dei ricci di mare e della maschera di gelso.

a marsala sono tornata, a parlare come yoda, a fare un pò di mare d’inverno
come direbbe ruggeri enrico (il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera, il mare d’inverno è qualcosa che nessuno mai desidera),
anche se ruggeri enrico non è che mi faccia impazzire,
anche se in sicilia l’inverno è solo un autunno colle giornate più corte,
e anche se l’otto ottobre l’inverno è solo un imbucato alla festa delle foglie.

a marsala sono tornata, senza chiederVi il permesso, e senza lasciare un dlin dlon con una mascherina per l’ossigeno automaticamente disponibile, da indossare e respirare normalmente.

adesso sono tornata a firenze dall’essere tornata a marsala.
noi cuspidi in esilio abbiamo seri problemi ad utilizzare il verbo tornare:
chi la decide la direzione? il cuore? la carta d’identità? la longitudine e la latitudine? salire e scendere?
forse se avesse avuto ragione tolomeo sarebbe stato più facile,
però dice che le rivoluzioni vanno fatte, e a pirandello pare così.
[ ma questo è un altro post]

per-farmi per-donare ho portato un pò di pappa e ciccia (ma quella non si vede).

mangiare a marsala.

a) prima colazione.
è impossibile fare un piccolo digiuno,
piuttosto una collezione di colazioni.
bar vito, davanti ai canottieri.
noi facciamo ancora colazione all’aperto, e visto che il tempo è più lento, ci fermiamo anche a fumare una sigaretta.
iris al cioccolaTTo, succo di frutta all’albicocca, caffè lungo in tazza grande.

b) merenda della mattina.
di solito non la faccio la merenda della mattina, è che sono qua.
bar vito, corso gramsci.
(non è un monopolio, ma potrebbe).
arancina alla carne. riscaldata la vuole? appena appena, grazie.
(troppo presto per il vino. perchè?).

c) i pranzi qui sono costretta a saltarli. dice l’antico proverbio, pranzo con i tuoi, cena con chi vuoi.

d) merenda del pomeriggio.
granita di gelso da caito, zona stagnone.
che ve lo dico a fare.
(“stanotte è venuta l’ombra, l’ombra che mi fa il verso, le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso”).

e) aperitivo al juparanà.
sgroppino (sorbetto al limone + vodka).
e poi acciughine e caponata e pomodorini secchi e olive e. e. e. e. e.

f) cena alla bottega dal carmine.
quanto mi piace la bottega del carmine? davvero tanto. stradina minuscola in centro.
tavolini di legno. lino colore sabbia e spago color spago. vetri sulle case cadenti (esprimi un desiderio).
ancora arancini caldi caldi caldi.
pasta pesce spada e melanzane. e pomodorini pachini pachini. un pò di menta?
sbriciolona di pere e cioccolato.

oppure.
cena al signorino, sul mare.
sette volte su dieci andiamo in spiaggia al signorino, d’estate. da mille anni
(mille anni al mondo mille ancora che bell’inganno sei anima mia,
e che bello il mio tempo che bella compagnia”)
ci sono ancora le canne sul tetto.
cappuccetti fritti. cappuccetti fritti. cappuccetti fritti. (il lupo non ha capito niente).
pasta con i ricci.
(di più c’è solo il mare a morsi).

oppure.
cena alla trattoria garibaldi.
in piazza garibaldi. nella piazza della chiesa dell’addolorata. nel senso che se il tempo è bello la sera i tavolini stanno sotto la chiesa.
e qui c’è il cous cous. col brodetto, a parte. (neanche sally ha capito molto, forse).

nero d’avola.
syrah.
syrah quel che syrah.
che confusione, syrah perchè ti amo.

z) prima di partire, al volo: panino colle panelle al baracchino davanti al mio liceo.
cosa sono le panelle?
e il giorno della civetta?

“L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista “un momento” e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò”.

9 thoughts on “dei ricci di mare e della maschera di gelso.

  1. balthazaar ha detto:

    Sai ancora di zibibbo e marzapane.
    E’ un buon profumo il tuo, mica polenta.
    Ben (ri)tornata e ben (ri)tornita.
    Il solito (ri)tornello.

    Baci padani, ma appena appena.

  2. bye bye bombay ha detto:

    c’era l’altro giorno al super
    mare d’inverno dico
    cantata dalla bertè

    (come va il mercato delle spremute di melograno?)

  3. giadg33 ha detto:

    mai mai?
    o sempre sempre?
    boh
    nel dubbio, occhio ai trigliceridi e alla malinconia

  4. stefano ha detto:

    fico il tuo blog sgarbi vittorio ne sarebbe affascinato, mentre gattuso gennaro avrebbe convulsioni e deliri,per quanto mi riguarda sono in piena sindrome di Stendhal!

  5. napolino ha detto:

    bottoni e dove li avresti visti i bottoni?

  6. archiaudaci ha detto:

    info baldassare:
    malamente la pioggia mi sta togliendo il profumo di sale, dovrò riguardare love boat.

    info bai bai:
    cantata da bertè loredana di più mi piace. il mercato delle spremute di melograno è in crisi. ma di sicuro in cina non ne producono.

    info gdg:
    spesse volte spesse volte?

    info stefano:
    stendhal- stand up!
    grazie.

    info napolino: quali bottoni?

  7. pescefuordacqua ha detto:

    Gironzolando tra blog sono incappato nella tua foto dei ricci …… e il mare d’inverno ….

    Ciao
    Miky

  8. V ha detto:

    che bel post
    sento il sapore della pasta coi ricci
    [che non mangio da troppo tempo]
    e vedere attraverso le tue parole
    una parte della mia-nostra sicilia
    che non ho ancora vissuto quanto vorrei
    mi piace. assai.

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