Archivio mensile:dicembre 2010

il tempo di un caffè

in questi anni nei quali una delle poche cose non precarie rischia di essere – ahìnoi – la disoccupazione,
guardo chi lavora.
penso ai lavori negli universi possibili, impossibili, improbabili.
ci sono lavori che non potrei mai fare, ad esempio il trippaio.
ci sono lavori che penso siano i più belli del mondo, come l’ostetrica.
ci sono lavori che farei se nascessi in un universo parallelo: tipo l’attrice francese, se nascessi in francia; oppure la cantante, se nascessi intonata.
ci sono lavori che rifarei se rinascessi in questo stesso mondo così come sono io adesso: tipo l’ideatrice di campagne pubblicitarie. e qui apro una parentesi. che senso hanno i cartelloni pubblicitari con una strafiga in biancherina intimissima? se i reggiseni li comprano le donne (e mai gli uomini, tranne che nei primi 6 mesi di fidanzamento – e qui l’autore che sarei io lascia trapelare una nota polemica da puerpera) perché mai la loro attenzione dovrebbe essere catalizzata dalla strafiga suddetta? (scartata l’ipotesi assai improbabile che una possa credere di diventare strafiga con un reggiseno. ci vorrebbe, quantomeno una bellissima borsa e un tacco tredici dico io…). appunto. ergo, una adeguata pubblicità di biancheria intima dovrebbe constare di uno strafigo che tiene in mano un reggiseno. in questo modo: le donne noterebbero la pubblicità e nutrirebbero la speranza di imbroccare lo strafigo se adeguatamente sotto-vestite (che è speranza assai diversa e più sana del trasformarsi esse stesse medesime in strafighe).
chiusa la parentesi atta a dimostrare il mio fine intuito commerciale.

e, tornando al discorso principale, ci sono lavori che.
che li guardo e li ammiro ma senza voglia di rinascere.
che hanno solo quella nota eroica che appartiene alla quotidianità.

ad esempio, il mio esempio, la barista della stazione.
che si sveglia prima delle 6, violando un diritto non scritto dell’umanità.
che affronta una fauna strana.
si, perché gli avventori dei bar delle stazioni sono persone che stanno per.
non vivono il momento del bar come una esperienza a se stante.
non è una pausa o un momento di convivialità.
è una mera necessità di rifocillarsi.
è solo un attimo prima di.
prima di partire.
di partire per un motivo gradevole. e allora trapela una euforica felicità da viaggio, che resta però non esternata, nel timore di perdere il treno.
di partire per un motivo non gradevole. e allora trapela un malumore da non-ho-voglia. perché la non-ho-voglia trapela sempre.
l’avventore del bar della stazione non comunica, perché è un viaggiatore proiettato nel prossimissimo futuro e non ha tempo del presente.
ha fretta, per definizione.
e se è arrivato in largo anticipo è perché ha l’ansia, e non ha voglia di comunicare.
l’avventore del bar della stazione controlla che ore sono sul proprio polso, sul cellulare. e con la coda dell’occhio cerca il grande orologio della stazione, che è sempre come uno se lo immagina.

e la nostra barista a contatto col pubblico non parla.
si fa assorbire dalla fenomenologia del caffè.
il caffè e le sue dimensioni.
caffè lungo, stretto, ristretto, alto, corto, largo.
il caffè e i suoi involucri.
in tazza grande. in vetro. da portare via perché ho il treno, anzi ho proprio fretta.
il caffè e le sue contaminazioni.
macchiato freddo. macchiato caldo. caffè e latte. che è diverso dal cappuccino.
con zucchero. oppure zucchero di canna. o dolcificante, ma perché lo nascondete.
il caffè e le sue personificazioni.
caffè americano. caffè solo.
il caffè e i suoi nonsensi.
decaffeinato. (per i fighi: deca).
il caffè e le sue tautologie. caffè normale.

e in tutto questo girare su se stessa, come una derviscia, tra il bancone e la macchina del caffè.
in tutto questo studio della fenomenologia del caffè, anche se la barista non ha mai sentito la parola fenomenologia.
in tutto questo rimanere cortese anche se l’avventore medio del bar della stazione non è cortese perché va di fretta (e non lascia neanche la mancia).
in tutto questo, come fa la barista del bar della stazione a superare la monotonia delle albe?

lei fa la regista.
nella sua mente, attacca a ogni viaggiatore il suo viaggio.
di piacere o di dovere.
cercato, sperato, voluto o subito.
dà a ogni passeggero una valigia di pensieri. un bagaglio di progetti.
immagina una destinazione e, a volte, addirittura una compagnia.
e così, prende carburante.
dai viaggiatori felici, perché sono felici. e la felicità da energia.
dai viaggiatori chenonhannovoglia, perché le fanno compassione. e la compassione dà la forza per andare avanti anche quando sembra che di forza non ce ne sia più.
e così la barista, che ha in mano a momenti alterni tazze piene e tazze vuote,
guarda alle sue giornate come un bicchiere mezzo pieno.

in questi tempi di domande, e di voglia di vieni via con me.
la barista della stazione pensa che casa in fondo lei ha i suoi motivi per restare e non partire.

postilla.
non è un grande post.
ma è quello che mi è venuto con buona dose di ansia da prestazione [in questa fredda notte di dicembre, A-LETTO dopo l’ALLATTO della Creatura – e qui l’autore che sarei io cerca di intenerire il lettore che saresti tu]
ne avrei voluto uno di parole vellutate che valgano come le carezze prima di dormire.
o che sia una piccola distrazione.
perché è per la mia amica del “ci prendiamo un caffè al bar di via giusti”.