa, di sventolare bandiere o di raccogliere margherite.
E non raccontatevi che l’apertura straordinaria avrebbe indotto i titolari dei negozi a utilizzare forza lavoro extra: a quale lavoratore unO (maggio) tantum si affidano le chiavi del negozio (e senza che questi conosca il sistema della cassa o la disposizione della merce).
E non raccontatevi che serve al turismo: i turisti possono stare un giorno a girare per monumenti e rinviare le compere a un altro momento.
E, soprattutto, non prendetevela con i sindacati (che a volte sono antipatici anche a me). Tenere i negozi aperti non nuoce ai sindacati, ma ai lavoratori.

Come tutti i lavoratori, anche i commessi hanno il diritto di riposare, soprattutto nel più rosso dei giorni rossi del calendario.

È una questione di principio?
Si.
Ma le questioni di principio sono (lo dice anche la parola) le prime che devono essere risolte.
Secondo i punti di vista e, sperabilmente, dicendo e facendo “qualcosa di sinistra”.

E se il rosso della sinistra tende a sbiadire nel rosa antico,
non ci si può stupire se poi i lavoratori cominciano a sventolare bandiere azzurre.

il tempo di un caffè

in questi anni nei quali una delle poche cose non precarie rischia di essere – ahìnoi – la disoccupazione,
guardo chi lavora.
penso ai lavori negli universi possibili, impossibili, improbabili.
ci sono lavori che non potrei mai fare, ad esempio il trippaio.
ci sono lavori che penso siano i più belli del mondo, come l’ostetrica.
ci sono lavori che farei se nascessi in un universo parallelo: tipo l’attrice francese, se nascessi in francia; oppure la cantante, se nascessi intonata.
ci sono lavori che rifarei se rinascessi in questo stesso mondo così come sono io adesso: tipo l’ideatrice di campagne pubblicitarie. e qui apro una parentesi. che senso hanno i cartelloni pubblicitari con una strafiga in biancherina intimissima? se i reggiseni li comprano le donne (e mai gli uomini, tranne che nei primi 6 mesi di fidanzamento – e qui l’autore che sarei io lascia trapelare una nota polemica da puerpera) perché mai la loro attenzione dovrebbe essere catalizzata dalla strafiga suddetta? (scartata l’ipotesi assai improbabile che una possa credere di diventare strafiga con un reggiseno. ci vorrebbe, quantomeno una bellissima borsa e un tacco tredici dico io…). appunto. ergo, una adeguata pubblicità di biancheria intima dovrebbe constare di uno strafigo che tiene in mano un reggiseno. in questo modo: le donne noterebbero la pubblicità e nutrirebbero la speranza di imbroccare lo strafigo se adeguatamente sotto-vestite (che è speranza assai diversa e più sana del trasformarsi esse stesse medesime in strafighe).
chiusa la parentesi atta a dimostrare il mio fine intuito commerciale.

e, tornando al discorso principale, ci sono lavori che.
che li guardo e li ammiro ma senza voglia di rinascere.
che hanno solo quella nota eroica che appartiene alla quotidianità.

ad esempio, il mio esempio, la barista della stazione.
che si sveglia prima delle 6, violando un diritto non scritto dell’umanità.
che affronta una fauna strana.
si, perché gli avventori dei bar delle stazioni sono persone che stanno per.
non vivono il momento del bar come una esperienza a se stante.
non è una pausa o un momento di convivialità.
è una mera necessità di rifocillarsi.
è solo un attimo prima di.
prima di partire.
di partire per un motivo gradevole. e allora trapela una euforica felicità da viaggio, che resta però non esternata, nel timore di perdere il treno.
di partire per un motivo non gradevole. e allora trapela un malumore da non-ho-voglia. perché la non-ho-voglia trapela sempre.
l’avventore del bar della stazione non comunica, perché è un viaggiatore proiettato nel prossimissimo futuro e non ha tempo del presente.
ha fretta, per definizione.
e se è arrivato in largo anticipo è perché ha l’ansia, e non ha voglia di comunicare.
l’avventore del bar della stazione controlla che ore sono sul proprio polso, sul cellulare. e con la coda dell’occhio cerca il grande orologio della stazione, che è sempre come uno se lo immagina.

e la nostra barista a contatto col pubblico non parla.
si fa assorbire dalla fenomenologia del caffè.
il caffè e le sue dimensioni.
caffè lungo, stretto, ristretto, alto, corto, largo.
il caffè e i suoi involucri.
in tazza grande. in vetro. da portare via perché ho il treno, anzi ho proprio fretta.
il caffè e le sue contaminazioni.
macchiato freddo. macchiato caldo. caffè e latte. che è diverso dal cappuccino.
con zucchero. oppure zucchero di canna. o dolcificante, ma perché lo nascondete.
il caffè e le sue personificazioni.
caffè americano. caffè solo.
il caffè e i suoi nonsensi.
decaffeinato. (per i fighi: deca).
il caffè e le sue tautologie. caffè normale.

e in tutto questo girare su se stessa, come una derviscia, tra il bancone e la macchina del caffè.
in tutto questo studio della fenomenologia del caffè, anche se la barista non ha mai sentito la parola fenomenologia.
in tutto questo rimanere cortese anche se l’avventore medio del bar della stazione non è cortese perché va di fretta (e non lascia neanche la mancia).
in tutto questo, come fa la barista del bar della stazione a superare la monotonia delle albe?

lei fa la regista.
nella sua mente, attacca a ogni viaggiatore il suo viaggio.
di piacere o di dovere.
cercato, sperato, voluto o subito.
dà a ogni passeggero una valigia di pensieri. un bagaglio di progetti.
immagina una destinazione e, a volte, addirittura una compagnia.
e così, prende carburante.
dai viaggiatori felici, perché sono felici. e la felicità da energia.
dai viaggiatori chenonhannovoglia, perché le fanno compassione. e la compassione dà la forza per andare avanti anche quando sembra che di forza non ce ne sia più.
e così la barista, che ha in mano a momenti alterni tazze piene e tazze vuote,
guarda alle sue giornate come un bicchiere mezzo pieno.

in questi tempi di domande, e di voglia di vieni via con me.
la barista della stazione pensa che casa in fondo lei ha i suoi motivi per restare e non partire.

postilla.
non è un grande post.
ma è quello che mi è venuto con buona dose di ansia da prestazione [in questa fredda notte di dicembre, A-LETTO dopo l’ALLATTO della Creatura – e qui l’autore che sarei io cerca di intenerire il lettore che saresti tu]
ne avrei voluto uno di parole vellutate che valgano come le carezze prima di dormire.
o che sia una piccola distrazione.
perché è per la mia amica del “ci prendiamo un caffè al bar di via giusti”.

ero scesa a comprare le sigarette. sono tornata con un uomo e una bambina. e, ovviamente, senza sigarette.

non scrivo da un anno nove mesi e diciassette giorni.
per fortuna il blog è mio, quindi mi faccio la giustificazione da sola e me la accetto.

cosa è successo in questo spaziotempo?

ero andata a comprare le sigarette, poi….

ho cominciato un post doc.

sono andata a vivere in campagna.
ho capito che la campagna non fa per me, quantomeno nel medioperiodo (dove per medioperiodo si intende un tempo che dura più di un week end e destinato a ripetersi all’interno di uno stesso mese).
sono tornata a vivere in città, che è decisamente più sexy.

ho ricevuto una proposta di matrimonio.
ho accettato una proposta di matrimonio.
ho organizzato un matrimonio.
ho scelto un vestito da matrimonio.
ho detto una serie di si.

ho fatto un lungo viaggio.
sono tornata.

ho smesso di fumare.

ho litigato con la mia migliore amica.
o meglio, la mia migliore amica ha litigato con me, e non so il perché.
ho pensato di avere una migliore amica, e ho capito che era un calesse.
ho capito cosa è l’amicizia.
ho capito cosa non è l’amicizia.

sono stata male (fisicamente).
ho avuto paura.
mi è passata la paura.

ho cominciato ad aspettare un bambino.
ho scoperto di aspettare un bambino.
ho capito di aspettare un bambino.
ho aspettato un bambino.

era una bambina che aspettavo,
ed è nata.
ho scoperto che tutte le frasi fatte sulla mammosità sono vere, ed è bellissimo.
ho anche capito a che servono le tette, per davvero. e questo è dolcissimo.

avrei potuto scrivere di ognuna di queste cose,
ma se la storia non si fa con i condizionali, figuriamoci un blog.

adesso però sono qui
e sono piena di storie.

smoky eyes

certe volte
le lacrime
sono un ottimo struccante

Disegno di legge: introduzione dell’articolo 3 bis della Costituzione.

lempicka

 

Articolo 3 bis della Costituzione.

 

1. Ogni donna ha il diritto assoluto, personalissimo e inviolabile di cambiare umore.

2. Tale diritto può essere esercitato in qualsiasi momento e senza necessita’ che venga enunciato un giustificato motivo o una giusta causa.

3. In via meramente esemplificativa, il diritto di cambiare umore può essere esercitato:
quando cambia la luna;
quando non cambia la luna;
quando cambia il meteo;
quando non cambia il meteo;
quando qualcuno (specie di sesso maschile) proprio non capisce;
quando qualcuno (specie di sesso maschile) fa finta di non capire;
quando qualcuno (specie di sesso maschile), pur capendo, non modifica il suo comportamento in modo ragionevole e adeguato alle circostanze.

4. Costituiscono estrinsecazioni del diritto di cambiare umore, tra le altre:
il diritto di cambiare vestito più di una volta al giorno;
il diritto di modificare lo stile del trucco e degli abiti indossati, anche in modo schizofrenico;
il diritto allo shopping;
il diritto di trovare consolazione nella cioccolata, nel cibo, nelle bevande alcooliche e non;
il diritto di cambiare programma e idea nell’ultimo istante utile;
il diritto di piangere per motivi futili;
il diritto di ridere per motivi futili;
il diritto di fare la civetta;
il diritto di rispondere male o di non rispondere per niente.
La suddetta elencazione non e’ in alcun modo considerabile tassativa.

5. Il diritto di cambiare umore può essere limitato, nei casi previsti dalla legge, previo provvedimento motivato dell’autorita’ giudiziaria.
In nessun modo il suddetto diritto può essere limitato, censurato, compresso o inibito -in maniera implicita o esplicita- da soggetti di sesso maschile, in particolare se legati alla donna da una relazione di qualsiasi tipo (familiare, affettiva o professionale).

PoStretto: frittata

i maschi non è colpa loro.

sono esseri senza ovaie.

Escursione termica. L’aveva detto anche Catullo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non ci sono più le mezze stagioni.

L’ho detto al farmacista, ma non ha capito.

Allora ho aggiunto che ho la tosse.

Secca o grassa non lo so.

La fenomenologia dei miei polmoni mi supera e mi trascende.

Credevo che una sigaretta tre volte al giorno la facesse maturare, eppure ha voluto darmi lo sciroppo.


Non ci sono più le mezze stagioni.

Passo dagli stivali ai sandali, neanche stessi su una passerella.

Mi metto la giacca di lana e poi la gonna senza calze, come una che ha altro a cui pensare piuttosto che a come vestirsi.

Dicono di vestirsi a strati, tipo cipolla, ma e’ un problema, perché non voglio fare piangere nessuno e non voglio neanche soffriggere.

Preferirei vestirmi a ostrica e farmi mangiare cruda assieme a un flute di champagne.


Non ci sono più le mezze stagioni.

Neanche nel mio cuore.

Passo dall’amore all’odio.

In realtà da quando ti conosco ti amo.

Ti odio solo per brevi momenti e solo perché ti amo troppo (Chiàtullo).

ottimismo (e fastidio)

vogliamo salvarci?

vogliamo veramente salvarci?

o vogliamo annaspare fino ad annegare in un mare di angoscia?

è una domanda retorica?

evidentemente si.

perché se vogliamo veramente salvarci da qualsiasi mostro che si nasconde sotto i nostri letti e che si traveste da fame solitudine paura ansia ma che in realtà è fatto solo di confetti alla mandorla e cioccolato e basterebbe mangiarli per trasformarli in brufoli da fare esplodere col dentifricio per eliminare il mostro (ci piace questa immagine pulp?) 

se vogliamo veramente salvarci (oh come sono retorica, non starò mica pensando di candidarmi a sindaco di firenze? c’è una vena polemica in questa frase?)

se vogliamo veramente salvarci insomma

(scusate mi sono distratta. un vicino che parla con la finestra aperta si stava interrogando su cosa fare e se andare fisicamente lui in un certo posto. gli ho appena detto senza farmi vedere dalla finestra di andare lui ma non fisicamente, mandando un ectoplasma. mi piacerebbe avermi come vicina di casa. starei tutto il giorno alla finestra aspettando di vedermi passare in mutande zebrate per farmi una foto e ricattarmi. poi forse mi denuncerei. ma alla fine patteggerei).

se vogliamo salvarci bisogna quantomeno essere ottimisti. 

possibilmente ottimisti e di sinistra, come le puttane di lucio dalla (anche se mi sembrano più di sinistra quelle di de andrè), ma intanto (intanto che la mano sinistra guarda cosa fa la mano destra almeno per capire cosa fare per rendersi mancina) intanto ottimista.

e per questo precipuo motivo mi permetto di dissentire dalla solitudine dei numeri primi di giordano paolo.

capisco che è un bellissimo libro che lo abbiamo letto e lo abbiamo anche pianto.

capisco che se studi fisica e ti viene in mente una metafora gagliarda come mattia e alice che sono “Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero”, se ti viene in mente, dicevo (ecco, ho chiuso la finestra), ti viene da usarla e da costruire un romanzo tristissimo che finisce un po’ così.

però, santa patata americana, basta disagio. poteva anche pensare che due numeri primi gemelli saranno anche lontanucci, ma potrebbero sommarsi e siccome sono di sicuro dispari la loro somma sarà pari, saranno divisibili per due e vivranno felici e fondenti.

santissima patata americana quando sei in una storia a bivi tipo quelle di topolino, e hai una cosa bella e felice davanti, che fai scappi o la rincorri? bè, io la rincorrerei, piuttosto che scappare perché non-so-non-so-se-ce-la-faccio-non-so-se-poi-mi-piace-per-davvero. o no? (domanda retoricissima). 

già che dissento, dissento anche da Zygmunt Bauman, che ha scritto modernità liquida, amicizia liquida, arte liquida, amore liquido… 

capisco che se uno trova un aggettivo così gagliardo fa bene a usarlo a usarlo e a riusarlo, tanto più che il nostro corpo è costituito al 90% da acqua (questa cosa proprio non mi torna però, com’è che peso 54 chili),

ma ci piacciono davvero le cose morbide e adattabili? o quelli non dovrebbero essere piuttosto i maglioni di cachemire? vogliamo davvero rapporti fluidi di taker e giver fungibili?

io impersonalmente voglio essere potenzialmente libera come una bolla di sapone,

ma i miei rapporti quando li voglio, li voglio belli solidi come blocchi di cioccolata, come i bicipiti del david di michelangelo, come le copertine di cartone dei libri in prima edizione. vero è che tutto passa, ma finché non passa voglio che sia.

 

già che ci sono.

vorrei che andassimo a fare un picnic al mare con una temperatura media di 21 gradi, che portassi un cesto di vimini con un nastro rosa come la canzone di battisti, con dentro tutte le cose che mi piacerebbe mangiare in un picnic al mare con 21 gradi, tipo pistacchi e cipster, bocconcini di pollo fritto e patate arrosto, vino rosso ma non troppo anzi si, nutella e biscotti. poi vorrei che tirassi fuori un aquilone bianco con su scritto in rosso “chiara ti amo”, ma andrebbe bene “I” cuore “chiara” e cominciassimo a correre.

questo è il mio pensiero ottimista e solido per affrontare il pomeriggio.

salù.

CasaLingue disperate (at work). dialogo tipico n. 3

[Nonostante non ci sia stata nessuna richiesta in proposito, e approfittando del fatto che due negazioni affermano, quindi evidentemente ci sono state delle richieste quantomeno telepatiche, torna su questi schermi il Chiarality show, arricchito di nuovi contenuti rispetto alle precedenti edizioni… ]

 

Lei:” buongiorno, sono venuta a ritirare i verbali dell’esame”.

Il portiere (o il portinaio): “buongiorno. quanti sono oggi?”

Lei: “quarantatre”.

Il portiere: “accipicchia” (ok, non ha detto proprio accipicchia). “e come mai secondo Lei?”

Lei: “forse perché è l’ultimo appello?”

Il portiere: “No. Solo perché Lei è bella”.

Lei: “Grazie per la stima. Comunque non funziona. Almeno la metà degli studenti è femmina”

Il portiere: “Si ma sono lesbiche”.

Sempre il portiere: “A proposito, a Lei piacciono le donne?”.

 

ps. ogni riferimento a fatti persone cose animali esistenti, racconti di amiche, lettera o testamento, dire fare baciare, è puramente casuale (o causale?)

posso scrivere in tre minuti un post da cestinare? posso e posto….

 

l’amore è tutto carte da decifrare, come diceva fossati ivano,

o l’amore è tutto carte da riciclare, come dice il cestino del dipartimento?

 

non ho tempo, sono in ritardo da un’ora e devo ancora decidere cosa mettermi e poi mettermelo.

penso che sono felice che mi pungano le zanzare perché vuol dire che ho il sangue dolce.

penso che l’amore si può riciclare perché l’amore torna visto che non è proprio possibile vivere senza.

(e se ti lascia lo sai che si fa? trovi un altro più bello che problemi non ha)

penso che quando l’amore torna non è meno amore di quello di prima.

penso che l’amore è l’unica cosa veramente democratica dello spaziocosmo, perché quando uno è amato diventa automaticissimamente il più bello, il più brillante, il più bravissimo. anche se ha la macchina brutta. anche se fuma. anche se suda. certo, meglio se non suda troppo.

penso che c’è un diritto all’amore.

a darlo.

a prenderlo.

a farlo.

(penso che non sono in vena di usare il congiuntivo).

penso che l’amore che matura non mi piace, però.

mi piace l’amore che scoppietta come i rice crispies nel latte che ho bevuto adesso perchè non avevo tempo di cenare per bene.

mi piace l’amore che mi fa ridere da sola.

mi piace l’amore che mi fa ascoltare canzoni smelense senza piangere (occhei, piangendo poco poco).

mi piace l’amore che mi fa pensare non vedo l’ora non vedo l’ora non vedo l’ora. che ore sono?

mi piace l’amore che mi fa andare il cuore a mille.

mi piace l’amore che resta amore con la passione che non finisce.

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