Archivio mensile:maggio 2008

della macchina gialla, e della pazzia.

io sono pazza, perché devo lavorare e poi devo partire e devo fare mille cose e sono qui a scrivere.

nella mia strada c’è un pazzo, non dei pazzi alla de andrè che imparano l’enciclopedia a memoria, neanche di quei pazzi che parlano da soli. 

io sono pazza perché parlo da sola. e ballo da sola. ogni tanto mi sdoppio, diventiamo chiara e giulia, allora se chiara parla con giulia non è più pazza, o è pazza di più.

il pazzo della mia strada è innamorato di una ragazza molto bella, di quelle molto belle e molto finte, che andrebbe a fare la spesa tiratissima truccata e con i tacchi, ma non va a fare la spesa perché è troppo tiratissima per fare la spesa, e probabilmente mangia tutti i giorni fuori con un amministratore delegato della general motors.

io sono pazza perché quando vado a fare la spesa passo 5 volte per ogni corridoio, e parlo anche con i biscotti e con gli yogurt (quelli senza grassi però), e la mia spesa è sdoppiata anche lei poverina, ci sono la nutella e le gallette ipocaloriche di riso, perchè tanto le calorie si sommano, se spalmassi la nutella sul pane piuttosto che sulle gallette di riso ipocaloriche ingrasserei di più, quindi la nutella sulle gallette di riso ipocaloriche fa dimagrire, e probabilmente la nutella spalmata su un dito (o su una bocca) è addirittura consigliata nei casi di obesità.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè è innamorato di quella molto bella e molto tiratissima, che se andasse a lavare la sua macchina gialla, andrebbe truccatissima e con i tacchi. ma non ci va, e questo è il punto.

io mi diverto un sacco a lavare la mia macchina, rossa. arrivo con l’aria un pochino persa e trovo qualcuno che mi lava il sotto della macchina con un prodotto fatto apposta che lui si porta dietro (probabilmente questa è una pazzia da uomini, nella mia macchina c’è tuttallllpiù un lucidalabbra, un pettine, un campioncino di profumo verosimilmente scaduto, un accendino e zero fazzoletti di carta). trovo anche qualcuno che ha speso dei soldi per comprare un panno di daino per asciugare la macchina senza aloni (questa deve essere un’altra pazzia da maschio, io spendo soldi solo per le scarpe, i trucchi e il vodkamartini, e giammai penserei di asciugare una macchina con qualsiasi cosa rassomigli vagamente a bambi), e che è così gentile da prestarmelo o da asciugarmi la macchina, nonostante io replichi che sono aloni di acqua, mica pipì di pterodattilo.

la ragazza molto bella e molto tirata però, non va a lavare la macchina, perchè la lava il pazzo della mia strada.

il pazzo della mia strada lava la sua macchina gialla almeno tre volte al giorno. anche quando piove. avrà paura delle piogge acide. deve essere una forma diffusa di pazzia, io ho paura delle risposte acide.

il pazzo della mia strada cammina con un secchio, un sapone e i guanti. non ha il panno di pelle di daino. neanche un panno di pelle di pollo fatto da apelle figlio di apollo. il pazzo della mia strada probabilmente soffia e sospira sulla macchina gialla per evitare gli aloni.

il pazzo della mia strada una volta mi ha detto che se graffio la macchina gialla mi ammazza.

io ho risposto che è una macchina troppo bella, nessuno potrebbe mai graffiarla. solo un pazzo.

(giulia ha stretto le chiavi molto forte tra le mani, peccato di intenzioni).

io sono pazza perchè qualche graffio sulla macchina mi piace. e se è per questo mi piacciono anche le scarpe un poco sporche. ma mi piace anche che qualcuno se le pulisca non sapendo che a me piacciono un poco sporche.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè vive per la macchina gialla e io questo modo vive per il suo amore.

la ragazza tiratissima lo sa che lui è pazzo, e che la ama, e che non potendola amare perché lei è troppo bella e troppo tiratissima e troppo presa dall’amministratore delegato della general motors, insomma lei lo sa che lui è pazzo, che la ama, e  che non la può amare, allora con una figura retorica della quale mi sfugge il nome proietta tutto il suo amore sulla macchina gialla. lei lo sa, ma non le importa. le importa solo della macchina pulita e senza aloni.

a me, invece, mi importa un sacco della sua macchina. e del mondo parallelo del pazzo della mia strada che è felice perchè ha un amore da coltivare, anche se, come nelle metamorfosi di ovidio, il suo amore si è trasformato in una macchina gialla.

io sono pazza perchè continuo a innamorarmi, e nessuna persona sana di mente lo farebbe.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla.

e sono pazza perchè ieri ho preso una partaccia al consiglio di stato che mi è passata ascoltando i primi cinque accordi di stareway to heaven di un pazzo a piazza navona, e la mia intensa vita emotiva mi basta e non mi avanza.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla. com’è triste il pazzo della mia strada quando la ragazza bellissima e tiratissima prende la sua macchina gialla per andare al circolo del golf dall’amministratore delegato della general motors. e il pazzo della mia strada pensa: speriamo che non facciano l’amore dentro la macchina gialla, che mi si sporca.

sono pazza perché penso che il mio futuro rarefatto sarà bellissimo, che tutto andrà come deve andare e anche meglio. che dei discorsi sul bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, e sull’ottimista che pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, e del pessimista che pensa che l’ottimista abbia ragione, francamente me ne infischio.

il pazzo della mia strada aspetta che la macchina gialla torni e intanto riempie il secchio di lacrime.

sono pazza perché sono felice, e ad una analisi approfondita che si avvalesse dell’analisi economica della felicità, probabilmente dovrei essere più cauta.

il pazzo della mia strada si bacia i polpastrelli per accarezzare la macchina gialla con più amore.

sono pazza perché mi basta quello che ho, e penso che quello che vorrei arriverà.

il pazzo della mia strada vive solo nel presente e non sente i rumori di macchine che non siano gialle.

sono pazza perché mi fa male il ginocchio tantissimo, ma lo interpreto come una forma di manifestazione del pensiero ginocchioso che ha voglia di dire la sua sui rapporti tra il sesso degli angeli, il mio, e la musica del settecento veneziano.

sono pazza perché penso che prima o poi la ragazza bellissima smetterà di essere tiratissima, e l’ammistratore delegato della general motors la scaricherà per un’altra più bella e più tirata con una macchina azzurro cielo. e la ragazza con la macchina gialla abbraccerà il pazzo della mia strada e scapperanno con la macchina gialla e si nasconderanno in un campo di spighe gialle, mimetizzati come camaleonti e si ameranno per sempre, facendo ogni tanto i tassisti per i girasoli.

sono pazza perché quando c’è qualcosa che non và, mi sposto nel mio mondo parallelo, pensando che due mondi paralleli prima o poi si incontrano.

sono pazza perché sono innamorata, pazza.

come se fosse il ventiquattro dicembre (o il ventisei?)

insomma l’ho scritto.

il mio libro.

quello che volevo dire su una cosa di diritto, anche se è un poco a rovescio. lievemente anarchico o anarChiarico.

insomma è una parola che non mi piace, ma adesso mi viene da dire solo insomma, con quel tono da insomma, anzi da e-insomma, con una pausa sulla prima emme. insommmmma.

lo so che non risolve il problema della fame nel mondo, né della sete, né delle colonne di camion sull’autostrada tra firenze e bologna che trasportano generi alimentari fungibili (e vi risparmio il mio pensiero autarchico su acqua uova pasta e latte, che ognuno dovrebbe consumarsi quelli della regione propria di appartenenza, e possibilmente risparmiando sul packaging, ma ho detto che ve lo risparmio, bottttt).

però è il mio libro.

e l’ho studiato, l’ho pensato, ho passato giorni in biblioteca, giorni su fogli di carta e penna, giorni alla tastiera del computer che non suona, e anche notti.

a capire a capirmi a cambiare le parole le virgole gli spazi, e i tempi.

ad aspettare autorizzazioni, consigli, critiche, congiunzioni, avverbi e metafore.

a piangerci su, a stancarmici, a finire a ricominciare a finire a ricominciare a finire a ricominciare.

e poi l’ho spedito, e sono arrivate le prime bozze, e le ho rispedite, e sono arrivate le seconde bozze.

e ho contrattato sulla larghezza dei caratteri (si, fatemelo con un carattere dolce, deciso ma dolce, presuntuoso ma non permaloso, che però quando deve parlare parlasse e quando deve tacere si fermasse),

sulla larghezza dei margini (stretti per piacere, che noi abbiamo l’horror vacui, che ce ne facciamo di centrimetri e centimetri vuoti, tacendo delle foreste dell’amazzonia),

sul colore delle pagine (niente giallo paglierino, che fa doppia pi, bianco si bianco, non che io sia vergine, ma quello che importa è la purezza del sentimento, il ripetersi della passione non ne altera l’unicità e la profondità, e quindi bianco).

 

e poi l’hanno pubblicato,

anzi pubblicata, perché si chiama teresa

– cioè, ha un nome lungo che abbraccia funzione e rapporto,

ma per me è teresa, che poi non chiamerei mia figlia teresa, ma giulia o bianca o alice,

ma il mio libro si chiama teresa, forse perchè in principio era la tesi di dottorato,

o forse perchè “teresa ha gli occhi secchi, guarda verso il mare, per lei figlia di pirati penso che sia normale, teresa parla poco, ha labbra screpolate, mi indica l’amore perso a rimini d’estate… ”

 

e me lo hanno pubblicato.

e ieri, duemila telefonate, poi rottura delle acque, corsa ad aspettare il signor dhl all’università.

e poi sono arrivati i colli, che non erano 5 cani, ma 5 scatole.

ed è stato come a natale. o come a natale 15 anni fa. o come a un natale in un mondo parallelo o perpendicolare, con l’amore impacchettato.

come a natale l’attesa della mezzanotte.

ferma minuti immobili. con le forbici in mano. ma non ci riesco ad aprire la scatola. che la aprisse qualcun altro. no la apro io. solennità ridicola come il taglio della torta nuziale, che senso ha impugnare un coltello in due? lo sanno tutti che i coltelli ci si tirano a vicenda. e allora se mi sposassi la torta la prenderei con le mani e te la sbrodolerei addosso.

ma il mio tema è la scatola. aperta con il cuore in gola. con le gambe tremolanti e lo stomaco spappolato come un fegato.

e poi è lì, il parto della mia nuvola pesante e della mia nuvola pensante.

con il mio nomeecognome, e quellochevolevodirenerosubianco, garamondissimo….

e poi ho riso tutto il giorno, ma proprio tutto. e anche tutta la notte. finchè non mi sono addormentata.

 

e poi arriva santo stefano. che è oggi.

e chiamatemelo calo di tensione.

chiamatemelo che sto smettendo di fumare e sono nervosa.

chiamatemelo che voglio un tempo supplementare di baci o un goldengol.

ma è tutto il giorno che piango.

e sono ingovernabile come un paese indebitato con se stesso.

 

e ditemi che è normale,

ditemi che sono brava, che sono pazza e che sono tenera.

e soprattutto, ditemi che domani è un altro giorno.

 

mi sfogo, ma non affogo.

l’A.

 

ventitre gradi. uicchénd al sole.

ventitré gradi e se ti abbraccio non è perché sento freddo,

e quando vado sotto le lenzuola la mattina non è che mi dia fastidio la luce.

ventitré gradi per stare sul bordo della piscina solo con la camicia. e senza camicia e con la camicia e senza camicia.

ventitré gradi per avere il tempo di guardare il mondo che corre accanto alla moto, senza nascondere la testa. e senza parlare, quasi senza respirare, i-poddando, almeno quando non siamo in quinta (abbiamo una quinta?).

ventitré gradi e i calamari fitti rimangono calducci e li posso mangiare piano piano,

mentre mi chiedo se i calamari sono gli anelli di fidanzamento delle balene e ogni calamaro che mangio è un amore acquatico che finisce, ma è un pensiero che tengo per me,

mentre parliamo di quelle cose di cui parliamo quando ne parliamo, 

tipo l’innamoramento che diventa amore che diventa amore odio,

ma l’amore resta amore anche con la guerra, come i fiori restano fiori anche dentro ai cannoni,

ma possibile che non abbiamo altri vasi per mettere i fiori,

e altre armi per fare l’amore,

e quello che era facile diventa difficile e quello che doveva essere difficile diventa facile,

la necessaria incompatibilità, 

ventitrè gradi e se mi scende una lacrima evapora subito, meglio così che altrimenti non ne possiamo parlare e parliamo parliamo parliamo,

e io sono confusa come una trota salmonata che ha perso l’identità,

e vorrei solo averti appiccicato al tatto dei miei polpastrelli,

anzi vorrei che tu sapessi che vorrei averti appiccicato al tatto dei miei polpastrelli,

anzi, vorrei essere un polpo per appiccicarmi meglio,

anche sei i polpi per ammorbidirli vanno sbattuti e questo perché tutto è una metafora di qualcosa,

e stiamo ancora parlando,

delle cose che solo a pensarle mi fanno piangere, e delle cose che solo a pensarle mi fanno ridere,

tanto le lacrime me le dimentico sempre, come i bambini, è il durante che ci frega.

ventitrè gradi ma come si sta bene,

però urlano tutti.

ma che bello, se saremo vecchi insieme, 

potremo toglierci l’apparecchio acustico e parlare come due polpi.