Archivio mensile:maggio 2006

arancione contro(la)corrente gravitazionale del tè al bergamotto

la mia prima colazione si risolve in una tazza di earl grey con un goccio di limone

(tè al bergamotto: bergamotto alto o basso?)

e uno yogurt alla frutta con pochi cereali.

(la mia seconda colazione in periodo di RAC – i.e., Regime Alimentare Controllato –

si dissolve in un caffè lungo in tazza grande, e una concetta sigaretta).

stamattina mentre il tè si raffreddava e non avevo fretta, ho finito di leggere il capitolo che ieri notte
era rimasto a metà,

e che copioincollo, anzi ricopio (e non incollo un bel niente)

perchè mi ha fatto pensare ai colori preferiti dei miei soggetti preferiti

(e.g.: il rosa della miacuginapreferita, il turchese della miamammapreferita, il rosso del miobalconepreferito, l’arancione della miaamicapreferita, il blu del miosnobpreferito and so on)

e perchè il mio colore è l’arancione, e lo stesso arancione di Des Esseintes ultimo dandy e primo nichilista

(del resto, dopo la dipartita di lucrezio il dente del giudizio, mi colloco in un flusso di decadentismo
anche io,

e mi canticchio la decade di decadenza dei bluvertighi,

e spero di precipitare in uno spleen, purchè sia onomatopeico e tintillante).

eccolo,

“à rebours” (1884) – j.-k. huysmans,

(capitolo primo)


“Scartati questi colori, non ne rimanevano che tre: il rosso, l’arancione, il giallo.

A tutti preferiva l’arancione. Trovava così in se stesso conferma ad una teoria ch’egli dichiarava pressoché matematicamente esatta: che una armonia, una rispondenza esiste tra la natura sensuale d’un vero artista ed il colore che i suoi occhi apprezzano meglio e cui sono più sensibili.

Trascurando infatti la grande maggioranza degli uomini che han la retina così grossolana da non apprezzare né la cadenza propria a ogni colore né l’arcano fascino delle gradazioni e delle sfumature; trascurando del pari l’occhio del borghese, insensibile alla pompa e al vittorioso squillo dei toni alti e vibranti; non prendendo in considerazione che gli individui dalla pupilla squisita, educata dalla letteratura e dall’arte, gli pareva fuori dubbio che l’occhio di quello fra di essi che sogna l’ideale, che reclama delle illusioni, che implora dei veli nei tramonti, è di solito accarezzato dall’azzurro e dai colori che ne derivano, quale il malva, il lilla, il grigio perla: purché tuttavia essi restino tenui e non varchino il limite oltre il quale divengon altri, si trasformano in violetti puri, in meri grigi.

Quelli invece che procedono a passo di carica, i pletorici, i bei sanguigni, i solidi maschi che disdegnano i preludi e gli intermezzi e s’avventano perdendo subito la testa, per la maggior parte costoro applaudono ai luccichii sfacciati dei gialli e dei rossi, ai colpi di tamburo dei cinabri e dei cromi che li accecano e li sborniano.

Insomma, l’occhio delle persone deboli e nervose che han bisogno, per risvegliare l’appetito, di cibi affumicati o piccanti; l’occhio di chi è sovreccitato ed estenuato predilige, quasi sempre, l’arancione: questo colore dagli splendori fittizi, dalle febbri acide.

La scelta di Des Esseintes non lasciava dunque adito a dubbi; ma innegabili difficoltà si presentavano ancora. Se il rosso e il giallo s’esaltano alla luce, lo stesso non sempre si può dire del loro composto, l’arancione: che si tramuta ben spesso in rosso-nasturzio, in rosso-fuoco.

Alla luce delle candele studiò tutte le sue gradazioni e ne scoperse una che gli parve non dovesse subire squilibri ed eludere la sua attesa.

Ottenuto questo primo risultato, si propose di scartare, per quanto possibile – nell’addobbo almeno dello studio – stoffe e tappeti orientali, diventati, oggidì che i mercanti arricchiti se li procurano con poca spesa negli empori di novità, così stucchevoli e così ordinari. Tutto considerato, decise di far fasciare le pareti come si rilegano i libri: di marocchino a grana grossa schiacciata, con pelle del Capo resa lustra da robuste lastre di acciaio sotto un torchio pesante.

Quando le pareti furono addobbate, fece dipingere i tondini e la cimasa in indaco carico, in un indaco laccato simile a quello che si adopera per i pannelli delle carrozze; e la volta, un po’ arrotondata, rivestita del pari di marocchino, schiuse, come un’immensa finestra tonda incastonata nella sua buccia d’arancio, un cerchio di cielo in seta azzurro-del-re, nel quale si libravano ad ali spiegate serafini d’argento, recentemente ricamati dalla Confraternita dei Tessitori di Colonia per un antico piviale.

La sera, quando ogni cosa fu a posto, tutto si conciliò, s’affatò, prese unità. Lo zoccolo immobilizzò il suo azzurro, sostenuto per così dire, riscaldato dagli arancioni: che, a loro volta, si mantennero schietti, appoggiati e in certo modo attizzati che furono dall’incalzare dei blu.”

beeeeLamento beeeethovenico in tre mosse.

ho trovato un capro espiatorio.

un lupo rincorre una pecora. beeeeeee, beeeeeeee, beeeeeee…..

il lupo acchiappa la pecora. bè bè bè.

non so se il capro è il marito della pecora. o se la pecora è l’amante del capro, visto che la capra sta tutto il giorno a cantare sulla panca, e quando scende muore. se è per questo non ho capito bene neanche il rapporto tra mucca, montone e toro. l’unica cosa che mi è chiara come me è che i maiali sono più semplici e probabilmente si divertono di più.

il punto è che ho trovato un capro espiatorio.

il che riquadra il cerchio con la pecora (anche se non ho capito questa mania di fare quadrare i cerchi. i conti poi. e soprattutto i cubetti di ghiaccio. fonderò un comitato per la liberazione dei cubetti di ghiaccio dalla innaturalitudine degli spigoli. l’acqua scorre. panta rei e panta loni. via i pantaloni allora).

dicevo il capro espiatorio mi solleva dal lamento,

anzi, grazie al capro, dal beeeeLamento beeeethovenico. per chiarisa.

ho perso il filo. menomale perchè era spinato.

allora:

nove persone su dieci (e la decima sono io) mi danno della:

lunatica,

metereopatica,

volubile,

emotivamente instabile,

uterina

e umorale.

talvolta cadono nel ridondante e anche nel tautologico.

ho anche una discreta quantità di seitotalmentePazza al mio attivo.

nondimeno, ove necessario, ho una triplice tattica difensiva:

a) dieci persone su quelle nove avrebbero una esistenza assolutamente vuota senza di me (la decima sono io, per ovvie ragioni).

b) sono cuspide e coll’ascendente opposto al sole natale: cioè a dddire che il mio essere (in bilico tra terra e fuoco) è in perenne contrasto col mio apparire (in limine tra aria ed acqua) e questo dà ragione di talune apparenti contraddizioni.

c) ci come me, e come questa che copioincollo

(grazie a questa cosa degli scrittori che riescono a dire le cose che anche tu vorresti dire e ppperò)

:
DUE PUNTI (ciack si cita)


campanellino non era del tutto cattiva;

o piuttosto, se in quel momento era del tutto cattiva,

qualche volta però era del tutto buona.

le fate sono sempre o tutte cattive o tutte buone,

perchè, essendo così piccole,

disgraziatamente non hanno posto che per un sentimento alla volta.

però è concesso loro di cambiare

purchè cambino interamente.


( j. m. barrie, peter pan e wendy)

postilla alle donne tragiche

ai pastori erranti che me lo chiedono di nascosto.

sono (in) sana e salva

(come una pistola che ti saluta, a salve;

come un’ostrica che ti saluta, valve;

come un tortellino che affoga nel burro, salvia).

devo solo smaltire le pendenze (ed è difficile stando in pianura)

eppure la primavera mi fa venire voglia di scappare, se solo sapessi A QUO.

eppure la mia seconda donna tragica preferita (e la prima? arriverà)

mi attacca attaccamenti, se solo sapessi AD QUEM.

eccola,

AndroMACA in un’Amaca di Ettore

“Niente, per me, vale la vita:

non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace,
prima che gungessero i figli dei Danai;

non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa;

si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere;

ma la vita dell’uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti”.

O.

flaubert e feuerbach

l’educazione sentimentale di una donna…

è sano che cominci con essere un pò elena…


ed è bello che dopo un pò diventi più penelope…


calcio con un pò di fosforo.

questa confusione calcistica mi sfiora appena. ovviamente sarei felice se alla fiorentina succedesse qualcosa, ma solo perchè i fiorentini mi stanno antipatici ed io ero [loro] amica ero una stronza avevo sedici anni appena…

non riesco a smettere di pensare agli schemi però.

allo schema del boemo.

fino a ieri pensavo che boemo fosse un signore con uno schema sbilanciato in attacco, utilizzato da un altro allenatore chiamato zidan (che ovviamente non so come si scrive). ieri ho appreso che il signor boemo è la stessa persona che utilizza quello schema (che infatti è il suo) e che non si chiama zidan, ma zeman (che ovviamente non so come si scrive), anche se tutti e due cominciano per zeta (a quanto pare anche nel nome).

la domanda che sorge spontanea, come la pelle d’oca quando, o la tachicardia quando. la domanda che sorge spontanea, mi sveglia nello stomaco della notte quando però mi sono già svegliata per bere un pò di acqua. è questa: perchè nessuno lo usa?

se fossi un allenatore (e mi piacerebbe essilo, perchè potrei dare ordini, non fare nessuna fatica fisica, mettere la cravatta e non ridicoli calzettoni fosforescenti, e fumare a bordo campo, e rilasciare interviste, tutte cose che si confanno o si confacciono al mio personaggio in cerca di disonore),

se fossi un allenatore e non un allentatore, io userei lo schema 2- 3- 5.

che mi sembra assolutamente vincente.

del resto, basterebbe tenere i difensini attaccati alla porta, tanto loro mica lo rischiano il fuori gioco. tanto più che poichè la massa usa lo schema 4 -4-2, i miei difensori dovrebbero affrontare pochi attaccanti, quindi ce la fanno. risoluti difensori del capricorno e del toro, resistenti come parmigiani, attaccati alla terra come neanche la robbba di verga.

magari un portiere un pò più alto e un pò più largo, così occupa più spazio. del resto, se in barca a vela alle manovre si prendono in prestito i giocatori americani di rugby, non vedo perchè io non potrei assumere, anzi comprarmi (come un paio di scarpe) un portiere pallacanestraro saltellino. un portiere scorpione ascendente cancro, capace di intuire le mosse degli altri e legato alla casa.

gli altri tutti lì in attacco, che è molto più divertente. del resto ivi i miei attaccanti troverebbero un sacco di difensori dalla personalità dimessa e volta al sacrificio, e scatterebbero punizioni e rigori.
attaccanti del segno del leone o dell’ariete, con un ascendente sagittario oltre e sopra le righe, ma dentro la porta.

per non parlare delle sobrissime divise. altro che righe verticali e colori fosforescenti. classiche divise blu scuro con le rifiniture bianche, e calzettoni modello burlington. (ad esempio la maglietta della scozia, di cui ho appena avuto contezza, grazie al balcone). ovviamente non voglio vedere capelli lunghi, codini, nastrini e cerchietti. niente gestacci, massimo sette parolacce a partita, e, ovviamente, niente disgustosi sputacchi per terra.

quando cominciano i saldi? a luglio? che mi compro una squadra.

la palla è rotonda.

saluti interni di punta sinistri.

c.

36 ore a Roma.

Non resisto a questo palindromo: AmoR è RomA.


Sarà perché ci sono i tetti di roma, o il cielo di roma, o perché mancano le nuvole.

Saranno i pavimenti di roma, l’A-Roma di roma.

Saranno i tassisti col gagliardetto della roma o del lazio, tertium non datur.

Sarà la statua di giordano bruno sempre lì a ricordarti che. (e saranno le cose ovvie, se è per questo).

Saranno i piatti delle trattorie che anche quando sono piani sono concavi un po’. (e la cucina di roma, e i vini di roma). (e i negozi di roma).

Saranno i ricordi che mi ricordo o la sensazione di presente aleph, o di presente occhio del ciclone lì in quell’angolo o in ogni angolo.

Sarà quel mio non – banchetto da astrologa dietro piazza navona, o il mio non – balconcino a trastevere.

Sarà la confidenza degli sconosciuti o gli occhi.

Sarà che andare a roma per lavoro alla fine è solo venire a roma.

Sarà la mia meravigliosa amica ariete,

le persone che perdo e le persone che ritrovo.

Non resisto a quel palindromo.

E non ci provo nemmeno

c.

prime afosità

il paesaggio è una villa daqualcheparte nell’isolachec’è, non troppo lontana da palermo

è una villa cadente e decadente, da gattopardo scappato con una gatta in calore e senza colore

il paesaggio è un cancello arrugginito, quattro cani per strada di razza ma di razze diverse, che fa caduta di stile,

i muri scrostati sono, con un residuo di olio,

il paesaggio è una finestra con un pezzo di blu e di giallo

e una tenda troppo pesante per stare su

il paesaggio è una tavola con una tovaglia chiara e damascata, lisa, che struscia per terra

e senza tovaglioli, anzi, con i tovaglioli tuttidiversi,

le posate pesanti e un po’ storte d’argento, anche un pò scure e di due tipi diversi e mescolati,

il paesaggio è un vassoio di pasta corta e pesceanchepovero e melanzane e rossopomodoro.

il paesaggio sono io, con la guantiera in mano, che rido.


c.

la decollazione di lucrezio

per chi si preoccupa e per chi non si preoccupa.

giovanni il dentiman (ariete, asc. leone) mi ha tolto lucrezio.

era un caro dente. un pò ingombrante, voleva farsi strada.

voleva a tutti i costi che diventassi grande e mettessi giudizio.

ma la sacra sindrome di alice pan è più forte.
e così lo abbiamo defenestrato.
l’uomo dei denti mi ha dato: il valium x ammorbidirmi la bocca;

un preanestetico alla pinacolada per non farmi sentire le punture (e lo trovo giusto, non è che nel duemilasei si può sentire l’ago); e fin qui tuto bene.

poi tre punture di anestesia. e fin qui quasi tutto bene.

poi c’era una bloody situation, e allora mi ha iniettato dell’adrenalina:
da questo momento il cuore ha cominciato a battere così forte che neanche x il mio principe azzurro.
e l’aria non voleva entrare.
non è stato molto bello.

poi lucrezio ha alzato la bandiera bianca, e io ho vinto un sacco di punti (in bocca).

adesso sono imbottita di sostanze anticose varie (e di gelato, perchè c’è giustizia al mondo)

ma soprattutto son gonfia come las meninas di picasso.

torno presto.

c.

lucrezio e la pallapazza

Ho mal di testa. Mal di testa si dovrebbe scrivere tutto unito (anche tutto unito dovrebbe scriversi tuttounito): MALDITESTA.

Il mio malditesta è colpa di Lucrezio. Non il filosofo naturale. LUCREZIO il dente del giudizio in basso a destra (in basso a sinistra se qualcuno mi guarda la bocca). Lucrezio sta uscendo e spinge, in questo modo mi fanno male tutti i denti e mi fa male la testa.

Mi fa male la calotta cranica.

Se la mia testa fosse il mondo (e questo non è escluso, in una prospettiva CHIAROCENTRICA), mi farebbe male il circolo polare artico: la Groenlandia, la Lapponia, l’Islanda (al cui abitante la natura scrisse una lettera, un giorno), e se sapessi distinguerle anche dei pezzettini di SveziaFinlandiaNorvegia. A tal proposito Uno ha ipotizzato lo svolgimento di una gara di cani da slitta, nella mia calotta cranica.

Questa cosa che quando hai mal di testa tutti vogliono sapere dove ti fa male esattamente e soprattutto che tipo di dolore è, tra le tante classificazioni ipotizzabili. Che cambia? Male mi fa.

Questo malditesta è come la palla pazza gig. Quando ero giovane avevo una palla arancione di gomma con un’anima di piombo, di modo che quando la facevo rotolare ella (fitzgerald) andava dritto per dieci centimetri (dritto, non dritta: è un avverbio, non un aggettivo) e poi vagava random a destra e a manca (manco per niente). Non aveva le pile. Solo un’anima di piombo. La mia testa ha un’anima di piombo e sbanda.

Ho il MALDITESTA PALLAPAZZA.

Vorrei che arrivasse L’uomo Con L’apriscatole (celeberrima tela di Magritte) che mi aprisse tipo scatoletta di tonno e levasse il piombo. E mi richiudesse. (magari già che c’è potrebbe anche togliere un po’ di difettucci caratteriali).

Lunedì il signor dentista mi toglie Lucrezio. Non mi sento di escludere che ne avrete contezza.

Adesso ascolto i Bluvertigo, magari fanno effetto doppler omeopatico e mi passa.

c.

“la televisone che osservo a casa
serve solo per il mio malditesta
tornare da milano all’ora di punta
serve solo per il mio malditesta
amo molto il rumore per la techno
serve solo per il mio malditesta
BELLO L’AMORE MA UNA RAGAZZA
PUÒ SOLO AUMENTARE IL MIO MALDITESTA

e allora vado,comincio a cercare,
aprire i cassetti del comodino e quelli del bagno piccolo:
devo risolvere il problema o credere di risolverlo

PERCHE’ GIOVE HA CAGATO FUORI MINERVA DA UN’EMICRANIA

ho bisogno di pillole che facciano passare il mio malditesta

le lezioni che subisco a scuola
servono solo per il mio malditesta
MI PIACE LA BRAVURA MA A VOLTE IL JAZZ
SERVE SOLO PER IL MIO MALDITESTA
non odio il calcio ma chi ne abusa
serve solo per il mio malditesta
e spesso di sera se non digerisco
accuso leggeri principi di malditesta”

(Bluvertigo – Il mio Malditesta)

c.d.g.

Ci sono cose che NON SOPPORTO.

Potrei dire le bugie, ma le bugie mi stanno simpatiche. Piuttosto l’iposensibilità. Potrei dire i tradimenti, ma piuttosto (ma piuttosto non si dice) deludere un amico.
Potrei usare la parola idiosincrasia, ma tengo una idiosincrasia per una parola idiota come l’idiosincrasia.

La banalità è in agguato, come L’iMPREVISTo. Ma l’imprevisto è più simpatico delle probabilità. (Monopoli è di destra. Ma perchè Risiko è di sinistra?) L’imprevisto aumenta l’ENTROPIA del sistema (la probabilità invece fa sudare, e aumenta l’entalpia, credo, ma non sono una fisica, anche se ho un certo fisico. E anche un fisico di ruolo).

Una cosa aumenta a dismisura l’entropia del mio sistema. E (stranamente, stranamente perché mi piace entropizzarmi) è una cosa che non sopporto.

Due punti a capo.

IL CAMBIO DI GUARDAROBA (di nuovo a capo perché il momento è solenne).

Non sono le rondini a fare primavera, ma il cambio di guardaroba.

Ineluttabile come un’emozione.

Ciclico come una bicicletta.

Periodico come una tavola.

Stagionale come una pizza.

Dovrebbero dare un giorno di aspettativa per il cambio di guardaroba (da adesso c.d.g.).

Ci sono quelle che, poverine, lo fanno tra camera e cantina, con un enorme dispendio di energia. Ci sono quelle, fortunelle, con un armadio a due piani, che lo fanno col bastone, sopra sotto sopra sotto, come nei più classici rapporti sessuali.

Io lo faccio da una stanza ad un’altra. Meno di cinque metri. Moderata fatica (ma non per questo sono democristiana). Nondimeno.

Vestiti che non mi ricordavo di avere.

Vestiti che non trovo.

Vestiti che non mi entrano, ma potrebbero rientrarmi. Del resto non è detto che io non ritorni alla taglia che avevo a dodici anni.

Vestiti che non metterò mai, ma che potrebbero tornare di moda.

Vestiti che non metterò mai, ma hanno un sacco di ricordi. (Come potrei buttare degli shorts blu e bianchi che ho comprato a Cannes nella gita della maturità?)

Troppi vestiti.

Non è colpa mia. È lo Sciopping Compulsivo (che però è sempre più lungimirante della nutella compulsiva. Anche se, un dolcetto al termine dello sciopping ci sta come il cacio sui maccheroni, se io non fossi allergica al formaggio).

È quando una mattina ti svegli e pensi che non ha senso vestirsi se non hai un paio di pantaloni VERDE ACIDO. È quando devi festeggiare e ti fai un regalo. O quando sei triste e ti fai un regalo. O quando ti fanno un regalo.

Maglioni di lana che emigrano. Gonne in tweed che scappano dalle grucce. E le sciarpe (ma perché ho tutte queste sciarpe?). Almeno i cappottini filano in lavanderia di default.

Ma la FASE DESTRUENS finisce, anche se puzza terribilmente di Naftalina (e io non sono Eta Beta: non sopporto la naftalina. E neanche i surrogati della naftalina che puzzano di finta lavanda. Potrei firmare un accordo colle TARME: un maglione l’anno e mi lasciano in pace l’armadio).

È la FASE COSTRUENS.

Non ci stanno tutti, nell’armadio principale. Spingono, urlano, si spiegazzano. Si buttano per terra cercando di sporcarsi con le mie nuvole di polvere per avere una chance di fuga nella via verso la lavatrice.

E poi non vogliono ordinarsi cromaticamente: il blu mi si confonde col nero, quando è notorio che “se vuoi essere un cafone metti il nero col marrone, se vuoi esserlo di più, metti il nero con il blu. (Non per nulla la maglietta dell’inter e gli interisti).

L’arancione non vuole stare accanto al rosso perché perde in aggressività. E li a spiegargli che il rosso è suo padre.

E poi non vogliono seguire un ordine logico. I pantaloni si mescolano alle gonne, i vestiti da spiaggia con quelli da aperitivo.

E quando tutto sembra finito. Ancora: il cambio delle borse. Il cambio dei pigiami. Il recupero dei costumi.

E poi.

Le scarpe.
È mai possibile che ho 33 paia di scarpe attuali? Dove attuali vuol dire che non ho contato le scarpe ogni tempo (tipo le decoltè, le ballerine, e le scarpe da ginnastica), e non ho contato le scarpe che non metterò di sicuro e che stanno in uno scatolone apposta).

Ma la cosa più incredibile è che

Non ho neanche un paio di SANDALINI VERDI.

L’abito non fa il monaco,

Ma io sono CHIARA.

doppia pì

faccio la doppia pi,

dopodiché bevo la acqua perchè ho paura di disidratarmi.

dopodichè rifaccio la doppia pi.

dopodiché bevo la acqua perchè ho paura di disidratarmi.

dopodichè rifaccio la doppia pi.

dopodiché bevo la acqua perchè ho paura di disidratarmi.

dopodichè rifaccio la doppia pi.

dopodiché bevo la acqua perchè ho paura di disidratarmi.

dopodichè rifaccio la doppia pi.

la mia doppia pì è assolutamente trasparente adesso

(sono tra il trash e il pulp, mi dispiace, e dire che sono una donna e non dovrei fare la doppia pi,
ma che ci vuoi fare, non tutte le ciambelle riescono col buco, colpa di alfredo, se una rondine non fa primavera, infatti è primavera e non ho visto neanche una rondine, san benedetto, di nuovo acqua, help! bitols)

dopodiché bevo la acqua perchè ho paura di disidratarmi.

dopodichè rifaccio la doppia pi.

non vorrei che i miei renelli diventassero troppo puliti,

non vorrei combattere con troppa efficacia la ritensione idrica

non vorrei diventare quelle che: “bisogna bere due litri di acqua al giorno”

che fare?

vino?

il vino non è la risposta,

il vino è la domanda,

la risposta

è

si.

salute e saluti,

c.

duemaggio: nessuno mi ama come mi amo io

facile essere allegri con brio (non blu, non rocchetta)

il primo maggio, colle margherite (s-cocciante)

sul parabrezza della macchina, agganciati ai tergicristalli che dovrei cambiare (prima o poi, o forse vanno boicottati per i lavavetri, perchè certo, anche se a volte sono aggressivi, nessuno si diverte a stare con una spugna al semaforo, meglio fare il medico sui balcani sarebbe stato),

facile quando il tempo è a metà ma non importa perché è vacanza, e alla radio ogni tanto pezzi del concerto a roma (che bello l’anno scorso, non sentire il caldo nè i piedi, aspettare La canzone), e forse ci sarà un pò di coda, il grande rientro (ma sempre meglio trovare la coda a firenze sud colla pancia piena di tortelli piuttosto che la mattina alle sette colla macchina piena di stroboscopi), e chissà perché poi il rientro è sempre grande o non è, mai che ci fosse un piccolo rientro senza trombe e senza grancasse.


difficile (non è partire contro il vento, ma casomai, senza un saluto, i.f.), più difficile è mettere l’ansia per il futuro prossimo (quello anteriore invece no, perchè nel lungo periodo tutto va bene e va come deve andare, ho il giove all’ascendente, io) l’ansia per il futuro prossimo al guinzaglio, pensando a quello che devo consegnare, e dire che non sono neanche un pony express, casomai un asino lento e indeciso alla buridano (e marmellata). difficile è tenere la camicia a righe e i mocassini quando c’è il sole e fa caldo, e una settimana lunga con i giorni indifferenti ai nomi perchè per chi è pagato per scrivere e pensare il martedì e il sabato sono potenzialmente uguali.

difficile quando l’amore qualche compromesso lo deve accettare o deve aspettare, e non può soltanto rotolarsi su un prato, su una spiaggia

o su una roccia.

calda.

ma io sono chiaratan, dimensione avventura, questa è fantasy più che science,

e posso sempre mettere il miglior sorriso della mia faccia alla conte paolo, e canticchiarmi che mi amo come conte paolo che copioncollo dopodichè tutto sarà più facile.

c.

Arrivo lì, così… Nessuno mi aspettava più… un temporale fa dei grandi gesti grigi, è il clima mio… ci sarà stato mai qualcuno interessato qui? Volendo… nelle scarpe avrei un ritmo mio…

Nessuno mi ama… …come mi amo io, mi sei piaciuta felicità… nessuno mi odia come mi odio io, mi giro indietro e poi mi dico addio… …luxury bound, my luxury bound, Imagine, please, my luxury bound… no-body loves me as I love myself oh, luxury bound, my luxury bound…

Nessuno è dandy se voglio io, nessuno è smoking se non il mio… nessun grammofono di frontiera mi dà l’incendio di un’habanera…

Gente trascurata, sì… fino a domani nell’oblio… qualcuno che mi vuol parlare… può darsi anch’io… gentleman… ma questa è un’ora in cui cantavano le docce ormai
una canzone d’acqua in cui non c’erro io… gentleman… Facciamo un po’ di letteratura con la miseria della mia bravura…