Archivio mensile:marzo 2006

auto da me

MAI avrei pensato di copincollare qualcosa di emilia figlio di dichin

Che nel mio immaginario personale e collettivo è

Più pissera di una cinturina rosa di pelle lucida

Più smelensa di una torta nuziale a otto piani e un sottoscala.

Più soporifera di un piatto di lasagne a favignana ad agosto alle due a picco.


Nondimeno come diceva uno zerozerosette (anzi, uno zerovirgolazerosette) che conoscevo

“Non bisogna mai dire non berrò mai questa acqua”.

Infatti l’acqua l’abbiamo bevuta ed è stata colpa mia.

Infatti ho trovato un verso di emilia con l’auto da fé

Che mi apre una finestra canetti elias (pericolo PERICOLO d’INCEDIO… desiderio DESIDERIO ARDENTE… FUOCO FUOCO FUOCO),

e una finestra battiato franco
(è sceso il buio sulle nostre coscienze e ha reso apocrifa la nostra relazione,
vorrei innestare il moto dell’indifferenza, e allontanarmi da te, per presentarmi davanti al tribunale di una nuova inquisizione)


Come avrei potuto (dolce mio amore dimmi) non copincollarlo, come avrei?

CECI N’EST PAS UNE CLAIRE

CECI N’EST PAS UN BLOG?

Adesso.

È inutile che tentiate con l’olio.


Sono una maionese impazzita.

Insaporitevi senza di me.


Non tutte le Chiare d’uovo si fanno montare a neve.

E diventano meringhe.

Ammorbiditevi senza di me.


Sono una radice quadrata senza soluzione.

Perché il numero sotto e dentro è negativo.

Risolvetevi senza di me.


La candela è bagnata.

Il treno è andato.

Il vaso è caduto.

La musica è finita.


E non mi dispiace per niente.


c.

Cose Nostre.

Scusami, mi girano le ovaie.

All’alba del terzo millennio, sincronizzata mensilmente con la luna crescente, sto soffrendo per la prosecuzione della specie.

È un dolore molto intimo e dolce che mi fa sentire donna. Palle. È un dolore fortissimo che mi spappola come un pomodoro nel frullatore. Bladi cler, scusate l’immagine Pulp fiction.

Aspetto che uno dei miei FANS faccia effetto. Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei (non i piccoli fans di sandra milo e neanche i Romei da serenate veronevoli).

Sia Lode all’ipubrofene.

E

Sia Lode a Clemente.

L’assorbente.

Interno

(come gli interna corporis acta del parlamento, insindacabile). Del resto, nessuna donna sana di mente scalerebbe alberi con un paio di pantaloni bianchi ed un assorbente esterno (anche se avesse le ali, clemente, non lei) al fine di recuperare un gatto o un palloncino. Nessuna donna sana di mente con lo stesso equipaggiamento farebbe paracadutismo. Il clemente, invece, questo sì che è l’invenzione del secolo: l’emancipazione dei movimenti e dei vestiti dai vincoli della fertilità.

Sono un ettaro di terra fertile e dolorante.

Devo cercare asilo in un romanzo verista.

Oppure, in tempi di elezioni.

Le donne colle dimostrazioni sono una forza politica.

Non dico di fondare un partito perché voglio stare qui. (anche se, in un paese dal pluripartitismo estremo che il proporzionale stimola, ci si potrebbe inserire tra gli automobilisti, gli innamorati, i pensionati, i nordisti, i sudati, chiategorie e griglie, chi più ne ha che se ne fa).

Non dico di fondare un movimento perché ho ancora male al pancio.

Inserire una postilla in un programma. Questo si.

Postilla articolata in tre punti.

a) per quattro giorni (liberamente distribuibili a partire da due giorni prima del R-Day, reddei)
i cambi di umore e i cambi di amore della donna sono coperti da una esimente impertinente, una scriminante tranchante. Il diritto a piangere ridere piangere arrabbiarsi e mettere il muso senza dare giustificazioni. E senza, per cortesia, che nessuno mi dica “hai le tue cose, ecco perché” con un tono volutamente discriminatorio. Potrebbe farsi ricorso ad un segnale convenzionale, ad esempio, potremmo portare un anello tiffany con un topazio. Ovviamente fornito dal servizio sanitario nazionale. Del resto ho letto che il topazio attenua i dolori addominali.

b) Possibilità per tre giorni al mese di lavorare da casa in pigiama. (lo so che voi direte che io lavoro sovente da casa in pigiama, ma parlo per l’umanità tutta, anzi la donnanità tutta).

c) Istituzione di un CADòI: Comitato Assistenza Donna Indisposta. Incaricato di portare un mazzolino di fiori di campo e di fornire Fans e Clementi in caso di necessità. E al quale ci si può rivolgere nel caso di infrazione dei punti a) e b).

d) Incentivi (avevo detto tre punti? Che fate, mi controllate la vena creativo impegnata?) per chi ricopre la donna con una CoCoCa: Coltre di Coccole Calde. Si può pensare ad un sistema di autocertificazione che consente di accedere a bonus di vario tipo: bonus calcio, bonus lasagna, bonus altro che qui non posso dire ma.

Mi sembra ragionevole e, anzi, costituzionalmente obbligato.

Fa un po’ fascio? La donna e la famiglia?

Non è vero, le dimostrazioni sono rosse e quindi sono di sinistra.

Le QUOTE ROSSE sono un fatto che non può essere ignorato. E considerarle specificamente in un programma politico non è una discriminazione al rovescio. Neanche al dritto. E neanche di volè.

Certo che, Evetta cara, se proprio dovevi fare tutto questo casino, potevi almeno rubare un diamante: di sicuro sarebbe stato peccato più originale e persempre di una mela.

c.

E=mc2

le lancette un’ora dopo sollecitano tante e tante riflessioni, alimentate dal gran tam tam “stanotte cambia l’ora”.

che poi, perchè cambia tra le due e le tre? perchè i personi si suppongono dormienti? e allora come fanno a spostare orologggi, sveglie, telefonini e picci? in realtà tranne i cornettomani lacerati dal rimpianto “era meglio salato”, i poeti (“le notti servono a scrivere romanzi d’amore”) e gli insonni non arrabbiati col mondo, non credo che nessuno giri la vite alle ddue.

cosicchè ci sono quelli che lo fanno prima, intorno a mezzanotte, e la consapevolezza di perdere un’ora di sonno li agita terribilmente, vanno a dormire prima, ma continuano a non dormire pensando che non dormiranno.

e quelli che aspettano la mattina e poi: o arrivano tardi alle cose, o arrivano tardi alle cose stupendosi perchè gli orologi istituzionali (tipo quello della mia piscina) si sono già allineati col fuso confuso. confidano in una amnesia collettiva e mondiale. oppure stanchi di boicottare il commercio non equo e non solidale decidono di boicottare la convenzione delle convenzioni, il tempo. sentendosi post einsteniani in verità. e anche anti positivisti giuridici: tempus regit actum. per forza? è una sovrastruttura. tant’è che fidel non dice mai quando parlerà all’avana: mica è per depistare gli attentati, è perchè non porta l’orologio. il tempo è di destra? e la storia? e i libri di storia?

e poi ci sono quelli che per tre giorni dicono: sono le undici ma sarebbero le dieci, et similia. soprattutto attorno alle ore pasti. sono le due, ma non ho fame perchè sarebbero le tre. sono le nove ma non ho fame perchè sarebbero le otto. e quindi? aumentano le occasioni per mangiare. e per non dormire. sono le tre ma sarebbero le due (anzi l’una a londra). sono le sette e mezzo, ma sarebbero le otto e mezzo, sono in ritardo o sono in anticipo?

e poi si raccolgono domande. mi è stato chiesto: perchè se c’è più luce, l’ora si chiama legale e non solare?

e ancora, se l’ora legale è l’ora legale, l’ora solare è illegale? e quindi l’ora solare è l’eccezione? e come si ammette in uno stato democratico e di diritto un’ora contraria alla norma?

ieri sera tra i cosmopolitan, le mie amiche care che sono venute a trovarmi, i cornetti, i problemi di parcheggio, le operazioni di struccaggiolavaggiodenticodaggiodicavalloperlanuì sono andata a letto alle tre. che però erano le due. la mia casa era piena di ospiti rumorosi, quindi mi sono svegliata alle quattro e mezzo, che erano le tre e mezzo. ho avuto un sonno interrotto come le ragazze, fino alle sette e mezzo, che erano le sei e mezzo. mi sono alzata alle otto non più sette. e quindi quanto non ho dormito? eppure non c’era neanche un pesce stamattina.

Cosa direbbe il Bianconiglio di Alice, l’araldo della regina di cuori, col panciotto e l’orologio? E’ TARDI E’ TARDI, HO FRETTA. per cosa è tardi? a parallelolandia lo sanno. ma gli orologi non hanno le lancette perchè non hanno problemi di tempo.

c.

Pelle liscia come neve. Sci di fondo (tinta).

Sto per scrivere una cosa da femmine. E FRIVOLA. Essendo che io non annoio (quasi) mai posso anche essere intimamente frivola (oltre che vittima di una incontrollabile tendenza allo sciopping compulsivo e compensativo. Ma questo è tema che merita altro è più tempo).

Non per nulla ieri sera alla Pergola ho visto la Locandiera di GOLDONI. Cioè, nella mia infinita bontà ho accompagnato dei personi che non potevano sottrarsi a detta visione. Non che io spontaneamente vada alla pergola a sentire Goldoni. Con rispetto parlando, il teatro dovrebbe fermarsi con l’ultimo dei classici greci e riprendere nel novecento, salva piccola parentesi scespiriana. Non escludo che Goldoni abbia avuto una qualche utilità nella storia dell’umanità. Solo che, assodata quella utilità, tappa di sviluppo verso le solite sorti magnifiche e progressive, io ne faccio volentieri a meno e preferisco chessoio, la versione brectiana dell’Antigone al Politeama a Prato. Goldoni (che il mio mac continua a correggermi con godoni, ma ognuno gode a modo suo) possono continuarlo a studiare tra Parini e ALFIERI (che mi sta già più simpatico, forse per via che a scacchi si muove facile. Tanto che tutti si arrabbiano se gli mangi un alfiere e nessuno si scalda quando gli mangiano un cavallo. E dire che è pieno di negozi di carne equina. Barbari). E possono guardarlo le ultrasettantenni che sono peraltro tenerissime quando teatrano anche loro truccate come se dovessero andare in scena. Io non ci vado più. Anche se, a onor di cronaca, ieri mi sono divertita proprio (basta capire qual è il palcoscenico più interessante).

Dicevo. Anzi scrivevo. Di una cosa frivola. Non che per un maschio sia inutile o necessariamente pallade (atena). Del resto, io riconosco le cravatte (se è per questo riconosco anche un fuori gioco) e anche una barba fatta bene. Quindi anche un uomo (“può essere dolcissimo, specialmente se al mondo oramai gli resti solo tu”, lo stesso che “può sempre avere un’anima, ma non credere che la userà per capire te”, scusate la MINA vagante). Anche un uomo può riflettere otto minuti e mezzo sul FONDOTINTA.



Le donne sanno TRUCCARE. Sanno se e cosa fare PER.

Esempio dalle noccioline:

Sally: “Trascini sempre quella coperta con te, Linus?”

Linus: “In effetti sì, è così. E ora immagino che ANCHE TU comincerai a prendermi in giro!!”

Sally: “Affatto, credo che sia una buona idea… se ti fa sentire più sicuro, è GIUSTO che te la porti dietro!”

Linus: “SMACK”

Sally: “I miei sono riccioli naturali”


Le donne sanno TRUCCARSI

Del resto, esempio dalle noccioline:

Charlie Brown: “…e ricordati che la bellezza è una cosa superficiale!”

Lucy: “Non è vero! La mia bellezza non è solo in apparenza, scende in profondità… strato dopo strato dopo strato!”

“Sissignore”

“La mia è una bellezza SPESSA!”


Le donne sanno truccarsi.

E il trucco è un autoerotismo estetico.

I trucchi danno piacere. E non è solo quello del risultato charmante. È anche olfattivo e tattile.

Impiastricciarsi usando gli OMBRETTI colle dita anziché con gli appositi pennellini (gli ombretti sono le polveri colorate che si mettono sulle palpebre, che a quattordici anni intoni solo ai vestiti, poi via via al posto dove stai andando, ai tuoi colori e poi finalmente al tuo umore).

O leccarsi il ROSSETTO (il rossetto è quello che si mette sulle labbra, che vorresti che la tua amichetta se lo mettesse rosso fino a quando non se lo mette, rosso).

Un grandissimo piacere è poi il mascara nuovo (volgarmente RIMMEL: quello di de gregori. Quello che ti fa le ciglia più lunghe e/o più spesse. A me piacciono lunghe. Quello che da maggiore melodramma alle scenate di pianto perché ti scola sulle gote rendendoti piccola e indifesa. Per questo non bisogna mai usare il mascara resistente all’acqua, se devi piangere come fai?). Il mascara NUOVO fluisce come olio sulle tue ciglia, ti senti gatta e matta.

Ma il vero orgasmo mellifluo (ho scritto pellifluo, della pelle, non mellifluo, perché word non lo capisce?), il godimento cosmico a truccolandia è il FONDOTINTA. Perché è lì che sono riposte le speranze segrete. Di una pelle splendida luminosa e con i pori chiusi. (il riferimento ai pori chiusi mi blocca la metaforizzazione vita – pelle, voglio una vita e una pelle splendide splendenti, ma non posso stare con i pori immaginari chiusi, vabbè).

Ci sono due grandi genus di fondotinta. Fluido e compatto. Quello fluido te lo spalmi colle mani come se fosse una crema, sembra facile ma il rischio chiazza incombe. Ricordarsi di agitarlo. Quello compatto si spalma con una spugnetta ad hoc, a vote impercettibilmente bagnata. Sembra difficile ma è più facile. E poi te lo puoi portare dietro per ritoccarti in macchina prima di. Non so dire quale mi piaccia di più. È necessario averli entrambi e fluire vigili colle circostanze. E poi il colore del fondotinta. Lo provi sul polso e vedi quello che non si vede, che ti fa tutt’uno con il tuo colore. Attualmente sono passata dal fondotinta xxxxxxxxx (che brava che non faccio pubblicità), vitalumière (piccola pubblicità solo per chi già sa) n. 20 (claire, perché l’inverno richiede candore) al n. 45 (rosato, perché la primavera mi accende l’olivastro). Il fondotinta compatto ha un substrato fisso (scatolina con specchio e spugnetta) dove si incastra il refill di trucco vero e proprio. Eccoci qua. Al punto G del trucco. Quando il refill è nuovo nuovo. Liscio come un barattolo di nutella ma senza paura dei brufoli. Prendi quel lisciume te lo trasferisci sulla pelle. E ti vedi sana e bella e luminosa e compatta. Anche le occhiaie diventano sciccose. È rassicurante.

Tutto questo per uscire e sentirsi dire: come sei bella naturale e senza trucco.

Funziona.

Fondotinta, grazie.

A dispetto degli afterhours (e della recensione che non c’è più), non ho più bisogno di fare pensieri superficiali per avere la pelle splendida.

(E voi, genti, diffidate delle donne che non usano il fondotinta perché sudano o non ne hanno bisogno. Non è per bisogno, è per piacere)


c.

INfatti INfranco INbattuto

infatti.

infatti mi piace cominiciare a parlare con infatti, almeno ogni tanto. quando penso prima di parlare le parole sono sempre INFETTE del pensiero e quindi sono INFATTI. rispetto a. con buona pace della professeressa delle medie che non bisogna cominciare le frasi con le congiunzioni. non sono sicura che infatti sia una congiunzione. di sicuro non è una preposizione, visto che vale il principio di tassatività delle preposizioni. semplici (diadainconsuperfratra). non so cosa sia cioè, ma neanche a tredici anni cominciavo le frasi con cioè, quindi non mi interessa (una volta comprai cioè da franco il giornalaio. poi un mio genitore disse al giornalaio di non darmelo più, poichè non era una lettura consona a. topolino fino a diciassette anni). la professoressa delle medie non voleva che iniziassimo a parlare congiungendo l’espresso all’inespresso. la professoressa delle medie non capiva joyce, probabilmente. la professoressa delle medie pensavo mi volesse bene e mi avesse telefonato alla fine del liceo per sapere in quale facoltà stessi per iscrivermi. invece la professoressa delle medie mi ha telefonato dopo la mia (im) maturità solo per chiedermi se conoscevo qualcuno che affittasse una stanza a palermo per sua figlia. e non mi ha chiesto niente. nè del sessanta e dove sarei andata a finire. tutto questo mi legittima, adesso e per sempre, a cominciare le frasi con infatti. anche le telefonate. delle volte.

l’infatti di cui sopra, nondimeno, si collegava a quel 23 marzo che appare lissù. e anche se avrei voluto scrivere di fondotinta (ma può aspettare) e delle variazioni goldberg in via ufficiosa (ma può aspettare). e anche se non avrei dovuto scrivere un bel niente perchè devo pensare all’articolo 37 (sempre che qualcuno non voglia farlo al posto mio). anche se. 23 marzo, infatti. infatti oggi è il compleanno di battiato franco. e siccome non ho il suo blog, gli faccio le angurie nel mio. e anche una domanda. dalla sua carta del cielo risulta con chiarezza che lui ha la luna al grado 3.53 del leone e plutone al grado 8.05 del leone. questo è. la luna e plutone nel leone. e allora perchè in cuccuruccuccù paloma lui ha la luna e urano nel leone? per motivi cacofonici? o perchè gli sarebbe piaciuto di più avere urano nel leone? infatti urano nel leone è proprio bello. ma a noi ci piace lo stesso, anche col suo plutone rinnegato. stranizze d’amuri

una guantiera di ricci appena colti e un bicchiere di sirà.

app-etriots-tu arm

app-iberdei-tu iu

Movimenti Affatto BORGhESi

In un mondo parallelo in diagonale esiste sicuramente una donna Clarita

Che nella città delle arie buone

Aspetta tutte le sere

Un uomo che non è registrato all’anagrafe

Gli pulisce le ferite col rum

Si fa ballare una volta sola

E ricomincia ad aspettarlo

c.

El Tango, Jorge Luis Borges in “Carme presunto e altre poesie” Einaudi, 1969

Dove saranno? chiede l’elegia
di quelli che non sono più, come se esistesse
una regione in cui l’Ieri potesse
essere l’Oggi, l’Ancora, il Tuttavia.

Dove sarà (ripeto) la mala 
che fondò, in sentieri polverosi
di terriccio o in villaggi sperduti
la setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quelli che passarono,
legando all’epopea un episodio,
una favola al tempo, e senza odio,
lucro, nè passione d’amore s’accoltellarono?

Li cerco nella loro leggenda, nell’ultima
brace che, come una vaga rosa,
trattiene qualcosa della ciurma valorosa
dei Corrales e dei Balvanera.

Quali vicoli oscuri o quale deserto
dell’altro mondo abiterà la dura
ombra di colui che era un’ombra oscura,
Murana, il pugnale di Palermo?

E quale fatale Iberra (ne abbiano pietà
i santi) che uccise su un ponte della via 
suo fratello lo Snasato, che deteneva
più morti di lui, e così pareggiarono?

Una mitologia di pugnali
lentamente si annulla nell’oblio;
una canzone di gesta si è perduta
in sordide cronache poliziesche.

C’è un’altra brace, un’altra rovente rosa
nella cenere che li conserva interi;
ecco i fieri uomini del coltello
e il peso della lama silenziosa.

Anche se la lama ostile o quell’altra lama,
il tempo, li ha fatti perdere nel fango,
oggi, al di là del tempo e della nefasta
morte, quei morti vivono nel tango.

Si trovano nella musica, nelle corde
della testarda chitarra faticosa,
che trama nella mitologia venturosa
la festa e l’innocenza del coraggio.

Gira nel vuoto la gialla ruota
di cavalli e leoni, e sento l’eco
di quei tanghi di Arolas e di Greco
che io vidi ballare sui marciapiedi,

in un momento che oggi emerge isolato,
senza prima nè poi, contro l’oblio,
e che ha il sapore di ciò che è perduto
di ciò che si è perduto e si è recuperato.

Negli accordi ci sono antiche cose:
l’altro cortile e un barlume di pergola,
(Dietro le pareti sospettose
il Sud conserva una chitarra e una lama).

Quella raffica, il tango, quella diavoleria,
gli anni indaffarati sfida;
fatto di polvere e tempo, l’uomo dura 
meno di quella leggera melodia

che è solo tempo. Il tango crea un torbido
passato irreale che in qualche modo è vero
un ricordo impossibile di essere morto
rissando, in un bivio di periferia.

Pensiero buk: Questa storia, Baricco Alessandro, Roma, 2005.

Tante e tante polemiche fanno su A.B..

Il punto è uno e uno solo, quindi sono due. Infatti due punti: ha capito cosa vuole un certo tipo di lettore e lo scrive. Per questo sta antipatico, ad alcuni. A me, invece no. Come tutti quelli che sanno come piacere a qualcuno a cui vogliono piacere (e a chi non piace piacere? Del resto se ti infilo la lingua nell’orecchio, mica lo faccio per farti vomitare). Lui lo sa che “anemia della loro gioventù” buttata lì piace e lo scrive. Io lo trovo e dico tò, me lo devo appuntare (e non me lo appunto. Al massimo faccio un orecchietta al libro. Poi orecchietta dopo orecchietta, tutte orecchiette senza cime di rapa, il libro sembra che abbia gli orecchioni, come un elefante, e io non mi ricordo più cosa avrei dovuto ricordarmi, ma questa è un’altra storia). Arriva qualcuno e dice troppo costruito prodotto editoriale è scritto per vendere. (a parte che anche questa cosa: è ovvio che se uno vive scrivendo in qualche modo deve mangiare, mi sembra sciocco biasimarlo, casomai lo invidio un po’).

Occhei (su ghiaccio) è un po’ costruito. Ma non è celebrale. Chessoio, come Calvino, che non per nulla è gemelli. Adesso non sto paragonando AB a IC: è solo per prendere il mio prototipo di scrittore segno d’aria. Certo non è neanche Saramago, che ti assorbe in emozioni indecifrabili e indispensabili. Adesso non sto paragonando AB A JS, è solo per prendere il mio fototipo di scrittore segno di acqua (anche se non lo so Saramago di che segno è).

Questo libro ha il sole nel cancro, la luna nel toro e l’ascendente bilancia. Ci sono flussi di emozioni e bisogni di cose vive. Tutto è diplomaticamente sistemato in una buona forma laibinizianamente sentibile. Come noto, a me (salvo rare eccezioni, tra le quali la mia cugina preferita) la bilancia non piace e quindi anche mi piacerebbe di più – più decostruito. Nondimeno, mi ha. E mi ha fatto restare abbastanza sveglia la notte.

Ergo voto sei e due quinti.

Adesso ri-copio e incollo dei pezzettini. Così posso togliere le orecchie al libro. -nb. Cercherò di non svelare il finale, casomai .

c.

“Quanto pesa? – chiese Libero Parri, pensando ai 45 chili di suo figlio. – Niente, se ce l’hai sotto il culo e non smetti di dare gas (…) Florence gridò un grido di madre, perché quello era suo figlio, e non c’era terra sotto di lui, e quello era un volo che non gli aveva insegnato a volare (…) smise di guardare la campagna, e tutto, chinando il capo a fissare l’infinito che era dentro di lei, come fanno gli adulti quando d’improvviso non sanno più capire (…) Dov’eri cuore mio, leggero e bambino, dov’eri finito?”. ////////

“Per capire: solo nel 1915 i tedeschi avevano messo a punto un sistema per sincronizzare lo sparo di una mitragliatrice, sistemata a prua, e l’elica che le ruotava davanti. Il marchingegno aveva del miracoloso. I proiettili invece di sforacchiare l’elica e far precipitare tutto quanto, sgusciavano in mezzo a quel gran roteare e andavano a colpire lontano. Avresti detto che era la pala di legno a sparare, in un qualche modo che non sapevi. E invece c’era il trucco. Francesi e inglesi ci misero un po’ a impararlo. Sincronizzare mitragliatrice ed elica: a voler evitare guai, si dovrebbe avere una cosa del genere per tenere insieme uccello e cuore, dissero. Perché la guerra ancora non li aveva ammutoliti”. //////////

“Gli ho fatto che non ero ancora nata, e questa, per la gente, è una cosa difficile da capire. Ci ho messo tanto tempo a nascere. Però al signor Parri ho solo detto: – Non ero innamorata di lui. Succede, ha detto”. /////////

“Lui avrebbe ricomposto il mondo ogni volta che noi l’avessimo spaccato”. ////////

“Magari non era affatto la donna della sua vita. Probabilmente era solo una stupidella viziata e vagamente frigida lo sa? – disse. – No, non lo era-, disse l’uomo. Poi disse che era sicuramente la donna della sua vita. – E perché? – Perché era cattiva. Era matta, cattiva e tutta sbagliata. Era vera, se capisce cosa voglio dire. Era una strada piena di curve assurde, e correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando. Fece una piccola pausa. – Era una di quelle strade su cui ci si ammazza”.

prima vera

aut aut. AUTunno.

nessuna alternativa. un’ostrica senza via di scampo.

INverno.

inferna invero la vernità.

PRIMA

vera

adesso

falsa.

Sono le femmine stagionevoli di salute.

fatti vostri sE State coll’oro.

D’inverno hai sonno perchè è il letargo. di primavera hai sonno perchè è aprile. d’estate hai sonno perchè è caldo. d’autunno hai sonno (forse d’autunno non ci sono motivi. ma hai sonno lo stesso). non c’è tempo per dormire (prima o poi sarà la tombola e allora sai quanto. aspettando che esca il quarantasette).

i blues brothers sono pronti: il serbatoio è pieno, abbiamo mezzo pacchetto di sigarette, è notte e tutti e due portiamo gli occhiali scuri… ok puoi andare! (gli ormoni stanno per mollare la frizione e partire sgommando) .

le io ballo da sole sono pronte: hanno i capelli fatti, l’ombretto fuschia e i diti dei piedi pronti a lasciare le scarpe e a dire: mi piaci da matto! (il dado è tratto).

c.

la revancha dell’inverno (ultimi stracci)

Piove.

Piove. ladro.

Piove sulle solite tamerici salmastre ed arse. Ma

Piove anche sugli ossi di seppia e sulla greppia nazionale.

Piove. senti come.

Piove. e non ho sete.

Piove. angeli incontinenti.

Piove è tempo di partire.

(chi non piove si rivede).

Piove sul bagnato.

Piove. T’amo pio (bo)ve.

Piove. Ciao ciao bambina (non ti voltare non posso dirti rimani ancor.

Vorrei trovare parole nuove ma piove piove sul nostro amor).



Non sono metereopatica.

Semmai il cielo è chiareopatico.

chiarecensione II: concerto marlene kunz

Daaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeo o o o o o Eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeemmmmmmmmmmmmm m m m m Taaaaaaaaaaaa a a a a a a a a a a a a a a a a a

Flog, Firenze, sedici marzo del sei.

Ancora le ventuno sono diventate almeno le ventidue e venti. Ma non è propriamente come fare la fila dal dottore, quindi nevermind, come direbbe kurt. (e poi sto così bene che il tempo va da sé, facesse quello che vuole, nell’ubriachitudine del cuore non c’è presto e non c’è tardi).

L’ho detto quanto mi piace la flog? Quanto mi piace la flog? Tantissimo. Sarà che è piccolo caldo e scuro, che i tetti sono bassi e ci sono le travone di ferro che fanno tanto work in progress. Sarà che chi canta lo potresti toccare tanto e vicino, o tirargli un pomodoro, un indumento, un bicchiere di vino. Sarà l’idea che ligabueluciano non c’è mai stato e ramazzottieros neanche (l’idea snobbissima della nicchia in somma tutto). Sarà che ci venivo negli anni primi dell’università. Sarà che ci mi sono sempre divertita. Sarà che mi fa ridere dismettere i mocassini e la codadicavallo rispettosi dell’istituzione e infilarmi i pantaloni colle tasche caduti (per via della magritudine) e una canottierina e mettermi il kajal sotto gli occhi (e infatti rido).

NE BIS IN IDEM. Non posso usare gli stilemi della chiarecensione uno (afterauars) apri parentesi (la chiarecensione uno si è persa nello spazio siderale, qualcuno sa come fare a trovarla? Chiudi parentesi) riapro parentesi (come si chiama un frate colle gambe arcuate? Fra’ parentesi. Chiudo parentesi). Riapro l’ultima parentesi (mi ricordo che una volta in un tema usai non solo le parentesi tonde, ma anche le quadre e le graffe: in ordine di importanza. Sovrastrutture. Chiudo).

Dicevo che non posso usare lo stile della chiarecensione uno. Quindi parto dal voto.

SETTE.

Incredibile? Infatti non ci credevo neanche io. Non me lo aspettavo affatto. E invece, a conferma della imprevedibilità irreversibile delle cose. Performantissimi. Ben più che da morti (rectius: dal vivo ancora meglio che dal ciddì). Voce molto strascicata maledettamente poetica e colle vocali assai lunghe. Poi la barba fa quel non ho tempo per i miei non pensieri che ci piace.

A questo punto dovrei dire qualcosa sul bassista. Il lettore attento si aspetta un “allora non lo dico”. E invece si. O meglio, il bassista è prestato alla causa dai pgr ex csi ex cccp, e quindi si dice da solo. Io lo ricordo e basta.

Hanno solo azzardato dieci minuti impazziti di randevù jimiendrixiano, in cui come ha detto il piccolo che stava a pogare davanti, la chitarra faceva robba coll’amplificatore, si orizzontalizzava e distorceva gli animi già distorti. Ma gli si per dona tutto.

Anche perché, le canzoni

Me le hanno fatte tutte.

Apertura misticamente morbida con LIEVE (che è la canzone del cuore di una coppia destinata al successo). Forse, davvero, ci piace, si ci piace di più.

Proposizione o proponimento non pesante e neanche pedante di bianco sporco che la loro ULTIMA FATICA (ma sono scema?). In particolare ci piace (si ci piace di più) mi succhi, amen, bellezza. Soprattutto amen.

E poi e poi e poi? La colonna sonora di tutti giù per terra

E soprattutto, sottosopra.

Suspance

Trepidazione

Dubbio

Speranza

Al terzo bis, prima di accendere le luci

Ta tan: nuotando nell’aria

Con le cui note immaginate passo e chiudo

“Pelle: è la tua proprio quella che mi manca
in certi momenti e in questo, momento
è la tua pelle ciò che sento, nuotando nell’aria.


Odori dell’amore nella mente dolente,tremante,ardente,
il cuore domanda cos’è che manca
perché si sente male,molto male,
amando,amando amandoti ancora.

Nel letto aspetto ogni giorno un pezzo di te
un grammo di gioia del tuo sorriso
e non mi basta nuotare nell’aria per immaginarti:
se tu sapessi che pena.


Intanto l’aria intorno è più nebbia che altro
l’aria è più nebbia che altro.


E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile dovresti credermi
sentirti qui con me perché tu non ci sei


mi piacerebbe sai sentirti piangere
anche una lacrima per pochi attimi”.
c.

torni? torna….

Crisi del primo mese. Quando uno è precoce è precoce.
L’ha fatto. È sparito dalla rete. Il mio blog. Questo qui, che adesso è tornato colla coda tra le gambe. Mi ha lasciato un post it, “non sono disponibile”, riprova più tardi. Avrebbe dovuto scrivere mi faccio sentire io. Del resto, è un maschio. Avrà trovato una più bella e più stupida, che scrive xò, xchè, qndo, cme, f***culo (o fanc***?) e via dicendo via margutta via col vento. Oppure era questo il momento in cui IO ero nella fase ATTENZIONE del rapporto. Quella in cui c’è ancora passione ma subentrano paure ed attaccamento. Avremmo potuto gestirla. Trovare un accordo. Lui mi avrebbe fatto un discorso paraculo e demagogico su quanto io sia unica e speciale e io non l’avrei tormentato. Mi sarei collegata cinque volte al giorno anziché. Anziché. Adesso la colpa è mia? E dire che mi sembrava una relazione perfetta. Stavo meglio. Mi psicoanalizzavo gratis. Un sacco di paturnie restavano salvate come bozze, altre uscivano. E io ero allegra. E invece ha voluto dire la sua. Che sempre e mai non esistono (non potremo stare insieme per sempre e neanche non lasciarci mai). Che il nostro è come un Co.Co.Co., io sono la Gallina e lui il Gallo.

Poi è tornato. Fischiettandomi slave to the wage dei placebbbo. Come se nulla fosse. Adesso sta pensando che tra sette minuti finiamo a letto insieme perché tanto sono fatta così. Invece no. In queste ventiquattro ore qualcosa è cambiato. Come qualcosa è cambiato? Si, chiedilo a gec nicolson, lui lo sa. E tutto quello che c’era? Non lo so più. Sono confusa mi hai abbandonato. E io. Io. Io sono andata a vedere anche un blog alternativo (è stato bruttissimo, pensavo a lui ogni momento, ma non glielo dirò mai), mi ha detto che solo uno stupido può trattarmi come hai fatto tu. E allora? Allora. Adesso me la tiro, come dicono a . Oppure te lo taglio. Ti faccio diventare una blogga a scanso di infatuazioni maschiliste.

Oppure. Oppure forse sei stanco? Hai mangiato? Ti (de)scrivo gli gnocchetti al forno che ti piacciono tanto? E poi magari ti racconto che ho fatto. (come si fa a capire se qualcuno ti ama? aspetta).

VI SONO MANCATO/A/iou?????????????????????????????????????????????????????????

POSTILLA in qualche modo tecnica

È cambiato l’indirizzo (è ovvio che lo sapete, altrimenti non sareste qui) e tutta la impostazione. Ho recuperato quasi tutto, ma non mi ricordo esattamente quello che c’era e quindi non ne sono sicura. Di sicuro mancano gli afterhours. Peccato, mi ero divertita. Mi hanno spiegato che devo salvare quello che scrivo. È che mi sembrava una cosa ancora più onanistica del blog tu cur. Ad ogni moto (perpetuo) gli interventi hanno tutti la data di oggi. È ovvio che non sono le date originali. Pazienza.


La cosa che mi dispiace (non che mi dispiace di più, non fatemi fare l’ippocrate) è che ho perduto tutti i commenti. Di quelli che conosco e di quelli che non conosco. Sono a rischio lacrime perché aspetto le cose nostre, e quindi non starò a ringraziare quelli che alla iannacci meritano ringraziamenti. Tanto lo sapete. Và (minchioni).

XXIII

Viola lo aspettava.

Aspettava

solo

l’uomo che a lei

sola

lo avrebbe messo lì, al grado numero ventitre del sagittario.

Dritto

e puntuale

e fermo

e duro

come un imperativo categorico.

Al grado numero ventitre sta la sua Venere. Immatura, ingenua, e allegra per non dire.

Sarebbe stato sufficiente che sovrapponendo le due carte (del cielo)

su di lei fosse scivolato un sole (troppo fuoco?)

un ascendente (troppa maschera?)

un giove (troppa leggerezza?)

un mercurio (troppa stupidità?)

un marte (banale?).

Un marte. Banale (ma la banalità ha un senso, e almeno è univoco. e anche il sesso ha un senso, e almeno è unico).

Lo avrebbe aspettato zitta e intatta come .

L’uomo con marte al grado numero ventitre del sagittario.

Se scrivessi un racconto erotico alla anais nin (e la mia tastiera non fa accenti strani, ma non posso biasimarla: io non conosco la differenza tra una pèsca ed una pésca e a stento distinguo i prìncipi dai princìpi). Mi faccio sempre perdere il filo. Pollicino?

Se scrivessi un racconto erotico, alla ananas nin, comincerebbe come sopra.
(le donne, sopra)

Non posso scriverlo perché questo indirizzo lo hanno personi che mi hanno vista da piccola
piangere quando mi scordavo a casa i tovagliolini di carta per la festa di classe nell’ora di educazione tecnica (prima media? forse non ero poi così piccola, ma ho fatto la primina) e non posso smontargli un’immagine così consolidata come un bilancio (con l’ago rotto).

Non posso scriverlo e se lo scrivessi lo farei sotto uno pseudonimo più anonimo di quello di cui sopra (le donne), ma che non sia un acronimo.

Del resto, la libertà è una forma di disciplina, CCCi dicono.

Però l’incipit posso. Tanto per emanciparmi dalle blue moon(s) di cui sotto sotto alle cose che ho detto lì sotto sotto.

E tanto per fare l’eclettica attorno ad una ellittica.

DisAstrologica.

c.

postilla al mal d’africa


variazione sullo straniero di camus

esorcismo di esilio

(lo speriamo tutti)

c.

Ci si ritrova

stranieri

dalla madre

dal dio invocato

dai preti

dagli avvocati

dalle regole

che si sgonfiano

risultando

abitudini

forse basterebbero

le tette di maria

le onde di un mare

un caffè

del vino

fumo

senza filtro

in culo alla morte

sorella giudiziosa

alle iperboli

e alle ipotetiche

prossime

vite promettenti…..

sapendo

che il sole scalda

anche i cimiteri

le lapidi

e l’infinita

solitudine

da bipedi

presuntuosi

e che basta

un incidente

per cancellare

se medesimi

annegandosi

nell’indifferenza

ben educata

dei simili

male di africa

Sbirciavo i blog notes degli altri.

Giuravo (giuravo è onestamente troppo: mi ripromettevo o mi riprogammavo. Diciamo che premevo control alt canc e mi inibivo).

Insomma, mi dicevo che non mi sarei annacquata nelle mie depressioni noiose.

Vero è che se uno mi legge sono fatti suoi, ma, ecco, mi sarebbe dispiaciuto annoiare con le mie pen(n)e varie.

Ma le lacrime sono irresistibili come l’acqua. Basta che la cartella tamarri ed eventuali della radiomobile tiri fuori graziani ivan, che tutto scolora. Con quella storia che Firenze non è riuscita a cambiarla, lo studente barbarossa di filosofia, una donna da amare in due, la sua casa è il mare con un fiume non la può cambiare.

Da piccola (più piccola) mi piaceva il pane senza sale.

Avevo una nonna a Firenze che mi lasciava svuotare il porta pane di tutto il pane presente passato futuro.

Ero piccola e niente era più saporito della cosa più pulita: il pane senza sale.

E poi venivo imboccata di proteine guardando i tetti: mi sembravano meravigliosi.

Le tegole e i camini.

Invece a Marsala no.

Non c’erano camini perché non serviva il riscaldamento.

Non c’erano le tegole, perché non perturbava e non perturba (infatti quando piove finisce la luce e finiscono le strade, ma succede talmente raramente che non conta): tutti tetti orizzontali e bianchi.

Astraco solare.

E poi la Sicilia ed elenchi di quello che non và.

Quando hai quattordicianni e quaccheri come una papera e non sai se è meglio fare l’astronauta oppure l’ambasciatore a mosca e il muro è caduto ma ci sono i paralipomeni. Oppure, anzi, vuoi fare il medico senza frontiere che scopre il vaccino contro il mal di amore.

Quando hai quattordicianni non sopporti che stai in un posto piccolo e tutti sanno tutto di tutti, poco di sé, ma non importa perché abbiamo tante maschere da marsalabene. E l’anticonformismo è stranitudine, e un bacio dietro un angolo è un fidanzamento (anzi, uno zitamento).

E non sopporti che non ci sia un teatro (e devi andare al biondo a palermo a vedere pirandello, perché pirandello attenua la pirLandellaggine, e poi devi mangiare iris alla nutella da spinnato, e discutere sull’autobus se siano meglio i quin o gli uddue, che tempi).

E non sopporti che non ci sia un cinema, anzi, che non ci siano due cinemi: uno c’è, ma è uno, e ti spiattella vacanze di natale per otto settimane di fila e fondi, finché poi non arrivano le vacanze di pasqua ed è troppo caldo per andare al cinema. Poi ci sarebbe un altro cinema, ma un ex porno, e non ci può andare nessuno, perché se qualcuno che non sa che il cinema non è più porno ti vede entrare, scatta la tragggedia greca con otto gi, che neanche l’antigone poteva tanto.

E poi c’è una libreria sola: dolcissima, con un libraro meraviglioso, ma una è. E se hai quattordici anni e vuoi regalare a quello che ti piace (anzi, a quello che VUOI tanto) un libro di poesie e vuoi neruda (sei ancora piccola per merini, che bello), e neruda è finito, ci vogliono due settimane forse tre: ecco. Ecco, pensi: tutta colpa di questo borgo borgaggio, l’amore della mia vita interrotto solo perché non c’è un’altra libreria o i grossisti sono grassi e pigri e non consegnano.

E poi le solite facce, le solite espressioni, i soliti posti, il solito lungomare, il solito vino.

Come fai a cambiare il mondo? Ti chiedi. Mi chiedo.

Il caldo, la calma, la rabbia ormai addomesticata. E tutti ti guardano male se ti stacchi un momento. Come fai a cambiare il mondo? Ti chiedi. Mi chiedo. Me ne vado. E un ippopotamo mi diceva: la vera sfida è restare.

E invece no. Lascio l’acqua e lascio la terra perché ho bisogno di aria. E l’aria mi serve per il fuoco. Sono sagittario, dopo tutto. Due cose non sopporto: la noia e la solitudine, e se mi annoi o mi lasci sola me ne vado.

E siamo qua. Bilanci non ne facciamo perché mancano due anni ai trenta anni, e comunque i bilanci si fanno quando l’anno è un numero primo. E però un pero, un melo, un melodramma.

Sono qui. In questo posto dove a forza di lavare i panni nell’arno si sono dissolti i colori.

A forza di essere eleganti e snob si sono bloccate le emozioni. Puoi essere originale, non ti guarda male nessuno, ma non ti guarda neanche.

E non è che non ci provi, ad essere: anzi, ti infiocchetti, ti racconti su un piatto, ma ti senti un avanzo.

Cosa è che non torna? E perché non torna, dov’è andato?

Ed è mai possibile che in dieci anni dieci anni dieci anni (non trenta, dieci) gli amici veri (quelli che lo sanno cosa hai, se sei felice, triste o medio) stanno da roma in giù (o da napoli in giù, o dalla calabria saudita in giù).

Il pane senza sale non mi piace più.

Non mi piacciono i brodi e tutto quello che si mangia col cucchiaio.

Non mi piacciono i crostini coi fegatini.

E sono stanca di bere chianti e di sentire una città che si culla.

Sulle persone che ti dicono: èèèè però, i fiorentini sono chiusi. Porca vacca, apritevi: non dà fastidio avere un manico di scopa che blocca il flusso di emozioni?

chi l’ha prescritto? Dante? Un medico? I medici?

E già che ci sono, la bistecca: è buona solo una volta ogni cinque.

E fa freddo d’inverno (e fino a diciotto anni non avevo mai visto un parabrezza). E fa caldo, d’estate (e il mare è tra un’ora e mezzo di coda. in dieci minuti, però, trovi un sacco di cloro che ti rende aristocraticamente candida).

La verità, vi prego, sull’amore.

La verità è che doveva bastarmi il mare.

Lo scirocco.

I ricci.

Le melanzane lillà anziché viola addolorata.

Il nero d’avola.
Pensare che se tutti conoscono le COSE TUE, forse conoscono anche te. E non ti fanno sentire la noia e neanche la solitudine.

Non bastava un film alla volta?

Non poteva piacerti di più Tommaso a Lampedusa? Ricordarti di Pantelleria così vicina?

E siamo qua.

A guardare il fiume cascare su se stesso per ricordarmi le onde.

A fare la sauna per drogarmi di caldo e ridere talmente forte “che mi uscirono” le lacrime dal naso.

c.

male di africa

Sbirciavo i blog notes degli altri.

Giuravo (giuravo è onestamente troppo: mi ripromettevo o mi riprogammavo. Diciamo che premevo control alt canc e mi inibivo).

Insomma, mi dicevo che non mi sarei annacquata nelle mie depressioni noiose.

Vero è che se uno mi legge sono fatti suoi, ma, ecco, mi sarebbe dispiaciuto annoiare con le mie pen(n)e varie.

Ma le lacrime sono irresistibili come l’acqua. Basta che la cartella tamarri ed eventuali della radiomobile tiri fuori graziani ivan, che tutto scolora. Con quella storia che Firenze non è riuscita a cambiarla, lo studente barbarossa di filosofia, una donna da amare in due, la sua casa è il mare con un fiume non la può cambiare.

Da piccola (più piccola) mi piaceva il pane senza sale.

Avevo una nonna a Firenze che mi lasciava svuotare il porta pane di tutto il pane presente passato futuro.

Ero piccola e niente era più saporito della cosa più pulita: il pane senza sale.

E poi venivo imboccata di proteine guardando i tetti: mi sembravano meravigliosi.

Le tegole e i camini.

Invece a Marsala no.

Non c’erano camini perché non serviva il riscaldamento.

Non c’erano le tegole, perché non perturbava e non perturba (infatti quando piove finisce la luce e finiscono le strade, ma succede talmente raramente che non conta): tutti tetti orizzontali e bianchi.

Astraco solare.

E poi la Sicilia ed elenchi di quello che non và.

Quando hai quattordicianni e quaccheri come una papera e non sai se è meglio fare l’astronauta oppure l’ambasciatore a mosca e il muro è caduto ma ci sono i paralipomeni. Oppure, anzi, vuoi fare il medico senza frontiere che scopre il vaccino contro il mal di amore.

Quando hai quattordicianni non sopporti che stai in un posto piccolo e tutti sanno tutto di tutti, poco di sé, ma non importa perché abbiamo tante maschere da marsalabene. E l’anticonformismo è stranitudine, e un bacio dietro un angolo è un fidanzamento (anzi, uno zitamento).

E non sopporti che non ci sia un teatro (e devi andare al biondo a palermo a vedere pirandello, perché pirandello attenua la pirLandellaggine, e poi devi mangiare iris alla nutella da spinnato, e discutere sull’autobus se siano meglio i quin o gli uddue, che tempi).

E non sopporti che non ci sia un cinema, anzi, che non ci siano due cinemi: uno c’è, ma è uno, e ti spiattella vacanze di natale per otto settimane di fila e fondi, finché poi non arrivano le vacanze di pasqua ed è troppo caldo per andare al cinema. Poi ci sarebbe un altro cinema, ma un ex porno, e non ci può andare nessuno, perché se qualcuno che non sa che il cinema non è più porno ti vede entrare, scatta la tragggedia greca con otto gi, che neanche l’antigone poteva tanto.

E poi c’è una libreria sola: dolcissima, con un libraro meraviglioso, ma una è. E se hai quattordici anni e vuoi regalare a quello che ti piace (anzi, a quello che VUOI tanto) un libro di poesie e vuoi neruda (sei ancora piccola per merini, che bello), e neruda è finito, ci vogliono due settimane forse tre: ecco. Ecco, pensi: tutta colpa di questo borgo borgaggio, l’amore della mia vita interrotto solo perché non c’è un’altra libreria o i grossisti sono grassi e pigri e non consegnano.

E poi le solite facce, le solite espressioni, i soliti posti, il solito lungomare, il solito vino.

Come fai a cambiare il mondo? Ti chiedi. Mi chiedo.

Il caldo, la calma, la rabbia ormai addomesticata. E tutti ti guardano male se ti stacchi un momento. Come fai a cambiare il mondo? Ti chiedi. Mi chiedo. Me ne vado. E un ippopotamo mi diceva: la vera sfida è restare.

E invece no. Lascio l’acqua e lascio la terra perché ho bisogno di aria. E l’aria mi serve per il fuoco. Sono sagittario, dopo tutto. Due cose non sopporto: la noia e la solitudine, e se mi annoi o mi lasci sola me ne vado.

E siamo qua. Bilanci non ne facciamo perché mancano due anni ai trenta anni, e comunque i bilanci si fanno quando l’anno è un numero primo. E però un pero, un melo, un melodramma.

Sono qui. In questo posto dove a forza di lavare i panni nell’arno si sono dissolti i colori.

A forza di essere eleganti e snob si sono bloccate le emozioni. Puoi essere originale, non ti guarda male nessuno, ma non ti guarda neanche.

E non è che non ci provi, ad essere: anzi, ti infiocchetti, ti racconti su un piatto, ma ti senti un avanzo.

Cosa è che non torna? E perché non torna, dov’è andato?

Ed è mai possibile che in dieci anni dieci anni dieci anni (non trenta, dieci) gli amici veri (quelli che lo sanno cosa hai, se sei felice, triste o medio) stanno da roma in giù (o da napoli in giù, o dalla calabria saudita in giù).

Il pane senza sale non mi piace più.

Non mi piacciono i brodi e tutto quello che si mangia col cucchiaio.

Non mi piacciono i crostini coi fegatini.

E sono stanca di bere chianti e di sentire una città che si culla.

Sulle persone che ti dicono: èèèè però, i fiorentini sono chiusi. Porca vacca, apritevi: non dà fastidio avere un manico di scopa che blocca il flusso di emozioni?

chi l’ha prescritto? Dante? Un medico? I medici?

E già che ci sono, la bistecca: è buona solo una volta ogni cinque.

E fa freddo d’inverno (e fino a diciotto anni non avevo mai visto un parabrezza). E fa caldo, d’estate (e il mare è tra un’ora e mezzo di coda. in dieci minuti, però, trovi un sacco di cloro che ti rende aristocraticamente candida).

La verità, vi prego, sull’amore.

La verità è che doveva bastarmi il mare.

Lo scirocco.

I ricci.

Le melanzane lillà anziché viola addolorata.

Il nero d’avola.
Pensare che se tutti conoscono le COSE TUE, forse conoscono anche te. E non ti fanno sentire la noia e neanche la solitudine.

Non bastava un film alla volta?

Non poteva piacerti di più Tommaso a Lampedusa? Ricordarti di Pantelleria così vicina?

E siamo qua.

A guardare il fiume cascare su se stesso per ricordarmi le onde.

A fare la sauna per drogarmi di caldo e ridere talmente forte “che mi uscirono” le lacrime dal naso.

c.

LunedDì Di Dieta

BULIMIA DI AMORE

EMOZIONI GRASSE

VOMITANO FLUSSI DI FLUIDI

TRISTEMENTE POST COITALI

SI ALIMENTANO DI ANSIE PROTEICHE

ASSORBONO LACRIME EGOTICHE E GLUCIDICHE.

IDIOTEMOTIVE

SI PESANO AUTOCOMPIACIUTE

DEL DOLORE CARBOIDRATICO E CELLULITICO.

OPPURE.

gregorio di francesco

un caro amico che chiamerò con uno pseudonimo, per tutelarne la privacy,
DAVIDE, mi ha gentilmente prestato gli emmepppittre dei nuovi dischi di
de gregori, fossati, capossela.

quando ho più di un cd nuovo vado in semi tilt.
per un frammento di tempo come quando
il barboncino (che è cane da caccia) si blocca e guarda nel vuoto
perché sta puntando chessòio un fagiano o una pantofola.
o come quando l’autobus mi si ferma davanti esattamente in corrispondenza della porta di uscita
e per un attimo di formalismo penso che non posso entrare da dove si esce, ma sono equidistante
dalle due porte di entrata
ed è un po’ come l’asino di buridano
(era buridano?) che muore di fame perché tra due palle di fieno non sa quale mangiare,
come quando non ho scelto le scarpe e il campanello sta trillando
(ma non può essere già arrivato, saranno i fili in contatto, e comunque non sono proprio sicura di avere sentito bene, forse posso ancora cambiare anche la maglietta).
bè, se non salgo subito l’autobus riparte.
adesso vado di default e mi butto a sinistra, visto che non sono mancina.
ma non è del dramma slinding doors delle scelte che si tratta.

è per dire che una volta uscivo, andavo dal DISCOVENDOLO, sceglievo, prendevo il cd, lo aprivo
mentre ero ancora per strada, anche se non potevo certo infilarmelo in bocca per sentirlo, lo aspettavo e poi finalmente, lo ascoltavo fino alla nausea, fino a tenere a mente tutti i testi. (invece, adesso, trattengo a memoria appena i ritornelli, e non sono certo senilmente demente).

insomma accanto all’eccesso di informazione, l’eccesso di potere, l’eccesso di velocità: adesso l’eccesso di musica disponibile. mi riduce l’empatia con le novità. e mi manda in tilt (l’autobus, l’asino, il cane, le scarpe – l’assenzio).

prendo solo un ciddì, allora. e quando lo avrò ascoltato per bene ne prenderò un altro.

de gregori FRANCESCO.

ma non voglio commentare. rimando al blog di uno che una volta mi cucinava le torte al limone
per via di paoloconte, e adesso si dimentica di me almeno una volta alla settimana.
solo due pensieri (o tre, o quattro).

un po’ mi dispiace che lo si consideri floppante e banale
perché non rimane al livello delle sue canzoni più belle
(le 5 canzoni più piùose di de gregori, come se io fossi hornby in alta fedeltà:
rimmel, ALICE, pezzi di vetro, la donna cannone, niente da capire.
e la storiasiamonoi??? e un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia???
ps: te l’avrei citata sul gesso)

è impossibile non fare confronti.
ma allora dovrei premere EJECT (salute) e mettere dentro amore nel pomeriggio, ad esempio.

eppperò, se anziché confrontarlo con il se stesso di prima lo confronto con
un certo inascoltabile italico di oggi
mi piace. si capisce che è lui. Mi ammorbidisce e mi immalinconisce ma con speranza.
e ci starebbe bene d’estate sotto una pergola
quando si cucina e mentre si aperitiveggia.

canzoni.

Nella linea della vita c’è questa frase
PERCHE’ NON PARLI?
Che mi fa ridere perché la dico
quante volte al giorno,
avvolta dallo HORROR VACUI
(il vuoto esiste e l’aria pesa, lo ha detto TORRICELLI
per una volta tanto preferivo Aristotele, che il vuoto non esiste cha la natura “aborre il vuoto”)
la paura che una coltre di silenzio cada su di noi e su noi rimanga sempre,
e l’ostracismo nelle comunicazioni a due non funziona.

ma a prima vista mi innamoro di CARDIOLOGIA
non so se è per via dell’archetipo del cardiologo come uomo ideale fino a qualche anno fa,
o se è perché ho bisogno di trovare qualcosa di cui innamorarmi
(perché l’innamoramento è una condizione necessaria e permanente. l’amore, forse, è un’alta cosa).
o perché davvero mi piace.

mi piace l’amore indecente “che si lascia guardare”
e, ancora di più, l’amore prepotente “che si deve fare”.
e mi piace “che dell’amore non si butta niente”.
perché mi fa pensare a quella volta in cui l’ho detto, non buttarmi via.
e l’aria non mi bastava più
e mi tremavano gli occhi.
e, senza conoscere le puntate che sarebbero seguite dopo, è stato un attimo
che bastava a se stesso.

c.

trapani Marin(ett)ato collimone

se marinetti filippo tommaso

avesse avuto più tempo, sarebbe diventato comunista.

lo so.

c.

IL PORTO DI TRAPANI INVERNALE

Nordica miscela d’acqua anice cielo mare Trapani

Ingabbiato di gru metalliche galleggianti

E torbide scritture di pioggia grafomane in necrologie

L’innocenza di quel sale bianco nello schifazzo

Sotto la vela tesa e sporca di vita vissuta, va

Freddi astratti mulini delle saline

Tetti di tegole accovacciate sul sale virginale per difenderne la pura

Amarezza dal peccato dolcissimo

Su quali poeti morti ruotano gli alti gabbiani partoriti dal cielo tetro

sopra un mare di bile?

Lontanissime vele ferme sintesi d’ogni nostalgia titubante

Ma divampano le fasce rivoluzionarie rosse dei piroscafi in lutto

Rugginosi gabbiani di marinai curvi confessano la draga mastodontica

Che estrae dal ventre spaccato rotolanti intestini di rimorsi fangosi

Fuor dai bronzei abissi del porto

Cragliiiiing – gliiiing

Gloooong – gloooong

Tan- tan tling – tlung

Sulla strada del porto gli avvisi colorati impongono:

PREFERITE IL LIQUORE SAN GIULIANO

Domani sorseggerò la lunga sagoma pulita di Trapani bevuta dall’alto (800 m)

LA DUCALE PROFUMI DI LUSSO

DAVANT Parigi ventagli pelliccerie delle belle siciliane

Tra e braccia mani aperte del porto entra il postale nero piroscafetto

Giocattolo con la ciminiera nera fascista dell’unico azzurro superstite

E relativa stella bianca

Nel centro due canotti sproporzionati sospesi su tutti i naufragi

A poppa si sporge l’angolo retto del marinaio che tende il cordone

Ombelicale alla banchina madre

Le barche sbarcano viaggiatori ritti parapioggia liquidati acqua sopra sotto

Garibaldi di marmo sorveglia la simultaneità del porto

Le palme piangono e chiamano il sole la draga scava il passato

Cragliiiiing – gliiiing

Gloooong – gloooong

Tan- tan tling – tlung

Ma la draga accelerando arrotando i suoi rumori diventa subitamente un trapano

Trapano di Trapani

Trapano coloniale nell’africa vicina.

Filippo Tommaso Marinetti, 1928.

della donna e delle feste meste

c’è un momento in cui la festa della donna è un divertente pretesto per uscire colle amiche.

suppongo avvenga negli stessi anni in cui la professoressa delle medie racconta la storia triste dell’incendio
occorso in una fabbrica di donne (che non costruisce donne però) e alberi di mimose nei ciPressi che non vanno a bolgheri.

sono gli anni in cui una fanciulla timorata di dio e degli uomini (poi il timore rimane ma l’audacia prevale) non è che può uscire quando vuole,
e così una scusa è una scusa è una scusa.
quelle cose tipo la pizza e le patatine e la coca cola, insomma,
e parlare del ragazzo che ti piace con l’enduro, che, naturalmente, và troppo forte per te,
e ancora nell’armadio ci sono improbabili cardigan di colore pastello e calzini najoleari pieni di conigli, macchinette, fiorellini.

poi arriva il momento del femminismo.

e allora la festa delle donne è una bufala senza margherita, un effetto PLACEBO (che non è glam rock come il gruppo).

come le quote rosa.

e allora fastidio epidermico eruttativo cutaneo.
come puoi pensare che io vada in quel circolo vizioso.
donne che mangiano attorniate da camerieri sexi più o meno vestiti (che non è esattamente come fare robbbba e mangiare insieme).
e uomini che escono in branco per approfittare di cotanta fortuna diffusa e concentrata e disinibita.
donne che escono con le donne e sperano di tornare con un uomo.

se un povero cristiano musulmano buddista induista o quello che è (non voglio entrare nel ginepraio religioso della pari dignità delle confessioni, ma neanche rischiare che un giudice mi appiccichi una grossa t sul blog, ohibò),

dicevo se un tizio azzarda un omaggio floreale scatta l’attacco perché un giorno e un po’ di giallo non bastano, è meno di una luce piccola e io non so farla bastare.
e guardi le povere donnette che si accontentano dei cadò di serie, cioccolatini e mimose. alle più fortunate tocca il cosiddetto completino intimo o un profumo o un ombretto (per esempio, se io fossi un uomo regalerei trucchi, corredati di biglietti banali tipo “perché sei bella anche senza”). giusto perché si ricordino che è una festa, ma sempre la festa delle donne: semel donna, semper donna.

e tu, come lucy (quella delle noccioline), pensi che aspetterai il sedici dicembre, compleanno di beeeeeethoven perché un piccolo pianista ti faccia un regalo. e nelle more (o nelle bionde, dipende che testa hai) ti organizzi una conventional night, casalinga, perché basti a te stessa.

(sotto

sotto

sotto

sotto

sotto

sotto

però, non può escludersi l’effetto san valentino’s style: non ci credo, però, insomma, un piccolo pensiero anche per me, in fondo puntini puntini puntini).

poi per fortuna il femminismo passa.

salterò a piè pari il pezzo sulle biodiversità: perché una patata è diversa da una zucchina e perché è giusto che nel brodo primordiale abbiano ruoli diversi.

salterò prima col piede sinistro e poi col destro il pezzo sulle quote rosa, che sono incostituzionali, è vero. però quando entri nel mondo ne vedi di cose.

il femminismo passa.

resto io che sono una donna (mediamente isterica come quella che ha le mie stesse iniziali).

non ho le gambe lunghe da poterci fare il giro del mondo in ottanta centimetri (o erano novanta?).
menomale, mi dico, perché è dimostrato che la cellulite è inversamente proporzionale alla simpatia ed alla intelligenza delle cellule circostanti. (questa frase la dovrei togliere? bè, lettore sprovveduto e impertinente, sappi che non sono grassa.)

non ho le gambe lunghe da farci il giro del mondo in ottanta centimetri.

e faccio anche la pipì.

e ho paura di dovere sapere fare troppe cose.

lavorare per non sentirmi dire che il diritto è cosa da maschi
(e quante donne presidenti e nobel e scrittrici e quello e quell’altro non ci sono state).

capire almeno un uomo nella vita, capirlo quando ti sembra che non ti capisca e ti chiede se ti girano le ovaie.

fingere. ad esempio che l’incidente di totti sia una sciagura per i mondiali. o una fortuna per la fiorentina. ad esempio.

cucinare. anche se poi i più bravi scef sono maschi, si sa.

sapere stare. come saprebbe stare odri dappertutto. (ridere o piangere quando è il momento giusto, o, almeno, non farlo quando è il momento sbagliato. dire la cosa giusta o non dire la cosa sbagliata. insomma, ogni tanto stai zitta).

condurre una casa (ma mai qualcosa che si muova).

affrontare un processo di osmosi con una creatura minuscola, sapendo che è un’osmosi che durerà per sempre.

e attenzione ai vestiti, al trucco, alla tonicità. per non rischiare di diventare obsoleta prima del tempo e subire l’upgrade, come un telefonino. perché, a volte, gli uomini entrano in pausa (variamente qualificabile) e hanno bisogno del giocattolo nuovo.

e che facciamo allora?

TERRIBILE: tocca aspettare il principe rosso (“perché azzurro mi fa forza italia”)

che mi protegga dalle paure dell’ipocondria,

dai turbamenti che da oggi incontrerò per la mia via

dalle ingiustizie e dagli inganni del mio tempo

dai fallimenti che per mia natura normalmente attirerò.

mi sollevi dai dolori e dagli sbalzi d’umore

dalle ossessioni delle mie manie.

non importa che superi le correnti gravitazionali

lo spazio e la luce per non farmi invecchiare.

basterebbe che mi creda un essere speciale, ed abbia cura di me.

a quel punto, potrei farcela.

e mi piacerebbe proprio fare la femmina.

c.

sefAmori

Nell’anno cinque ho fatto diciotto anni ed è per questo che il quattro luglio mi sono patentizzata.

Indipendenza chiamericana.

L’idea era che gli uomini (da menti semplici secondo la nota definizione della mia meravigliosa amica ariete) avrebbero avuto tre funzioni essenziali alle quali tutte le altre potevano essere sussunte: guidare, fare i buchi al muro con il trapano, e il sesso.

Da qui, sarebbe stato assolutamente inopportuno che io prendessi la patente, privando le simpol mainds di cui sopra di una delle loro rationes.

Poi le cose cambiano, i figli crescono, le donne imbiancano, le mezze stagioni hanno pensato di accoppiarsi così da diventare intere. Del resto che differenza c’è tra la primavera e l’autunno, dal punto di vista di una palla di vetro con un duomo a forma di meringa e le foglie (o i fiori) che scendono e salgono quando la accappotti? Ma non dilaghiamo e non divaghiamo.

Le cose cambiano. L’assunto non è cambiato, però. Inevitabile truismo. E allora? Io ho preso la patente lo stesso, ma non è che la coerenza devo cominciare a cercarla proprio qui.

Rimane il problema dei marciapiedi, delle colonne che spuntano come funghi quando devo fare retromarcia (del resto anche i funghi congelati sono duri come le colonne, infami), della frizione consumata, delle spazzole che sporcano i vetri anzichennnò.

Però poi arriva la dolcezza dei riti: la funzione random cogli emmmepitre di nino il frontalino, che cerca la canzone perfetta per un momento che non è perfetto (altrimenti non avrebbe bisogno di cercarsi una colonna sonora, un’altra colonna? È il momento delle trabeazioni), la canzone adatta non arriva, nino impazzisce e non sceglie più, cantatela da sola la tua canzone, cretina.

La funzione sigaretta col finestrino aperto e il calduccio a palla: perché è tardi, perché è presto, perché sto per fare una cosa noiosa, perché sto per fare una cosa divertente, perché sono stressata, perché sono rilassata, perché sono sola, perché siamo in due: abbiamo il tempo di una sigaretta?

E poi c’è il driver watching ai semafori. Uno (…) una volta ha scritto un sonetto sugli amori che nascono nell’intervallo di un arancione che diventa rosso e poi diventa verde. Che l’arancione diventi rosso ci sta, visto che arancione = rosso + giallo. Assai più singolare che il rosso diventi verde, visto che verde = giallo + blu. Ogm? E soprattutto, la segnaletica stradale orizzontale e verticale è uguale in tutto il mondo per una convenzione, oppure risponde ad un archetipo che dorme nella notte dei tempi? Cosa direbbe froid? Che sua mamma era una signora in rosso, e per questo il rosso inibisce i passaggi, dappertutto? E perché i tori col rosso scattano come molle? E ai laburisti allora spetta il verde? Chiusa parentesi.

Uno una volta ha scritto un sonetto sugli amori che nascono nell’intervallo di un arancione che diventa rosso e poi diventa verde. Ero così gelosa e triste, perché, ovviamente, ci ho creduto. Per questo ho preso la patente? Comunque. Da qui i semafori sono diventati sefAmori, e le genti si guardano negli occhi. Pensando: adesso apro la porta ti prendo e ti porto via come se fossi il libro di ammaniti. Pensando: se la pianti di guardare posso giocare col mio naso. Oppure, sono più bella di te, donnetta. La tua macchina è troppo brutta per fartimi guardare, povero. Peccato che i piedi non si vedano perché ho davvero delle scarpe bellissime.

E i film? Penso a chi sei, cosa fai, dove vai (un fiorino) come mai l’hai portato con te e il suo ruolo mi spieghi qual è. Ti faccio vivere vite talmente parallele che non pensavi di poterle avere neanche in quell’altra galassia. Che ti stanno talmente bene che più che viti, entrano come chiodi. Con straordinarie possibilità perequative, magnifiche sorti progressive che neanche il sistema tributario secondo la costituzione. Per cui la biemmevvù cupè sta portando a cena l’amante strafiga, ma non riusciranno a fare robba per colpa dell’alcoool, e poi l’analista gli sta costando un sacco. E la signora panda ha la torta millefoglie per il compleanno di Mariolina, speriamo non si sciolga, sono spettinata, ma che bello. E quei due sulla reno quattro? Banalissimo, lei sta pensando all’esame e che non lo ama più, lui le tocca i capelli con la coda dell’occhio e lei cambia idea, e noleggiano un film abbastanza pesante o stupido così da non doverlo guardare.

E poi ci sono i film autobiografici: di tutte le macchine nelle quali mi immagino tra enne anni con ics icspressioni, sempre in ritardo.
Poi ripartono: sgommando, slalomando, parolacciando. Di solito do la colpa alle sorelle, dalle quali tutti devono correre per bloccare flussi di fluidi con i soliti idraulici (che infatti arrivano sempre in ritardo). Forse perché sono figlia unica (e Chinaia non può passare al Frosinone).

Sto cercando di insegnare alla mia macchina a partire in terza. Si spenge. Clacson.

Mi raccomando, non usare gli abbaglianti incrociando gli altri veicoli.

c.

tango

F.T. MARINETTI

ABBASSO IL TANGO PARSIFAL!

Lettera Futurista circolare ad alcune

amiche cosmopolite che dànno

dei thé-tango e si parsifalizzano

11 gennaio 1914

Un anno fa, io rispondevo ad una inchiesta del “Gil Blas” denunciando i veleni rammollenti del tango. Questo dondolio epidemico si diffonde a poco a poco nel mondo intero, e minaccia di imputridire tutte le razze, gelatinizzandole. Perciò noi ci vediamo ancora una volta costretti a scagliarci contro l’imbecillità della moda e a sviare la corrente pecorile dello snobismo.
Monotonia di anche romantiche, fra il lampeggìo delle occhiate e dei pugnali spagnuoli di De Musset, Hugo e Gautier. Industrializzazione di Baudelaire, Fleurs du mal ondeggianti nelle taverne di Jean Lorrain, per “voyeurs” impotenti
alla Huysmans e per invertiti alla Oscar Wilde. Ultimi sforzi maniaci di un romanticismo sentimentale decadente e paralitico verso la Donna Fatale di cartapesta.
Goffaggine dei tango inglesi e tedeschi, desideri e spasimi meccanizzati da ossa e da fracs che non possono esternare la loro sensibilità. Plagio dei tango parigini, e italiani, coppie-molluschi, felinità selvaggia della razza argentina, stupidamente addomesticata, morfinizzata, e incipriata.
Possedere una donna, non è strofinarsi contro di essa, ma penetrarla.
– Barbaro!
Un ginocchio fra le coscie? Eh via! ce ne vogliono due!
– Barbaro!
Ebbene, sì, siamo barbari! Abbasso il tango e i suoi cadenzati deliqui. Vi pare dunque molto divertente guardarvi l’un l’altro nella bocca e curarvi i denti estaticamente l’un l’altro, come due dentisti allucinati? Strappare?.. Piombare?…Vi pare dunque molto divertente inarcarvi disperatamente l’uno sull’altro per sbottigliarvi a vicenda lo spasimo, senza mai riuscirvi?…o fissare la punta delle vostre scarpe, come calzolai ipnotizzati?…Anima mia, porti proprio il numero 35?…Come sei ben calzata, mio sooogno!…Anche tuuuu!…
Tristano e Isotta che ritardano il loro spasimo per eccitare re Marco. Contagocce dell’amore. Miniatura delle angoscie sessuali. Zucchero filato del desiderio. Lussuria all’aria aperta. Delirium tremens. Mani e piedi d’alcoolizzati. Mimica del coito per cinematografo. Valzer masturbato. Pouah! Abbasso le diplomazie della pelle! Viva la brutalità di una possessione violenta e la bella furia di una danza muscolare esaltante e fortificante.
Tango, rullio e beccheggio di velieri che hanno gettata l’ancora negli altifondi del cretinismo. Tango, rullìo e beccheggio di velieri inzuppati di tenerezza e di stupidità lunare. Tango, tango, beccheggio da far vomitare. Tango, lenti e pazienti funerali del sesso morto! Oh! non si tratta certo di religione, di morale, né di pudore! Queste tre parole non hanno senso, per noi! Noi gridiamo Abbasso il tango! in nome della Salute, della Forza, della Volontà e della Virilità.
Se il tango è male, Parsifal è peggio, poiché inocula nei danzatori barcollanti di noia e di languore una incurabile nevrastenia musicale.
Come eviteremo Parsifal, coi suoi acquazzoni, le sue pozzanghere e le sue inondazioni di lagrime mistiche? Parsifal è la svalutazione sistematica della vita! Fabbrica cooperativa di tristezza e di disperazioni. Stiramenti poco melodiosi di stomachi deboli. Cattiva digestione e alito pesante delle vergini quarantenni. Piagnistei di vecchi preti adiposi e costipati. Vendita all’ingrosso e al minuto di rimorsi e di viltà eleganti per snobs. Insufficienza del sangue, debolezza di reni, isterismo, anemia e clorosi. Genuflessione, abbrutimento e schiacciamento dell’Uomo. Strisciare ridicolo di note vinte e ferite. Russare d’organi ubbriachi e sdraiati nel vomito dei leitmotivs amari. Lagrime e perle false di Maria Maddalena in décolleté, da Maxim. Purulenza polifonica della piaga di Amfortas. Sonnolenza piagnucolosa dei Cavalieri del Graal. Satanismo ridicolo di Kundry. Passatismo! Passatismo!… Basta!
Re e Regine dello snobismo, sappiate che dovete un’obbedienza assoluta a noi, ai futuristi, novatori vivi! Lasciate dunque alla foia bestiale del pubblico il cadavere di Wagner, novatore di cinquant’anni fa, la cui opera ormai sorpassata da Debussy, da Strauss e dal nostro grande futurista Pratella, non significa più nulla! Voi ci avete aiutati a difenderlo, quando ne aveva bisogno. Noi v’insegneremo ad amare e a difendere qualcosa di vivo, o cari schiavi e pecore dello snobismo.
D’altronde, voi dimenticate quest’ultimo argomento, l’unico persuasivo per voi; amare oggi Wagner e Parsifal, che si rappresenta dappertutto e specialmente in provincia…dare oggi dei thè-tango come tutti i buoni borghesi di tutto il mondo, suvvia, non è piuuù chic!

un due tre stella

eccocccci qua,

pronta e muta come un pianoforte

(come direbbe p.p. che ricanta i.f., io poco adornata e poco gentile in verità)

questo blog nasce oggi mi dà un pò di noia che il sole sia nei pesci ma così è e così mi pare

ho i tasti dalla parte del manico e a voi rimane solo il diritto potestativo di usare la ics.

non ci sono programmi nè piani nè regolamenti

non ci sarà la mia io più vera quella che non capisce nessuno

e non ci sarà la mia io più finta quella che non sono ma a volte sembro oppure che vorrei essere ma non sarò mai.

però il mio ego al guinzaglio si scusa una volta sola e una volta per tutte.

se potessi tagliare un nastro sarebbe arancione,

stappare qualcosa sarebbe syrah

se ci fossero tartine ci starebbe su un po’ di caponata

e se ci fosse la banda suonerebbe quella cosa delle piccole iene (ma solo perchè stasera ci sono gli afterauars e devo ancora impararla a memoria)

le prime volte sono troppo prime per essere già volte,

allora è meglio aspettare le seconde.

sperando che si possa partire anche senza essere pronti via.

c.