Archivio mensile:dicembre 2014

buoni propositi (e cattivi pensieri)

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C’è stato un tempo in cui di anno in anno, di agenda in agenda, di stazione in stazione (come direbbero quei due) ricopiavo i pensieri che volevo portarmi dietro per un altro anno (un’altra agenda, un’altra stazione).
Ne avevo uno, di Pavese (l’inventore dei famosi biscotti): l’unica gioia é cominciare (qualcosa del genere). Stava molto bene il primo gennaio e stava molto bene con me, che passo dai facili entusiasmi agli improvvisi avvilimenti (come diceva lei): per le persone, le cose, i passatempi, i libri, le verdure e andando vedendo lettera testamento bim bum bam.
Ma non vi voglio parlare dei corsi iniziati e mai finiti (credo di avere fatto due mesi di flamenco una volta. nel frattempo avevo comprato gran parte della discografia di paco de lucia). Nè della mia collezione di “INTRODUZIONI A” (all’arte del bonsai, alla cura del coniglio nano, ai tarocchi….). Neanche della mia recente passione per le cavolfioracee e le broccolacee che fanno tanto tanto bene e che declino nelle loro cinquanta sfumature di abbinamenti (per esempio cavolfiore al curry? non c’è gara neanche con il più indiano dei polli).
Niente di tutto questo.
Solo che l’approssimarsi del duemilaquindici, che mi sembra un numero bellissimo, mi entusiasma, mi riempie i polmoni, mi sembra un regalo meraviglioso, una nuova mano di poker avendo a disposizione un vassoio di fiches.
Sappiamo tutti che il tre gennaio sarò triste.
Ma intanto mi godo l’attesa e la speranza.
E formulo propositi (sperando che non condividano la sorte dei buoni consigli di boccadirosa).
Ne ho tantissimi.
Ne metto quattro nero su bianco. I più egoisti.
1. Come dice la mia infatuazione parigina numero due (C. De Maigret) essere sempre fuckable: quando sei in fila in pasticceria la domenica mattina, quando vai a comprare champagne di notte, perfino quando prendi i bambini a scuola.
E siccome ho due bimbi e siccome spesso il mio lavoro lo faccio a casa, chiusa nei mio studio a scrivere, prometto che non resterò in pigiama oltre un tempo ragionevole dopo la colazione (nè sostituirò il pigiama con la tuta blu). E questo nonostante la mattina (quando dormo) sono fighissima e nonostante la mia tuta blu abbia il suo perché.
Non c’è secondo fine. Il fine sono io.
La qual cosa ha una serie di postille e corollari.
Tipo razionalizzare l’armadio, eliminare il brutto e l’inutile, non mettere la stessa cosa due volte di seguito.
O anche struccarsi la sera sempre e, già che ci siamo, mettere la crema nelle mani (e forse anche nei piedi).
2. Strettamente collegato al punto numero uno.
Trattare il corpo come macchina. No, non è una buona metafora, almeno per me. Che non lavo la macchina mai e non aggiungo l’acqua nel serbatoio dei tergicristalli.
Trattare il corpo come un diamante, piuttosto.
Continuare a correre.
Andare avanti nel progetto: non mangerò più animali che siano stati partoriti con dolore.
Ricordarsi comunque che non è che devo prendere la patente di vegetariana e che quindi faccio un poco come mi pare, senza dovere necessariamente rispondere a chi mi interroga sul mio rapporto passato presente e futuro con il pesce con le uova con il latte. E che ci può anche essere un rapporto occasionale fedifrago e incoerente con il pata negra.
3. Essere stronza.
Lo so che é Natale e bisogna essere più buoni.
E so anche di non essere particolarmente buona, per cui forse potrei anche non avere bisogno di questo proposito.
E invece si.
Voglio essere stronza con gli stronzi.
Magari non alla prima, che ci metto la buona fede.
Non alla seconda, che posso anche trovare giustificazioni psicologiche, compresa l’insicurezza (e al limite pure la stupidità).
Ma alla terza cattiveria risponderò, che si sappia.
Tenere i sassolini nelle scarpe troppo a lungo fa venire i calli. E io ho anche promesso di usare la crema nei piedi (vedi punto uno).
Nota: il calcolo delle tre volte avverrà retroattivamente, i.e. tenendo conto delle soverchierie archiviate nella mia ram emotiva.
4. Essere riconoscente e felice.
Di tutto quello che ho, che è tutto quello che desideravo
(ho qualche lieve aggiustamento da fare, ma poche cose nella mia dinamica del tutto).
Innaffiare le mie rose: avere cura delle persone che amo e dello stesso amore. Proteggerli (anche dagli stronzi, e dagli stronzi che mi rendono stronza, e quindi anche dai miei cambi di umore, per quanto possibile).
Respirare, ridere e farla semplice.
E non lasciare che le cose sciocche rovinino tutto, che mi facciano perdere tempo, che non mi facciano godere di.
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
E neanche le conseguenze dell’umore.

E mi fermo, che ho paura di ritrovarmi come il giovane holden che guarda l’attimo fuggente tenendo siddharta sottobraccio.
(Proposito numero cinque: non perdere tempo con le cose che non mi piacciono, anche quando a molti piacciono. Che la vita è breve).

Tanti cari auguri.
Che ci sia magia.
Che ci sia meraviglia.
E, possibilmente, champagne a fiumi.

less is more (e l’amore?)

 

confesso.

vorrei essere essenziale e minimalista. questo mi renderebbe più semplice. più facile. possibilmente anche meno rompicoglioni.

mi piacciono le donne che vestono rigorosamente di nero o di bianco o di cosiddetti colori soft. ma se indosso un tubino nero, faccio la coda e metto pure le ballerine, poi non resisto e aggiungo una collana a fiori.

mi piacciono le case con molto bianco e molto spazio. ma adoro vedere i bambini che si arrampicano su quelle vecchie poltrone di quando io ero piccola, appiccicherei foto e disegni ovunque e (già che ci sono) avrei anche due archi che mi piacerebbe dipingere di giallo (e ci scriverei anche “let sun shine in”).

metto in ordine il mio armadio, ma non riesco proprio a buttare la maglietta di quel concerto, il maglione viola (sic) che avevo la prima volta che ci siamo baciati, la gonna plissé lunga di seta e celeste che non ho mai messo.

mi piacciono anche le tavole sobrie. eppure se sono da fouchon vorrei comprare due tazze bianche e fucsia. se sono da starbucks due tazze bianche e verdi. e lascio perdere cosa mi succede prima di Natale.

anche questo blog. tento di adottare un layout abbastanza bianco. poi cedo e passo al colore. e sono anche tentata di adottare un certo tema con dei palloncini che si muovono.

tutto questo è lo specchio di qualcosa?
ho forse un animo massimalista? (non è che divento socialista alla maniera degli anni ottanta?)
sono disordinata dentro? sono insicura? ho l’horror vacui? ho paura della solitudine? dell’abbandono?
forse si, lo dirà lo strizzacervelli un giorno.

per il momento, posso ammettere che sono un’accumulatrice seriale di emozioni.

ho cinquanta sfumature di amore.
che le sfumature oggi vanno anche di moda.
il numero uno è quando sono arrabbiata e tu non capisci perché, e questo mi fa arrabbiare ancora di più. ma se non ti amassi non mi arrabbierei. questo prova troppo ma è la verità.
il numero cinquanta è troppo facile da descrivere.
nel mezzo c’è la vita.
ci siamo noi che cresciamo.
ci siamo non che non cresciamo.
c’è anche la voglia di mollare gli ormeggi, non è che non si può dire. ma è sempre più forte il desiderio di tornare a casa.
c’è la promessa di cambiare me anche se non so bene da che parte cominciare.
c’è il desiderio di cambiare te, ma anche se non cambi va bene lo stesso.
c’è l’evoluzione delle nostre notti bianche. stare svegli per fare robbba. stare svegli per litigare. stare svegli per addormentare qualcuno. ipotizzare di stare svegli a fare robbba quando qualcuno dorme. e quando qualcuno si sveglia c’è il nuovo metodo contraccettivo: filius interruptus. ma non abbiamo poi troppo sonno per fare robbba?
c’è che quando eravamo meno stanchi, eravamo più splendidi e la mattina anche più languidi. ma ci sono i due splendori ora che fungono da copriocchiaie. (stavo per scrivere touch eclat, ma mi sono limitata: è un progresso?)
c’è il pacchetto completo dei nostri cromosomi. diversamente compatibili.
che stanno insieme come la metafora del calabrone che nessuno sa come fa a volare eppure vola.
e nessuno sa come facciamo stare insieme eppure lo sTiamo.
con la nostra ribellione alla statistica
– quella della canzone, che piace tanto.
perché è vero che ogni volta che una farfalla batte le ali,
qualcuno tradisce qualcuno, e ci sono almeno cinquanta sfumature di tradimento.
e allora ogni volta che due persone si compattano a tartaruga come nel rugby (che poi non so neanche come si gioca, quindi non so se la tartaruga c’entra qualcosa o no), questa si che è una bella ribellione alla statistica.

ho abusato con le metafore.
ho cambiato registro.
sono andata fuori tema.
il tema era il minimalismo.
perché in effetti forse tu staresti meglio con una donna minimalista e dal pensiero lineare.
e invece ti è toccata una pazza che non rinuncia alle poltrone con la mosca d’oro
e che ha il pensiero scomposto (ma sempre amorato).