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ottimismo (e fastidio)

vogliamo salvarci?

vogliamo veramente salvarci?

o vogliamo annaspare fino ad annegare in un mare di angoscia?

è una domanda retorica?

evidentemente si.

perché se vogliamo veramente salvarci da qualsiasi mostro che si nasconde sotto i nostri letti e che si traveste da fame solitudine paura ansia ma che in realtà è fatto solo di confetti alla mandorla e cioccolato e basterebbe mangiarli per trasformarli in brufoli da fare esplodere col dentifricio per eliminare il mostro (ci piace questa immagine pulp?) 

se vogliamo veramente salvarci (oh come sono retorica, non starò mica pensando di candidarmi a sindaco di firenze? c’è una vena polemica in questa frase?)

se vogliamo veramente salvarci insomma

(scusate mi sono distratta. un vicino che parla con la finestra aperta si stava interrogando su cosa fare e se andare fisicamente lui in un certo posto. gli ho appena detto senza farmi vedere dalla finestra di andare lui ma non fisicamente, mandando un ectoplasma. mi piacerebbe avermi come vicina di casa. starei tutto il giorno alla finestra aspettando di vedermi passare in mutande zebrate per farmi una foto e ricattarmi. poi forse mi denuncerei. ma alla fine patteggerei).

se vogliamo salvarci bisogna quantomeno essere ottimisti. 

possibilmente ottimisti e di sinistra, come le puttane di lucio dalla (anche se mi sembrano più di sinistra quelle di de andrè), ma intanto (intanto che la mano sinistra guarda cosa fa la mano destra almeno per capire cosa fare per rendersi mancina) intanto ottimista.

e per questo precipuo motivo mi permetto di dissentire dalla solitudine dei numeri primi di giordano paolo.

capisco che è un bellissimo libro che lo abbiamo letto e lo abbiamo anche pianto.

capisco che se studi fisica e ti viene in mente una metafora gagliarda come mattia e alice che sono “Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero”, se ti viene in mente, dicevo (ecco, ho chiuso la finestra), ti viene da usarla e da costruire un romanzo tristissimo che finisce un po’ così.

però, santa patata americana, basta disagio. poteva anche pensare che due numeri primi gemelli saranno anche lontanucci, ma potrebbero sommarsi e siccome sono di sicuro dispari la loro somma sarà pari, saranno divisibili per due e vivranno felici e fondenti.

santissima patata americana quando sei in una storia a bivi tipo quelle di topolino, e hai una cosa bella e felice davanti, che fai scappi o la rincorri? bè, io la rincorrerei, piuttosto che scappare perché non-so-non-so-se-ce-la-faccio-non-so-se-poi-mi-piace-per-davvero. o no? (domanda retoricissima). 

già che dissento, dissento anche da Zygmunt Bauman, che ha scritto modernità liquida, amicizia liquida, arte liquida, amore liquido… 

capisco che se uno trova un aggettivo così gagliardo fa bene a usarlo a usarlo e a riusarlo, tanto più che il nostro corpo è costituito al 90% da acqua (questa cosa proprio non mi torna però, com’è che peso 54 chili),

ma ci piacciono davvero le cose morbide e adattabili? o quelli non dovrebbero essere piuttosto i maglioni di cachemire? vogliamo davvero rapporti fluidi di taker e giver fungibili?

io impersonalmente voglio essere potenzialmente libera come una bolla di sapone,

ma i miei rapporti quando li voglio, li voglio belli solidi come blocchi di cioccolata, come i bicipiti del david di michelangelo, come le copertine di cartone dei libri in prima edizione. vero è che tutto passa, ma finché non passa voglio che sia.

 

già che ci sono.

vorrei che andassimo a fare un picnic al mare con una temperatura media di 21 gradi, che portassi un cesto di vimini con un nastro rosa come la canzone di battisti, con dentro tutte le cose che mi piacerebbe mangiare in un picnic al mare con 21 gradi, tipo pistacchi e cipster, bocconcini di pollo fritto e patate arrosto, vino rosso ma non troppo anzi si, nutella e biscotti. poi vorrei che tirassi fuori un aquilone bianco con su scritto in rosso “chiara ti amo”, ma andrebbe bene “I” cuore “chiara” e cominciassimo a correre.

questo è il mio pensiero ottimista e solido per affrontare il pomeriggio.

salù.

parole in prestito, galassie di timi f.

rumino con le mani dietro al giorno appena passato,
per cercare un chiodo a cui appenere la pelle e mettermi a dormire nuda,
con tutte le emozioni all’aria.
cerco di addormentarmi nella speranza, nel sogno, di non avere quella sensazione che tutto crolla intorno e non so più dove aggrapparmi.
il cielo?
non regge più nessun pianto, poveraccio.
la terra si sta sgonfiando di entusiasmo, quasi le gira la testa a forza di volare.
da quanti milioni di anni, povera bambina, cerchi il tuo amore e non lo trovi?
da troppi.
sei come me, non riesci a cambiare strada.
anch’io come te faccio sempre gli stessi errori di percorso e non riesco a uscirne.
per salvarmi dalla mia vita dovrei saltarne fuori,
ma come fa un pianeta a saltare fuori dalla propria orbita e a darsi la possibilità di una nuova galassia?
ti giro intorno, amore, e non ti raggiungo mai,
ma almeno so che ci sei, anche se brucio a starti vicino.
poveracci quelli che neppure lo vedono questo sole e gli girano intorno,
caproni convinti di poterlo un giorno toccare senza bruciarsi le mani.
ma quelli non moriranno con l’amore nel cuore, sfiniti di desiderio,
e neppure sapranno mai che cosa significa soffrire ed essere felici.
perchè non bisogna essere felici per conoscere la felicità.
sapere che l’amore c’è rende impossibile la sofferenza,
questo è il punto da dove andare a calcolare l’infinito soffrire dell’amore.
perchè io, quando ti dico che ti amo lo so che mi brucerò
e sarei stupida se non pensassi questo,
significherebbe che tu non sei vero amore.
il lasciarsi devastare è l’unica via d’amore concessa alle donne.
ti tengo dove stai,
al centro delle mie perplessità,
al centro della mia miopia,
al centro del mio dolore,
ma è dove devi stare.
mi brucerò di stanchezza forse.

pensiero più lungo di un bacio (perugina).

“Certo,
eravamo giovani,
eravamo arroganti,
eravamo ridicoli,
eravamo eccessivi,
eravamo avventati,
eravamo sciocchi.
Ma avevamo ragione”.

Abbie Hoffman

della donna e delle feste meste, un anno dopo.

quello che penso della festa della donna l’ho già scritto.
il tempo a volte passa invano, e io non cambio idea.
il tempo, in effetti, non esiste, finchè non è passato e non è troppo tardi.

appunto quello che pensavo sulla festa della donna e che penso l’ho già scritto.
non posso riscriverlo uguale, per non plagiarmi.
non posso riscriverlo diverso, perchè rischierei di fare a gara con me stessa.

[ MA TU, LETTORE CHE VAGHI DI LETTO IN LETTO, COSì DI BLOG IN BLOG, COME DI FIORE IN FIORE SI SPOSTA L’APE, CLICCAMI CLICCAMI – CLICCHIAMI TUTTA]
l’ho scritto un anno fa, esattamente.

colgo l’occasione, e la metto in un vaso, per fare gli auguri di buon compleanno al mio blog notes:
auguri di buon compleanno, mio blog notes,
che mi hai fatto risparmiare gli eurini dello psicologo,
gli eurini dello psicoanalista che ha riparato i danni provocati dallo psicologo,
gli eurini dello psichiatra che ha riparato i danni provocati dello psicoanalista che ha riparato i danni provocati dallo psicologo,
e gli eurini dello sciopping che ha riparato i danni provocati dallo psichiatra che ha riparato i danni provocati dello psicoanalista che ha riparato i danni provocati dallo psicologo.
cosicchè ho risparmiato tanto e tanto da investire direttamente nello sciopping.
[del resto, mancia, il migliore investimento non è giocare in borsa:
è giocare con le borse e con le scarpe].

esaurita questa manifestazione di gratitudine nei confronti del blog notes
liberata mediante un mero linc(i)aggio dall’onere di fare conoscere allo spazio cosmo cosa penso dell’otto marzo

virgola, come si addice ad ogni ablativo assoluto,

posso omaggiare tutte le fanciulle con questo test,
che in realtà è un test-osterone,
ma che mi pare più interessante di una qualsiasi catena di sant’antonio
che inviti a riflettere su quanto le donne siano importanti,
su quanto sia necessario fare sapere a tutte le amiche quanto sono amiche (con immagini che nella peggiore delle ipotesi consistono in marmocchi di anne geddes, nella migliore in riccardo scamarcio senza camicetta, passando per tutte le grandi donne della storia).

questo test serve solo a illanguidire,
al fine di celebrare l’otto marzo nel migliore dei mo(N)di possibili: con un uomo.

esso test è liberamente tratto dal libro che giace pronto e fermo sul mio comodino
(e che è in corso di piacimento, davvero tanto):
Scarpa Tiziano, Kamikaze d’occidente, Rizzoli, 2003, p. 116:

“Test sulla propria posizione filosofica nei confronti della vita e della morte:
“Che cosa ne pensi della vita e della morte, tu?
Dimmi come scopi e ti dirò chi sei.
Anzi:
Fammi vedere come scopi e ti dirò chi sei.
Anzi:
Scopa con me e saprò chi sei.
Che cosa dici mentre scopi?
Qual è la tua frase più ricorrente?
La tua parola preferita?
Hai delle parole che ti eccitano?
Che cosa ti piace fare?
A chi o che cosa pensi mentre scopi?
Ti vergogni a guardarmi negli occhi mentre mi lecchi?
Che voce fai quando vieni?
Ghigni, digrigni, pigoli, mugoli, sorridi, scoppia ridere, rantoli tragicamente?
Chi o che cosa invochi durante l’orgasmo?
Annunci che stai per venire o godi nel segreto della tua pancia?
E prima? Che cosa ti metti addosso, sotto la gonna?
Ti piace essere corteggiata a lungo, o arraffata all’improvviso?
Ti piace scopare dentro illetto o in giro per casa, o fuori casa?
Quali domande mancano a questo test?”

Per quanto occorrer possa,
auguri
c.

molto forte, incredibilmente vicino.

ChiaRecensione breve.

Ogni cosa è illuminata mi sembrò un libro meraviglioso.
questo
(stessa spiaggia, stesso mare, stesso autore:
Jonathan Safran Foer, Molto forte incredibilmente vicino, Guanda, 2005)
anche.

non ho voglia di decidere quale mi è piaciuto di più.
se dovessi portarne solo uno nell’isola deserta, ne prenderei metà e metà
e poi userei le pagine come carta da parati per la mia capanna.

di questo,
in particolare,
la dedica:
“A Nicole, la mia idea del bello”.

Per un uomo è davvero facile essere romantico.
Più difficile essere romantico senza sdegnare come latte e zucchero.

Il resto, definitivamente,
se non lo avessi già letto
(e non dovessi aspettare cinque anni e mezzo per dimenticarlo)
lo leggerei.

C.

la sicurezza degli oggetti.

a me piacciono le case e vuote e di bianco e di ghiaccio e di alluminio.
a me piacciono le persone che sono talmente sicure da non avere paura del vuoto.
io vorrei, non vorrei,
ma tanto non sono così.

io sono piena di cose.
non è nessuna idea che la vita sia una collezione di ricordi e le cose sono i ricordi, e quindi la vita.
non è appiccicaticcitudine al passato.
io sono sempre qua, e preferibilmente là.

ma è più forte di me.
di circondarmi di cose che mi assomigliano.
di non lasciare spazi vuoti alle pareti.
di nascondere i ripiani agli scaffali.
di creare un micromondo sotto il letto. sotto il tavolo. di fare soprattutto sottosopra.
di fare scatole e scatole e scatole.
scatole di baci.
scatole di fidanzati.
scatole di foto.
scatole di quello che voglio vedere.
scatole che non voglio vedere più.
scatole di biglietti. di andate. di ritorni. ricevuti oppure non spediti.
scatole di libri.
scatole di quadri e poster e cose che pendono.
scatole di pupazzi di pezza.
scatole di pezzi di viaggi.
scatole di pezzi delle cose cominciate e non finite.
scatole di questa nuova cosa che mi piace da impazzire e tra una settimana non mi piacerà più,
ma intanto abbiamo tutto quello che serve per farlo.
(scatoli di colori. di pastelli. di astucci).

finchè la mia casa diventa una scatola grandissima.
e io posso.

fare tana.

contro la paura del vuoto.
del silenzio.
della solitudine.
del bianco dell’alluminio del minimalismo.

fare tana.
aspettare che qualcuno chiuda la mia scatola con lo scotch.

poi aprire la scatola delle forbici.
fare un buco nel coperchio.
e ricominciare a scappare.

*****
Sottofondo di questi pensieri:
A.M. Homes, “La sicurezza degli oggetti”, Minimum Fax, 2001.
Ascoltate questo pezzo.

“Esco con Barbie. Tre pomeriggi a settimana, mentre mia sorella è a lezione di danza, porto via Barbie da Ken. Mi esercito per il futuro.
All’inizio ero seduto in camera di mia sorella e guardavo barbie, che viveva con Ken posata su un centrino sopra il ripiano del comò.
La stavo guardando senza guardarla veramente. La stavo guardando e a un tratto mi accorsi che mi stava fissando.

Era seduta accanto a Ken, che strusciava distrattamente la coscia, coperta dal pantalone beige, contro la gamba nuda di lei. Lui si stava strusciando, ma lei guardava me.
“Ciao”, disse.
“Ciao”, dissi io.
“Mi chiamo Brabie”, disse lei, e Ken smise di strusciarsi contro la sua gamba.
“Lo so”.
“Tu si il fratello di Jenny”.
Annuì.
….
“Senti”, dissi, “ti andrebbe di uscire un pò? Prendiamo una boccata d’aria fresca. magari ci facciamo due passi in in giardino”.
“Volentieri”, disse lei.
La presi per i piedi. Suona strano ma ero troppo impietrito per prenderla per la vita. La afferrai per le caviglie e me la portai via come un lecca lecca.
…..

metamorfosi al chiaro di moonriver.

io non mi cambierei con (molte) altre donne.
non che mi senta bellissima e pazzeschissima.
è che mi sono affezionata a me.
e mi sono anche affezionata a quelli che si sono affezionati a me, non vorrei proprio perdermeli.

nondimeno con due donne mi s-cambierei.
al numero due direi thurman uma.
al numero uno dico audrey hepburn.

all’inizio per il viso o per i modi o i moti o lo stile Givenchy.
poi per la sua interpretazione della prostituta di capote: holly che annebbia le paturnie mangiucchiando davanti alla vetrina di tiffany.
poi per il suo modo di rompere le uova e bruciare il soufflè per amore in sabrina.
e ovviamente per il suo modo di sedere in vespa con peck gregory
[qui c’è una dedica a matilda, la vespa più bella del mondo].

ma

adesso che ho letto la sua biografia
(Audrey Hepburn, di Donald Spoto, Frassinelli ed., 2006, 18 euri)

adesso che ho letto la sua biografia mi ci scambierei di più.

perchè è tutto quello che sembra.
perchè fumava tantissimo.
perchè sfarvallava ma cercava l’amorissimo.
perchè era incline alla depressione.
perchè avrebbe voluto un pò più di papà.

e perchè (dalle orecchiete che ho fatto):

1) “Quando ero piccola, creavo imbarazzo a mia madre cercando di prendere i neonati dalle carrozzine, per strada o al mercato. L’unica cosa che sognavo era di avere dei figli tutti miei. Si riduce tutto alla stessa cosa nella vita: non solo ricevere amore, ma desiderare disperatamente di darlo”.

2) Disse che il suo guardaroba era molto semplice: vestiti ampi e morbidi, oppure pantaloni e maglioni. I suoi orecchini preferiti erano delle semplici piccole perle, e il suo trucco richiedeva solo un minuto. “Ma il colore della mia pelle è un pò indefinito, quindi prefersco vestirmi di nero, bianco o con colori tenui come il beige, il rosa e il verde, ma chiari. Queste tinte fanno sembrare i miei occhi e i miei capelli più scuri, mentre i colori accesi sono troppo forti su di me e tendono a sbiadirmi”. “Sono piuttosto alta e spigolosa, quindi non uso spalline e spesso inganno con i giromanica e i colletti per dare l’illusione di avere le spalle strette. Calzo sempre scarpe senza tacco per dare l’impressione di essere più bassa di quello che sono”.

3)”Invecchiare non mi preoccupa, ma la solitudine si”.

Soprattutto questo.
Perchè forse che forse che forse che forse
ogni io specifico
ha bisogno di modelli che lo facciano sentire normale.

Ps.
Two drifters
Off to see the world
There’s such a lot of world
To see…
[MA]
Wherever you’re going
I’m going your way…
[E ANCHE QUESTA è UNA DEDIchia].

ogni cosa è illuminata

Lo so che periodicamente mi succede, lo sanno quelli che ho accanto.
Recentemente è successo con gli anacardi, con il gelato al pistacchio, con il ciddì dei non voglio che clara, con un paio di scarpe.
Succede che quando una cosa mi piace, MI PIACE. Scala brutalmente la classifica (non c’è il rischio che io non lo dica: è il gelato più buono che io abbia mai mangiato in tutta la mia vita. ad esempio).
E su quella cosa lì divento monotematica, come un violino a una sola corda.
Poi mi passa.
A volte.
A volte no.

E quindi lo so che capita che finisco un libro e per tre giorni dico a tutti:
– che è il libro più bello che io abbia mai letto in tutta la mia vita,
– che appena me lo dimentico lo rileggo,
– che devi assolutamente leggerlo,
– non mi piace consigliare libri ma questa volta ascoltami,
– che tra 40 anni (140?) sarà adottato in terza media come libro di narrativa (al posto di Verga e la casa del nespolo),
-…….

Lo so. Ma questa volta è diverso.
Ogni cosa illuminata, di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2002)
è uno dei libri più belli che io abbia letto in tutta la mia luuuuunga vita di carta.

Fa ridere (ma ridere ridere)
Fa piangere (ma piangere piangere)
Fa pensare.
E’ un libro su ebreolandia e sui cattivi;
è un libro d’amore;
è un libro di storia;
è un libro di uomini;
è un perfetto esercizio di stile.

La trama non la scrivo.
Solo questa pagina ricopio:

“I 120 MATRIMONI DI JOSEPH E SARAH L

La giovane coppia si sposò per la prima volta il 5 agosto 1744, quando Joseph aveva appena otto anni e Sarah se, e mise fine al suo matrimonio per la prima volta sei giorni dopo, allorché Joseph, con somma delusione di Sarah, si rifiutò di credere che le stelle fossero unghie d’argento che tenevano appeso al cielo il nero paesaggio notturno.
Si risposarono quattro giorni dopo, quando Joseph lasciò un biglietto sotto la porta dei genitori di Sarah: “Ho riflettuto su quello che mi hai detto e credo veramente che le stelle siano chiodi d’argento”.
Misero di nuovo fine al loro matrimonio un anno dopo, quando Joseph aveva nove anni e Sarah sette, a seguito di una lite sulla natura del letto di Brod [un fiume].
Dopo una settimana si risposarono, stavolta aggiungendo ai loro voti quello di amarsi fino alla morte senza curarsi dell’esistenza di un letto del Brod, della temperatura di quel letto (ammesso che esistesse), e della possibile esistenza di stelle marine sul chissà -se- esistente letto fluviale.
Nei sette anni successivi misero fine al loro matrimonio trentasette volte, e ogni volta risposandosi con un elenco sempre più esteso di voti.
Divorziarono due volte quando Joseph aveva ventidue anni e Sarah venti, quattro volte quando ne avevano rispettivamente venticinque e ventitre, e otto (il record in un anno) quando ne avevano trenta e ventotto.
Al loro ultimo matrimonio contavano sessanta e cinquantotto anni, appena tre settimane prima che Sarah morisse di un attacco di cuore e Joseph si annegasse nella vasca da bagno
Il loro contratto matrimoniale è ancora appeso sopra la porta della casa che dividevano ora si – ora no – inchiodato all’architrave, e giù fino a strusciare contro la stuoia di benvenuto -SHALOM:

E’ con devozione senza fine che noi, Joseph e Sarah L., ci riuniamo nel vincolo indistruttibile del matrimonio, promettendoci amore fino alla morte, con l’intesa che le stelle sono chiodi d’argento nel cielo, a prescindere dall’esistenza di un letto di Brod, della temperatura di tale letto (ammesso che esista), e dalla possibile esistenza di stelle marine sul chissà-se-esistente letto fluviale,
trascurando quei rovesciamenti di succo d’uva che potrabbero essere stati accidentali o non esserlo,
convenendo di dimenticare che joseph giocava a palla – bastone con i suoi amici dopo avere promesso di aiutare Sarah a infilare l’ago per la trapunta che stava cucendo, e che Sarah avrebbe dovuto dare la trapunta a Joseph e non al suo amichetto,
dichiarando irrisori taluni dettagli della storia del carro di Trachim, come per esempio se fu Chana o Hannah la prima che adocchiò gli strani affioramenti,
ignorando la semplice realtà che Joseph russa come un maiale, e neanche dormire accanto a Sarah è un giulebbe.
Sorvolando su certe tendenze di entarmbe le parti a guardare troppo lungo le persone del sesso opposto,
non prendendosela troppo se Joseph è così disordinato che lascia i vestiti ovunque lo punga l’estro di spogliarsi, aspettando che sia Sarah a raccoglierli, pulirli e riporli al loro posto come avrebbe dovuto fare lui,
o se Sarah deve essere una così cazzuta tracciacoglioni sulle questioni più futili,
ad esempio su come va srotolata la carta igienica, o se la cena tarda dieci minuti rispeto all’orario previsto, perché, diciamola, è Joseph che cambia la carta igienica e mette la cena in tavola,
evitando di discutere se la barbabietola sia ortaggio migliore della verza,
accantonando il problema di essere babbei cronicamente irragionevoli, tentando di cancellare il ricordo di un roseto stecchito da tempo che uno di mia conoscenza avrebbe dovuto ricordarsi di innaffiare quando sua moglie andava in visita alla famiglia a Rovno,

accettando il compromesso di ciò che siamo stati, di ciò che siamo, di ciò che probabilmente saremo…
e che possiamo vivere un amore e salute incrollabili,
amen”.

Pensiero buk: I giardini di Kensington, Fresàn Rodrigo, Milano, 2006.

“Comincia con un bambino che non è mai stato adulto e finisce con un adulto che non è mai stato bambino.
Una cosa del genere.
o meglio: comincia con un suicidio adulto e una morte bambina, e finisce con una morte bambina e un suicidio adulto.
O con molte morti e molti suicidi a età variabili.
Non ne sono sicuro. Non importa”.

Questo libro mi piace perchè è scritto come io (ogni tanto) scrivo.
Questo libro mi piace perchè è scritto come io (sempre) penso (non cosa, ma come).
Questo libro mi piace perchè a pagina due già sentivo la tristezza per quando sarebbe finito
(vivaddddio è successo a pagina quattrocentotrentotto).
Questo libro è di quelli che mi porterei sulla famosa isola deserta. O sulla torre. O sull’astronave. A ritorno al futuro diciotto. O a jurassic park.

Questo libro mi piace perchè parla di PETER PAN.
E’ una biografia non autorizzata di BARRIE, il papà di pietro pane, infatti.
PETER HOOK è il parlatore e il parlAttore del libro. E’ autore di romanzi per ragazzi che hanno come protagonista un bambino che viaggia nel tempo (JIM YANG). Nel libro, racconta a un bambino la vita di Barrie.
Ma le quattro storie si intrecciano o si incartano o si avvolgono:
Peter Hook autoracconta la sua vita di scrittore sentimentalmente formato nella londra swing-anante degli anni sessanta (e saltellano fuori il cubo di kubrick, twiggy, dylan bob, i beatles);
allo stesso tempo racconta la vita di Barrie nella londra vittoriana di fine ottocento.
Racconta di Peter Pan che, si sa, è il bambino che non vuole diventare grande,
e insieme e viceversa racconta di Jim Yang (il suo protagonista) che scorribanda nel tempo, è bloccato nei libri e finisce col non crescere mai, suo malgrado.

In ogni caso, sono sorie della resistenza anarchica e disperata, passionale e apocalittica al primo ordine:
quello del tempo.
E’ un romanzo Gotico – Pop, se solo sapessi esattamente quello che vuol dire.
Meglio, è un romanzo Gotico – Punk.
E’ un frullato di borges e joyce con i sex pistols vestiti optical.

Questo libro mi piace così tanto che alle prime dieci telefonate ne regalo una copia autografata.
Da me.
Per tutti gli altri, al solito ricopioeincollo.
Le parte con le orecchiette segnate perchè mi piaceva la pagina sono tante. Più che un libro sembra un elefante. O un bambino con gli orecchioni.

Adesso apro tre volte random. Che poi è lo stesso metodo scientifico col quale alla feltrinelli scelgo qualsiasi libro. Cartesio apprezzerebbe.

“Mi sono sempre piaciute le biciclette. Quella strana aria da invenzione semplice e, al tempo stesso, sofisticata. La bicicletta è una macchina di metallo e carne; trazione umana e velocità di cromo. La bicicletta e l’uomo costituiscono una delle associazioni più giuste e democratiche che siano mai state formate. Non dirò nulla delle sottospecie degenerate, salvo le motociclette che sono biciclette de facto e le cyclette sono biciclette frigide e i tricicli sono biciclette nane e i monopattini, beh, esiste forse qualcosa di più idiota di un monopattino?”

***

“L’infanzia è un’invenzione degli adulti. L’infanzia può essere apprezzata solo in età matura, così come tutti i libri per l’infanzia, i quali altro non sono che esercizi più o meno disperati della nostalgia e della vendetta. A proposito, sarebbe bello fabbricare tutta una serie di scrittori bambini, che scrivono classici per l’infanzia fra i 5 e i 6 anni di età. Pagine autentiche e non falsificate; storie che ci raccontino, dal tempo esatto e dallo spazio giusto, la sensazione precisa dei fine settimana, l’epifania dei compleanni, il terrore per la caduta dei denti di latte o per aver bagnato il letto al buio, il dolore epico delle prime ferite, la differenza inconciliabile fra quelle due dimensioni che sono l’inverno e l’estate”.

***

“Così Barrie, mio padre ed io camminiamo per gli stessi luoghi, uniti per sempre in un continuum nel quale possono ritrovarsi vittoriani, rocker e millenaristi riuniti sotto uno stesso sole a recitare la solita solfa:
“Era il periodo più bello, era il periodo più brutto, era l’età della saggezza, era l’età della stupidità, era il momento di credere, era il momento dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione dell’Ombra, era una primavera di speranza, era un inverno di disperazione, avevamo tutto davanti a noi, non avevamo niente dietro di noi, andavamo dritti in Paradiso, andavamo da tutt’altra parte…”
In qualsiasi momento, allora, ora e per sempre, siamo tutti LOST BOYS, bambini perduti che possono ritrovarsi soltanto nei sentieri serpeggianti dei Giardini di Kensington.
Andiamoci.”

disìo (e acque salate).

è stata bagnata, l’estate. senza giochi di parole sull’estate che sta, che sta stando, sui cartelloni.
non solo di mare e di vino e di benzina, che i chiMoletri sono stati tanti.
i fluidi forse sono tutti essenziali, ma alcuni sono irrimediabili e davvero troppo salati.
non posso permettermi di fare l’autobloggrafica hic et nunc:
da sola rischio di perdere il grande batuffolo di bambagia che mi ha insegnato ad addolcire la tristezza,
e del quale sono davvero davvero grata. soprattutto a tre persone, e cominciano tutte per g.
 
mi diluisco allora nella scoperta romanzesca dell’agosto del sei.

per la quale ringrazio il volatore, che portandomi a cena in un posto chiamato Disìo, me ne ha parlato
sicuro che non lo stessi ascoltando. infatti non lo stavo ascoltando.
solo che quando nell’unica libbreria di marsala (e coll’occasione, ringrazio il libbraro, che tanta parte ha avuto in tante cose),
 dove i libri stanno ammucchiati senza ordine apparente come in un
racconto di nin anais, un libro, quel libro, mi è caduto sul piede, mi sono ricordata, una sovvenienza leopardiana,
dell’indicazione preziosa. – del resto il volatore è solito gettare cose nel mio orticello sperando che prima o poi
si allarghi: basta un acquazzone caldo, un melllone che esplode, una ragione che la ragione non conosce.
 
giustappunto, grasso silvana, disìo, rizzoli duemilacinque.
non sono abbastanza per parlare di lei, di disìò (che nell’elenco di libri letti nel sei nel mio diario segreto ha preso ben nove decimi),
delle altre due cose sue di lei che ho letto (il bastardo di mautàna, voto otto; ninna nanna del lupo, voto sette).
sono abbastanza per ricopincollare questa paginetta,
che chi ha occhi per intendere intendesse, chi ha voglia di leggerlo leggesse.
(disìo è siciliano. tradurlo con desiderio, voglia, bramosia è davvero poco.
come dire che un riccio è un echinoderma).
 
"Cosa andavo a fare in Sicilia? Non avevo una risposta, non c’era una risposta,
non nel senso comune d’una ragionata esposizione di motivi ed obiettivi.
Era stato un fatto di viscere, un terremoto di sangue che pazziava nel mio corpo,
un purtùso nella bocca dell’anima, una lama che mi tagliava in due,
da una parte il tronco, dall’altra il bacino e le gambe
come nei giochi degli illusionisti che estasiano il pubblico in una fiera di paese e lo fanno restare a boccaperta.
Ma non era fiera di giocolieri, per quanto non ci fosse una sola stizza di sangue,
per quanto non fossi stramazzata a terra,
sulle basole di pietra nera di fronte alla stazione, aspettando il regionale delle 8.10 per Catania.
 
Perchè tornavo in Sicilia?
Una vocazione forse, ma più una perdizione più una maledizione.
Un fossile mitologico, un mostro, che resuscitava a nuova vita, uno spasimo dell’anima, o un’epilessia della ragione.
Cos’altro? Mi risucchiava, nonostante la mia armatura, lo scirocco della mezzacosta, nel suo immobile vortice d’aria,
lo stesso scirocco che da millenni risucchiava inermi naviganti, ignari del fato di morte,
e li anniàva per l’onde frustrate di Scilla e Cariddi".
 
Ps. ho tante cose da raccontare.

anche le chiare a volte sono tristi

anche le chiare a volte sono tristi.

non riescono a stare su di giri e a diventare meringhe,

stanche che non hanno neanche la forza di impazzire come maionese,

rimangono acquettose sul fondo della ciotola,

e più si domandano perchè non montano e non diventano bianche e dure

più rimangono inutili e tristi (come la birra senza alcool, diceva quello).

e più cercano quella cosa cattiva che non le fa ri-montare (un pezzo di guscio? un pò di tu-orlo?)

più rimangono lì.

al crocevia di tutte le poesie di ungaretti, montale e quasimodo.

e poi?

poi l’ermetismo non basta (il cuki è finito, e l’alluminio – si sa – non riesce a contenere i fluidi)

e allora ci vorrebbe qualcosa di tamarro, qualcosa di tamaro sul cuore e dintorni

la snobbitudine lo impedisce (peccato)

e all’improvviso appare kipling,

che a quanto pare prima di disegnare borse bruttine accessoriate da gorillini antiestetici ancorchè color pastello,

kipling a quanto pare scriveva cose

cose un pò tamarre: ma era troppo presto per qualificarle tamarre.

e così posso copincollarle, sperando che domani sia un nuovo giorno

alla rossellla o’hara

o alla rossella o’chiara:

“se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,

benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,

e a tener duro quando niente più resta in te

tranne la volontà che ingiunge ‘tieni duro!’

se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile

e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,

il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,

e – quel che è più – tu sarai un Donna, ragazza mia!”

Kipling Rudyard

(in verità egli la scrisse al maschile. ma solo perchè era maschio).

Ecuba al quadrato

Senza congiuntivi.

Se metto sulla tavolozza i colORI e gli odORI dei miei tre giorni mi viene una commozione cerebrale.

Le lacrime mi fanno gli oli e le tempere salate (olio e sale va anche bene, posso imbruschettare un blog, ma per temperare il sale ci vorrebbe l’arrotino, e coll’ombrellaio che ci faccio?)

rischio di fare un quadro impressionista, ma Monet e Manet (che sono la versione romantica di cip e ciop? E se ci fosse stato anche minet o munet o menet avrebbero fatto qui quo qua?) ci sono già stati (hanno fatto il loro tempo come i giardini pensili di conte paolo) e non voglio fare un Post Posticcio.

Allora solo un Poster Posticcio sempre, ma senza pretese (portò l’amore nel paese).

Tre giorni a Siracusa, solo tre (e all’improvviso come mi sei scoppiato dentro al cuore all’), lo stesso improvviso che mi ha impedito di fare un passaggio radente ad ovest (e mi dispiacque assai). Le tragedie spesso le faccio (oppure i capricci) altrimenti le guardo al teatro greco di Siracusa.

Le Troiane ed Ecuba.
Immaginatevi un po’ di giallo dei limoni, un po’ di blu mare sotto la pioggia e un po’ di blu mare sotto il sole. Il sole non prendetelo giallo, che ci sono già i limoni (e non mi pensate Montale, che è di un’altra regione), il sole fatelo che riflette la terra lavica, così brucia anche di più. Verde non troppo, che poi uno si immagina un paesaggio florido, invece è fertile ma difficile (come una donna di trenta anni), un verde alloro. E il rosso lo voglio dell’interno dei ricci, sparsi come le trecce morbide sulle caserecce. E un po’ di rosso anche dal nero d’avola,

Rosso d’avola, tanto per fare rima con me, e tanto perché, come ha detto quel cameriere di Acireale (“che l’ha detto il dottore che col pesce il vino bianco deve essere? Bevete quello che volete”). Lo stesso baffone che quando il latifondista proprietario del ristorante non mi ha dato il tavolo davanti al mare perchè la terrazza è ancora umida che ha piovuto, lo stesso cameriere baffone che quando gli ho detto che il mare mi manca e che avrei voluto averlo davanti solo un po’, mi ha detto che lui ce l’ha lì, ma non è che se lo può mangiare, e che il mare uno lo può amare solo quando in tasca ha un po’ di soldi sennò, e quante cose ci sarebbero da dire allora, quanti Malavoglia che ti vengono in mente nelle Acicittà (Acireale, Acicastello, Acitrezza) e la Provvidenza e i lupini e quanti pensieri e quante cose che andavano fatte, e questa oscillazione della Sicilia o dei Siciliani tra Rosso Malpelo e il Gattopardo e chissà.

Adesso basta perché ve lo avevo detto che i colori mi si stanno mescolando, sto flettendo verso turner e invece avrei voluto girare una litografia. Adesso basta perché il rosso mi sta diventando bordò che è un’altra regione e un altro vino.

Riprendiamo un po’ di rosso, dal sugo della caponata. O, se proprio vogliamo essere morbidi, dalla granita di gelso. L’arancione basta quello del tramonto che è un tramare. Colori pastelli si sa, non ne abbiamo ancora.

E in questo mosaico, vada per mosaico, metteteci queste donne tragiche. Mentre Troia brucia (e non si capisce perché troia si chiama troia, se poi l’ha presa male per colpa di una che troiana non era), mentre le scenografie (che non sono le sceneggiature, me lo devo ricordare) sono metafisiche e c’è solo la sabbia sul palcoscenico e un tronco e i caratteri sono vestiti da prima guerra mondiale coi cappottoni verdi e gli anfibi o giù di lì, e il coro è di donne ognuna con una valigia marrone (poi una apre la valigia, tira fuori un violino e lo suona in silenzio, cioè nel silenzio degli altri). Questa era Ecuba. Nelle troiane metteteci invece una sagoma di città con le sirene che lampeggiano in silenzio.

Ecco, tenete nell’emisfero sinistro tutti i colori.

Nell’emisfero destro guardate la scenografia.

E col terzo occhio leggete Cassandra che deve lasciare Apollo l’unico non uomo della sua vita per essere consegnata ad Agamennone, Cassandra che impazzisce o rinsavisce ogni minuto di più (“chi è saggio deve fuggire la guerra. Ma se è costretto a combattere, donerà alla patria una corona gloriosa con la sua bella morte, oppure infamia, con una morte vile. Per questo, madre, non devi compatire la tua terra, non devi piangere sul mio letto. Con le mie nozze rovinerò il peggior nemico, mio e tuo”).

E leggete la mia dolce Andromaca che sta per andare al figlio di chi le uccise Ettore, e che sta perdendo il bambino Astianatte (“si dice che una sola notte cancelli la repulsione della donna per il letto di un uomo: ma io detesto colei che dimentica il primo marito e in un nuovo letto ne ama un altro. Neppure una puledra, divisa dalla sua compagna, trascinerebbe facilmente il giogo: eppure è solo una bestia, priva di voce e di senno”).

Leggete Elena, che torna all’ovile e ci riprova ad entrare da regina. Perché “chi ama non può smettere di amare” (anche se, forse, “dipende dal cuore dell’amato”).

E pensate a Ecuba, che la vera tragedia la sente chi resta (non c’è ai stata nessuna donna infelice come te, “nessuna, tranne l’infelicità in persona”), che tutto ha perso e che trova la forza per una sola vendetta (contro Polimestore, che uccise Polidoro, il più giovane dei figli di Ecuba, proprio mentre lo stava ospitando) e che ci riesce, fiduciosa nelle donne dopo tutto (“Agamennone: “me lo immagino, delle donne che hanno la meglio sugli uomini…”; E.: Il numero e l’inganno sono brutti avversari”; A.: “è vero, ma non ho molta fiducia nelle donne”; A.: Perché, non furono le donne a uccidere i figli d’Egitto? Le donne svuotare Lemno di ogni maschio…”).

A questo punto, mi sto de chirichizzando in una piazza di italia, e forse mi serve una tela nuova.

Volver… sempre si vuelve al primero limon.

c.

la bella estate mangiando pavesini

sta arrivando e noi non abbiamo PIU’ bisogno di trucchi (puntini puntini)

[propriamente non abbiamo bisogno di fondotinta (cfr. da qualche parte su questo blog)]

“A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era cosí bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce-.

Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, SI ERA FERMATA E SI ERA MESSA A PIANGERE PERCHE’ DORMIRE ERA UNA STUPIDAGGINE E RUBAVA TEMPO ALL’ALLEGRIA “.

(c.p.)

arancione contro(la)corrente gravitazionale del tè al bergamotto

la mia prima colazione si risolve in una tazza di earl grey con un goccio di limone

(tè al bergamotto: bergamotto alto o basso?)

e uno yogurt alla frutta con pochi cereali.

(la mia seconda colazione in periodo di RAC – i.e., Regime Alimentare Controllato –

si dissolve in un caffè lungo in tazza grande, e una concetta sigaretta).

stamattina mentre il tè si raffreddava e non avevo fretta, ho finito di leggere il capitolo che ieri notte
era rimasto a metà,

e che copioincollo, anzi ricopio (e non incollo un bel niente)

perchè mi ha fatto pensare ai colori preferiti dei miei soggetti preferiti

(e.g.: il rosa della miacuginapreferita, il turchese della miamammapreferita, il rosso del miobalconepreferito, l’arancione della miaamicapreferita, il blu del miosnobpreferito and so on)

e perchè il mio colore è l’arancione, e lo stesso arancione di Des Esseintes ultimo dandy e primo nichilista

(del resto, dopo la dipartita di lucrezio il dente del giudizio, mi colloco in un flusso di decadentismo
anche io,

e mi canticchio la decade di decadenza dei bluvertighi,

e spero di precipitare in uno spleen, purchè sia onomatopeico e tintillante).

eccolo,

“à rebours” (1884) – j.-k. huysmans,

(capitolo primo)


“Scartati questi colori, non ne rimanevano che tre: il rosso, l’arancione, il giallo.

A tutti preferiva l’arancione. Trovava così in se stesso conferma ad una teoria ch’egli dichiarava pressoché matematicamente esatta: che una armonia, una rispondenza esiste tra la natura sensuale d’un vero artista ed il colore che i suoi occhi apprezzano meglio e cui sono più sensibili.

Trascurando infatti la grande maggioranza degli uomini che han la retina così grossolana da non apprezzare né la cadenza propria a ogni colore né l’arcano fascino delle gradazioni e delle sfumature; trascurando del pari l’occhio del borghese, insensibile alla pompa e al vittorioso squillo dei toni alti e vibranti; non prendendo in considerazione che gli individui dalla pupilla squisita, educata dalla letteratura e dall’arte, gli pareva fuori dubbio che l’occhio di quello fra di essi che sogna l’ideale, che reclama delle illusioni, che implora dei veli nei tramonti, è di solito accarezzato dall’azzurro e dai colori che ne derivano, quale il malva, il lilla, il grigio perla: purché tuttavia essi restino tenui e non varchino il limite oltre il quale divengon altri, si trasformano in violetti puri, in meri grigi.

Quelli invece che procedono a passo di carica, i pletorici, i bei sanguigni, i solidi maschi che disdegnano i preludi e gli intermezzi e s’avventano perdendo subito la testa, per la maggior parte costoro applaudono ai luccichii sfacciati dei gialli e dei rossi, ai colpi di tamburo dei cinabri e dei cromi che li accecano e li sborniano.

Insomma, l’occhio delle persone deboli e nervose che han bisogno, per risvegliare l’appetito, di cibi affumicati o piccanti; l’occhio di chi è sovreccitato ed estenuato predilige, quasi sempre, l’arancione: questo colore dagli splendori fittizi, dalle febbri acide.

La scelta di Des Esseintes non lasciava dunque adito a dubbi; ma innegabili difficoltà si presentavano ancora. Se il rosso e il giallo s’esaltano alla luce, lo stesso non sempre si può dire del loro composto, l’arancione: che si tramuta ben spesso in rosso-nasturzio, in rosso-fuoco.

Alla luce delle candele studiò tutte le sue gradazioni e ne scoperse una che gli parve non dovesse subire squilibri ed eludere la sua attesa.

Ottenuto questo primo risultato, si propose di scartare, per quanto possibile – nell’addobbo almeno dello studio – stoffe e tappeti orientali, diventati, oggidì che i mercanti arricchiti se li procurano con poca spesa negli empori di novità, così stucchevoli e così ordinari. Tutto considerato, decise di far fasciare le pareti come si rilegano i libri: di marocchino a grana grossa schiacciata, con pelle del Capo resa lustra da robuste lastre di acciaio sotto un torchio pesante.

Quando le pareti furono addobbate, fece dipingere i tondini e la cimasa in indaco carico, in un indaco laccato simile a quello che si adopera per i pannelli delle carrozze; e la volta, un po’ arrotondata, rivestita del pari di marocchino, schiuse, come un’immensa finestra tonda incastonata nella sua buccia d’arancio, un cerchio di cielo in seta azzurro-del-re, nel quale si libravano ad ali spiegate serafini d’argento, recentemente ricamati dalla Confraternita dei Tessitori di Colonia per un antico piviale.

La sera, quando ogni cosa fu a posto, tutto si conciliò, s’affatò, prese unità. Lo zoccolo immobilizzò il suo azzurro, sostenuto per così dire, riscaldato dagli arancioni: che, a loro volta, si mantennero schietti, appoggiati e in certo modo attizzati che furono dall’incalzare dei blu.”

auto da me

MAI avrei pensato di copincollare qualcosa di emilia figlio di dichin

Che nel mio immaginario personale e collettivo è

Più pissera di una cinturina rosa di pelle lucida

Più smelensa di una torta nuziale a otto piani e un sottoscala.

Più soporifera di un piatto di lasagne a favignana ad agosto alle due a picco.


Nondimeno come diceva uno zerozerosette (anzi, uno zerovirgolazerosette) che conoscevo

“Non bisogna mai dire non berrò mai questa acqua”.

Infatti l’acqua l’abbiamo bevuta ed è stata colpa mia.

Infatti ho trovato un verso di emilia con l’auto da fé

Che mi apre una finestra canetti elias (pericolo PERICOLO d’INCEDIO… desiderio DESIDERIO ARDENTE… FUOCO FUOCO FUOCO),

e una finestra battiato franco
(è sceso il buio sulle nostre coscienze e ha reso apocrifa la nostra relazione,
vorrei innestare il moto dell’indifferenza, e allontanarmi da te, per presentarmi davanti al tribunale di una nuova inquisizione)


Come avrei potuto (dolce mio amore dimmi) non copincollarlo, come avrei?

Movimenti Affatto BORGhESi

In un mondo parallelo in diagonale esiste sicuramente una donna Clarita

Che nella città delle arie buone

Aspetta tutte le sere

Un uomo che non è registrato all’anagrafe

Gli pulisce le ferite col rum

Si fa ballare una volta sola

E ricomincia ad aspettarlo

c.

El Tango, Jorge Luis Borges in “Carme presunto e altre poesie” Einaudi, 1969

Dove saranno? chiede l’elegia
di quelli che non sono più, come se esistesse
una regione in cui l’Ieri potesse
essere l’Oggi, l’Ancora, il Tuttavia.

Dove sarà (ripeto) la mala 
che fondò, in sentieri polverosi
di terriccio o in villaggi sperduti
la setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quelli che passarono,
legando all’epopea un episodio,
una favola al tempo, e senza odio,
lucro, nè passione d’amore s’accoltellarono?

Li cerco nella loro leggenda, nell’ultima
brace che, come una vaga rosa,
trattiene qualcosa della ciurma valorosa
dei Corrales e dei Balvanera.

Quali vicoli oscuri o quale deserto
dell’altro mondo abiterà la dura
ombra di colui che era un’ombra oscura,
Murana, il pugnale di Palermo?

E quale fatale Iberra (ne abbiano pietà
i santi) che uccise su un ponte della via 
suo fratello lo Snasato, che deteneva
più morti di lui, e così pareggiarono?

Una mitologia di pugnali
lentamente si annulla nell’oblio;
una canzone di gesta si è perduta
in sordide cronache poliziesche.

C’è un’altra brace, un’altra rovente rosa
nella cenere che li conserva interi;
ecco i fieri uomini del coltello
e il peso della lama silenziosa.

Anche se la lama ostile o quell’altra lama,
il tempo, li ha fatti perdere nel fango,
oggi, al di là del tempo e della nefasta
morte, quei morti vivono nel tango.

Si trovano nella musica, nelle corde
della testarda chitarra faticosa,
che trama nella mitologia venturosa
la festa e l’innocenza del coraggio.

Gira nel vuoto la gialla ruota
di cavalli e leoni, e sento l’eco
di quei tanghi di Arolas e di Greco
che io vidi ballare sui marciapiedi,

in un momento che oggi emerge isolato,
senza prima nè poi, contro l’oblio,
e che ha il sapore di ciò che è perduto
di ciò che si è perduto e si è recuperato.

Negli accordi ci sono antiche cose:
l’altro cortile e un barlume di pergola,
(Dietro le pareti sospettose
il Sud conserva una chitarra e una lama).

Quella raffica, il tango, quella diavoleria,
gli anni indaffarati sfida;
fatto di polvere e tempo, l’uomo dura 
meno di quella leggera melodia

che è solo tempo. Il tango crea un torbido
passato irreale che in qualche modo è vero
un ricordo impossibile di essere morto
rissando, in un bivio di periferia.

Pensiero buk: Questa storia, Baricco Alessandro, Roma, 2005.

Tante e tante polemiche fanno su A.B..

Il punto è uno e uno solo, quindi sono due. Infatti due punti: ha capito cosa vuole un certo tipo di lettore e lo scrive. Per questo sta antipatico, ad alcuni. A me, invece no. Come tutti quelli che sanno come piacere a qualcuno a cui vogliono piacere (e a chi non piace piacere? Del resto se ti infilo la lingua nell’orecchio, mica lo faccio per farti vomitare). Lui lo sa che “anemia della loro gioventù” buttata lì piace e lo scrive. Io lo trovo e dico tò, me lo devo appuntare (e non me lo appunto. Al massimo faccio un orecchietta al libro. Poi orecchietta dopo orecchietta, tutte orecchiette senza cime di rapa, il libro sembra che abbia gli orecchioni, come un elefante, e io non mi ricordo più cosa avrei dovuto ricordarmi, ma questa è un’altra storia). Arriva qualcuno e dice troppo costruito prodotto editoriale è scritto per vendere. (a parte che anche questa cosa: è ovvio che se uno vive scrivendo in qualche modo deve mangiare, mi sembra sciocco biasimarlo, casomai lo invidio un po’).

Occhei (su ghiaccio) è un po’ costruito. Ma non è celebrale. Chessoio, come Calvino, che non per nulla è gemelli. Adesso non sto paragonando AB a IC: è solo per prendere il mio prototipo di scrittore segno d’aria. Certo non è neanche Saramago, che ti assorbe in emozioni indecifrabili e indispensabili. Adesso non sto paragonando AB A JS, è solo per prendere il mio fototipo di scrittore segno di acqua (anche se non lo so Saramago di che segno è).

Questo libro ha il sole nel cancro, la luna nel toro e l’ascendente bilancia. Ci sono flussi di emozioni e bisogni di cose vive. Tutto è diplomaticamente sistemato in una buona forma laibinizianamente sentibile. Come noto, a me (salvo rare eccezioni, tra le quali la mia cugina preferita) la bilancia non piace e quindi anche mi piacerebbe di più – più decostruito. Nondimeno, mi ha. E mi ha fatto restare abbastanza sveglia la notte.

Ergo voto sei e due quinti.

Adesso ri-copio e incollo dei pezzettini. Così posso togliere le orecchie al libro. -nb. Cercherò di non svelare il finale, casomai .

c.

“Quanto pesa? – chiese Libero Parri, pensando ai 45 chili di suo figlio. – Niente, se ce l’hai sotto il culo e non smetti di dare gas (…) Florence gridò un grido di madre, perché quello era suo figlio, e non c’era terra sotto di lui, e quello era un volo che non gli aveva insegnato a volare (…) smise di guardare la campagna, e tutto, chinando il capo a fissare l’infinito che era dentro di lei, come fanno gli adulti quando d’improvviso non sanno più capire (…) Dov’eri cuore mio, leggero e bambino, dov’eri finito?”. ////////

“Per capire: solo nel 1915 i tedeschi avevano messo a punto un sistema per sincronizzare lo sparo di una mitragliatrice, sistemata a prua, e l’elica che le ruotava davanti. Il marchingegno aveva del miracoloso. I proiettili invece di sforacchiare l’elica e far precipitare tutto quanto, sgusciavano in mezzo a quel gran roteare e andavano a colpire lontano. Avresti detto che era la pala di legno a sparare, in un qualche modo che non sapevi. E invece c’era il trucco. Francesi e inglesi ci misero un po’ a impararlo. Sincronizzare mitragliatrice ed elica: a voler evitare guai, si dovrebbe avere una cosa del genere per tenere insieme uccello e cuore, dissero. Perché la guerra ancora non li aveva ammutoliti”. //////////

“Gli ho fatto che non ero ancora nata, e questa, per la gente, è una cosa difficile da capire. Ci ho messo tanto tempo a nascere. Però al signor Parri ho solo detto: – Non ero innamorata di lui. Succede, ha detto”. /////////

“Lui avrebbe ricomposto il mondo ogni volta che noi l’avessimo spaccato”. ////////

“Magari non era affatto la donna della sua vita. Probabilmente era solo una stupidella viziata e vagamente frigida lo sa? – disse. – No, non lo era-, disse l’uomo. Poi disse che era sicuramente la donna della sua vita. – E perché? – Perché era cattiva. Era matta, cattiva e tutta sbagliata. Era vera, se capisce cosa voglio dire. Era una strada piena di curve assurde, e correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando. Fece una piccola pausa. – Era una di quelle strade su cui ci si ammazza”.

trapani Marin(ett)ato collimone

se marinetti filippo tommaso

avesse avuto più tempo, sarebbe diventato comunista.

lo so.

c.

IL PORTO DI TRAPANI INVERNALE

Nordica miscela d’acqua anice cielo mare Trapani

Ingabbiato di gru metalliche galleggianti

E torbide scritture di pioggia grafomane in necrologie

L’innocenza di quel sale bianco nello schifazzo

Sotto la vela tesa e sporca di vita vissuta, va

Freddi astratti mulini delle saline

Tetti di tegole accovacciate sul sale virginale per difenderne la pura

Amarezza dal peccato dolcissimo

Su quali poeti morti ruotano gli alti gabbiani partoriti dal cielo tetro

sopra un mare di bile?

Lontanissime vele ferme sintesi d’ogni nostalgia titubante

Ma divampano le fasce rivoluzionarie rosse dei piroscafi in lutto

Rugginosi gabbiani di marinai curvi confessano la draga mastodontica

Che estrae dal ventre spaccato rotolanti intestini di rimorsi fangosi

Fuor dai bronzei abissi del porto

Cragliiiiing – gliiiing

Gloooong – gloooong

Tan- tan tling – tlung

Sulla strada del porto gli avvisi colorati impongono:

PREFERITE IL LIQUORE SAN GIULIANO

Domani sorseggerò la lunga sagoma pulita di Trapani bevuta dall’alto (800 m)

LA DUCALE PROFUMI DI LUSSO

DAVANT Parigi ventagli pelliccerie delle belle siciliane

Tra e braccia mani aperte del porto entra il postale nero piroscafetto

Giocattolo con la ciminiera nera fascista dell’unico azzurro superstite

E relativa stella bianca

Nel centro due canotti sproporzionati sospesi su tutti i naufragi

A poppa si sporge l’angolo retto del marinaio che tende il cordone

Ombelicale alla banchina madre

Le barche sbarcano viaggiatori ritti parapioggia liquidati acqua sopra sotto

Garibaldi di marmo sorveglia la simultaneità del porto

Le palme piangono e chiamano il sole la draga scava il passato

Cragliiiiing – gliiiing

Gloooong – gloooong

Tan- tan tling – tlung

Ma la draga accelerando arrotando i suoi rumori diventa subitamente un trapano

Trapano di Trapani

Trapano coloniale nell’africa vicina.

Filippo Tommaso Marinetti, 1928.