Archivi categoria: chiambero rosso

Chiambero Rosso II: Portovenere, Iseo.

Come ci si innamora?
Forse è una immagine che si attacca dentro.
Come un post it, all’inizio, per chi si è stancato dei colpi della strega e confida nei colpi di fulmine.
Delle volte, una su ogni quante non lo so, dipende da come è messa Venere,
quella immagine diventa più salda e più ferma, per un processo che sembra irresistibile e irrevocabile.

Ma la colla del colpo di fulmine dura poco,
e si aggiungono delle puntine, una dopo l’altra,
a tenere ferma l’immagine nel cuore, nello stomaco, nella mente o tra le gambe (ognuno localizza l’amore dove crede).
Tante puntine da disegno, una dopo l’altra.
I più impulsivi (o i più spaventati, ma a volte anche la paura è una misura)
useranno dei chiodini;
chi c’è già passato, e non ha più voglia di investire troppo, farà bastare dei chiodini arrugginiti.
Gli ossessivi e i compulsivi cercheranno di usare il trapano.
I fatalisti e i volubili spereranno nella colla lieve del primo post it.

Io sono per le puntine da disegno.
Colorate.
Ognuna per ogni momento.
Ne bastano quattro, una per ogni angolo,
o di più.
Il perimetro di ogni immagine è infinito,
e tra due punti c’è sempre spazio (lo dicono tutte le tartarughe in fuga da achille) per un attimo:
di occhi, di naso, di bocca, di mani, di orecchi
(ognuno vive le emozioni da dove crede).

Io una puntina per attaccarmi una immagine dentro
l’ho usata a portovenere, molte lune fa.

Ed è qui che, senza grande richiesta, si ambienta la seconda puntata ufficiale della nostra rubrica gastronomica.

Portovenere ha tutti gli ingredienti del posto romantico.
Ci sono le casette a nido d’aquila, strette strette.
tante piccole teste con i fazzoletti colorati che si sporgono da una finestra troppo piccola per contenerle tutte.
o tanti occhi che si stringono per entrare in una fotografia. O in una cartolina,
che passando di là hai l’impressione di essere dentro una cartolina,
con l’istinto correlato di sistemare i capelli, gli occhiali, l’orlo della gonna.
C’è il mare.
E le anse sul mare.
E le ansie da mare e le ansie d’amare.
E l’isola lì davanti, sul mare.
E c’è la chiesa a picco, sul mare.
E i gozzi, e gli alberi delle barche, e gli scogli, e gli amanti nascosti tra gli scogli, sul mare.
E ancora mare, dietro l’angolo, col senso dell’ignoto sul collo, tra i baci e il vento.

E sotto i balconi, c’è questo posto, Iseo.
Non è nascosto per niente, putroppo per le guide turistiche.
E’ un posto dove ci si ferma d’istinto e di naso.
Pietre e vetri, e i tavoli fuori, dove il mare arreda.

Capita avere un accompagnatore attento che solleva dall’onere di scegliere cosa mangiare,
e che solleva dall’onere di staccare gli occhi da tanti e tali gradi di blu per incollarli sulle carte del mangio.
l’accompagnatore attento avrebbe ordinato di dolce autorità
tutti gli antipasti del mondo
con particolare attenzione alle frittelle di baccalà
e gli spaghetti allo scoglio
che nonostante personali idiotesincrasie per la pasta lunga, sanno davvero di scoglio.
l’accompagnatore attento avrebbe anche ordinato un vermentino colli di luni
(o almeno così ci pare, per noi fanciulle sensibili al vino non è facile ricordare proprio tutto).
L’accompagnatore attento, credo, vi consiglierebbe queste cose.
Io, il menù, non ho avuto il tempo di aprirlo.
E il posto, o il pesce, o il vino, o l’accompagnatore attento
potrebbero raccontare tanti e tali sogni,
che non sarebbe più possibile decidere dove stavano tutti quegli attimi
lungo il sentiero che “dal finto di amor conduce al vero”.

Sono tornata da quelle parti, perchè mi ricordavo di avere piantato una puntina
da quel posto, dentro di me.

Perchè le puntine, dopo tante e tante lune, cadono.
E bisogna ricordare e ripensare.
Le puntine cadono.

Ma ci sono immagini che restano
(delle volte, una ogni quante non lo so, dipende da dove avete il sole o giove, o il cuore)
e non hanno più bisogno di colle e di puntine,
perchè stanno su da sole
e ogni attimo, in fondo, è una puntina.

dei ricci di mare e della maschera di gelso.

a marsala sono tornata, a parlare come yoda, a fare un pò di mare d’inverno
come direbbe ruggeri enrico (il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera, il mare d’inverno è qualcosa che nessuno mai desidera),
anche se ruggeri enrico non è che mi faccia impazzire,
anche se in sicilia l’inverno è solo un autunno colle giornate più corte,
e anche se l’otto ottobre l’inverno è solo un imbucato alla festa delle foglie.

a marsala sono tornata, senza chiederVi il permesso, e senza lasciare un dlin dlon con una mascherina per l’ossigeno automaticamente disponibile, da indossare e respirare normalmente.

adesso sono tornata a firenze dall’essere tornata a marsala.
noi cuspidi in esilio abbiamo seri problemi ad utilizzare il verbo tornare:
chi la decide la direzione? il cuore? la carta d’identità? la longitudine e la latitudine? salire e scendere?
forse se avesse avuto ragione tolomeo sarebbe stato più facile,
però dice che le rivoluzioni vanno fatte, e a pirandello pare così.
[ ma questo è un altro post]

per-farmi per-donare ho portato un pò di pappa e ciccia (ma quella non si vede).

mangiare a marsala.

a) prima colazione.
è impossibile fare un piccolo digiuno,
piuttosto una collezione di colazioni.
bar vito, davanti ai canottieri.
noi facciamo ancora colazione all’aperto, e visto che il tempo è più lento, ci fermiamo anche a fumare una sigaretta.
iris al cioccolaTTo, succo di frutta all’albicocca, caffè lungo in tazza grande.

b) merenda della mattina.
di solito non la faccio la merenda della mattina, è che sono qua.
bar vito, corso gramsci.
(non è un monopolio, ma potrebbe).
arancina alla carne. riscaldata la vuole? appena appena, grazie.
(troppo presto per il vino. perchè?).

c) i pranzi qui sono costretta a saltarli. dice l’antico proverbio, pranzo con i tuoi, cena con chi vuoi.

d) merenda del pomeriggio.
granita di gelso da caito, zona stagnone.
che ve lo dico a fare.
(“stanotte è venuta l’ombra, l’ombra che mi fa il verso, le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso”).

e) aperitivo al juparanà.
sgroppino (sorbetto al limone + vodka).
e poi acciughine e caponata e pomodorini secchi e olive e. e. e. e. e.

f) cena alla bottega dal carmine.
quanto mi piace la bottega del carmine? davvero tanto. stradina minuscola in centro.
tavolini di legno. lino colore sabbia e spago color spago. vetri sulle case cadenti (esprimi un desiderio).
ancora arancini caldi caldi caldi.
pasta pesce spada e melanzane. e pomodorini pachini pachini. un pò di menta?
sbriciolona di pere e cioccolato.

oppure.
cena al signorino, sul mare.
sette volte su dieci andiamo in spiaggia al signorino, d’estate. da mille anni
(mille anni al mondo mille ancora che bell’inganno sei anima mia,
e che bello il mio tempo che bella compagnia”)
ci sono ancora le canne sul tetto.
cappuccetti fritti. cappuccetti fritti. cappuccetti fritti. (il lupo non ha capito niente).
pasta con i ricci.
(di più c’è solo il mare a morsi).

oppure.
cena alla trattoria garibaldi.
in piazza garibaldi. nella piazza della chiesa dell’addolorata. nel senso che se il tempo è bello la sera i tavolini stanno sotto la chiesa.
e qui c’è il cous cous. col brodetto, a parte. (neanche sally ha capito molto, forse).

nero d’avola.
syrah.
syrah quel che syrah.
che confusione, syrah perchè ti amo.

z) prima di partire, al volo: panino colle panelle al baracchino davanti al mio liceo.
cosa sono le panelle?
e il giorno della civetta?

“L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista “un momento” e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò”.

il paese dei campanelli

apre oggi una nuova rubrica su questo scherno di schermo.

il ChiAmbero Rosso.

(CHIssà quanto durerà, se ai facili entusiasmi seguono improvvisi avvilimenti).

per compensare i miei patetici slanci melodrammatici (“ma no chiaretta non dire così…”)

siccome non si srcIVE di solo sale e menchemmmeno di solo diritto

TATATATATATATATAAAAAAAAAAAAAAAAA

TAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

TAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

[rullo di tamburi (l’assonanza con il rullo di canna è frutto della vostra perversa immaginazione olfattiva)]

da oggi parlo pure di purè, cioè dei posti dove ho mangiato che mi piacciono di più.

Prima Puntata:

a questa prima puntata ho in mano un poker di assi e posso giocare senza bleffare:

il piatto sarà mio.

Ieri:

Il paese dei campanelli.

(dovrei scrivere dov’è? aspetta che vado su gugle. anzi no, andateci voi, che la mia pubblicità non è occulta ma sta almeno in penombra. magari dico la località: Loc. Petrognano Semifonte – Barberino Val D’Elsa (Firenze)
Toscana – Italia – Europa – Mondo – Sistema solare – Via lattea muuuuuu – Universo – In espansione – come un fisher. datemi un trapano e vi risolverò il mistero del big bang, oppure quello dell’innamoramento: crash bum bang).

dicevo: il paese dei campanelli.

che è esattamente come il nome:


e che si trova qui:

è assolutamente delizioso e poco affollato.

se poi l’estetica non vi sazia si mangia diciamo da 7 e tre quarti.

non è che posso ricordare tutto il menù.

mi ricordo bene le mie tagliatelle scampi asparagi e calamari (anche se lo so che gli asparagi fanno fare la doppia pì verde, basta mangiarne pochi)

e soprattutto il fritto di tutti i pesci del mondo colle patate tagliate a velo.

il vino non ve lo dico per non fare pubblicità palese a una (le)tizia.

bello e buono e bravo.

alla carta:

pancia piena ma il poker vince anche sul full.


CiBaCiao,

ARAIHC (versione gambero solitario).