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buoni propositi (e cattivi pensieri)

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C’è stato un tempo in cui di anno in anno, di agenda in agenda, di stazione in stazione (come direbbero quei due) ricopiavo i pensieri che volevo portarmi dietro per un altro anno (un’altra agenda, un’altra stazione).
Ne avevo uno, di Pavese (l’inventore dei famosi biscotti): l’unica gioia é cominciare (qualcosa del genere). Stava molto bene il primo gennaio e stava molto bene con me, che passo dai facili entusiasmi agli improvvisi avvilimenti (come diceva lei): per le persone, le cose, i passatempi, i libri, le verdure e andando vedendo lettera testamento bim bum bam.
Ma non vi voglio parlare dei corsi iniziati e mai finiti (credo di avere fatto due mesi di flamenco una volta. nel frattempo avevo comprato gran parte della discografia di paco de lucia). Nè della mia collezione di “INTRODUZIONI A” (all’arte del bonsai, alla cura del coniglio nano, ai tarocchi….). Neanche della mia recente passione per le cavolfioracee e le broccolacee che fanno tanto tanto bene e che declino nelle loro cinquanta sfumature di abbinamenti (per esempio cavolfiore al curry? non c’è gara neanche con il più indiano dei polli).
Niente di tutto questo.
Solo che l’approssimarsi del duemilaquindici, che mi sembra un numero bellissimo, mi entusiasma, mi riempie i polmoni, mi sembra un regalo meraviglioso, una nuova mano di poker avendo a disposizione un vassoio di fiches.
Sappiamo tutti che il tre gennaio sarò triste.
Ma intanto mi godo l’attesa e la speranza.
E formulo propositi (sperando che non condividano la sorte dei buoni consigli di boccadirosa).
Ne ho tantissimi.
Ne metto quattro nero su bianco. I più egoisti.
1. Come dice la mia infatuazione parigina numero due (C. De Maigret) essere sempre fuckable: quando sei in fila in pasticceria la domenica mattina, quando vai a comprare champagne di notte, perfino quando prendi i bambini a scuola.
E siccome ho due bimbi e siccome spesso il mio lavoro lo faccio a casa, chiusa nei mio studio a scrivere, prometto che non resterò in pigiama oltre un tempo ragionevole dopo la colazione (nè sostituirò il pigiama con la tuta blu). E questo nonostante la mattina (quando dormo) sono fighissima e nonostante la mia tuta blu abbia il suo perché.
Non c’è secondo fine. Il fine sono io.
La qual cosa ha una serie di postille e corollari.
Tipo razionalizzare l’armadio, eliminare il brutto e l’inutile, non mettere la stessa cosa due volte di seguito.
O anche struccarsi la sera sempre e, già che ci siamo, mettere la crema nelle mani (e forse anche nei piedi).
2. Strettamente collegato al punto numero uno.
Trattare il corpo come macchina. No, non è una buona metafora, almeno per me. Che non lavo la macchina mai e non aggiungo l’acqua nel serbatoio dei tergicristalli.
Trattare il corpo come un diamante, piuttosto.
Continuare a correre.
Andare avanti nel progetto: non mangerò più animali che siano stati partoriti con dolore.
Ricordarsi comunque che non è che devo prendere la patente di vegetariana e che quindi faccio un poco come mi pare, senza dovere necessariamente rispondere a chi mi interroga sul mio rapporto passato presente e futuro con il pesce con le uova con il latte. E che ci può anche essere un rapporto occasionale fedifrago e incoerente con il pata negra.
3. Essere stronza.
Lo so che é Natale e bisogna essere più buoni.
E so anche di non essere particolarmente buona, per cui forse potrei anche non avere bisogno di questo proposito.
E invece si.
Voglio essere stronza con gli stronzi.
Magari non alla prima, che ci metto la buona fede.
Non alla seconda, che posso anche trovare giustificazioni psicologiche, compresa l’insicurezza (e al limite pure la stupidità).
Ma alla terza cattiveria risponderò, che si sappia.
Tenere i sassolini nelle scarpe troppo a lungo fa venire i calli. E io ho anche promesso di usare la crema nei piedi (vedi punto uno).
Nota: il calcolo delle tre volte avverrà retroattivamente, i.e. tenendo conto delle soverchierie archiviate nella mia ram emotiva.
4. Essere riconoscente e felice.
Di tutto quello che ho, che è tutto quello che desideravo
(ho qualche lieve aggiustamento da fare, ma poche cose nella mia dinamica del tutto).
Innaffiare le mie rose: avere cura delle persone che amo e dello stesso amore. Proteggerli (anche dagli stronzi, e dagli stronzi che mi rendono stronza, e quindi anche dai miei cambi di umore, per quanto possibile).
Respirare, ridere e farla semplice.
E non lasciare che le cose sciocche rovinino tutto, che mi facciano perdere tempo, che non mi facciano godere di.
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
E neanche le conseguenze dell’umore.

E mi fermo, che ho paura di ritrovarmi come il giovane holden che guarda l’attimo fuggente tenendo siddharta sottobraccio.
(Proposito numero cinque: non perdere tempo con le cose che non mi piacciono, anche quando a molti piacciono. Che la vita è breve).

Tanti cari auguri.
Che ci sia magia.
Che ci sia meraviglia.
E, possibilmente, champagne a fiumi.

less is more (e l’amore?)

 

confesso.

vorrei essere essenziale e minimalista. questo mi renderebbe più semplice. più facile. possibilmente anche meno rompicoglioni.

mi piacciono le donne che vestono rigorosamente di nero o di bianco o di cosiddetti colori soft. ma se indosso un tubino nero, faccio la coda e metto pure le ballerine, poi non resisto e aggiungo una collana a fiori.

mi piacciono le case con molto bianco e molto spazio. ma adoro vedere i bambini che si arrampicano su quelle vecchie poltrone di quando io ero piccola, appiccicherei foto e disegni ovunque e (già che ci sono) avrei anche due archi che mi piacerebbe dipingere di giallo (e ci scriverei anche “let sun shine in”).

metto in ordine il mio armadio, ma non riesco proprio a buttare la maglietta di quel concerto, il maglione viola (sic) che avevo la prima volta che ci siamo baciati, la gonna plissé lunga di seta e celeste che non ho mai messo.

mi piacciono anche le tavole sobrie. eppure se sono da fouchon vorrei comprare due tazze bianche e fucsia. se sono da starbucks due tazze bianche e verdi. e lascio perdere cosa mi succede prima di Natale.

anche questo blog. tento di adottare un layout abbastanza bianco. poi cedo e passo al colore. e sono anche tentata di adottare un certo tema con dei palloncini che si muovono.

tutto questo è lo specchio di qualcosa?
ho forse un animo massimalista? (non è che divento socialista alla maniera degli anni ottanta?)
sono disordinata dentro? sono insicura? ho l’horror vacui? ho paura della solitudine? dell’abbandono?
forse si, lo dirà lo strizzacervelli un giorno.

per il momento, posso ammettere che sono un’accumulatrice seriale di emozioni.

ho cinquanta sfumature di amore.
che le sfumature oggi vanno anche di moda.
il numero uno è quando sono arrabbiata e tu non capisci perché, e questo mi fa arrabbiare ancora di più. ma se non ti amassi non mi arrabbierei. questo prova troppo ma è la verità.
il numero cinquanta è troppo facile da descrivere.
nel mezzo c’è la vita.
ci siamo noi che cresciamo.
ci siamo non che non cresciamo.
c’è anche la voglia di mollare gli ormeggi, non è che non si può dire. ma è sempre più forte il desiderio di tornare a casa.
c’è la promessa di cambiare me anche se non so bene da che parte cominciare.
c’è il desiderio di cambiare te, ma anche se non cambi va bene lo stesso.
c’è l’evoluzione delle nostre notti bianche. stare svegli per fare robbba. stare svegli per litigare. stare svegli per addormentare qualcuno. ipotizzare di stare svegli a fare robbba quando qualcuno dorme. e quando qualcuno si sveglia c’è il nuovo metodo contraccettivo: filius interruptus. ma non abbiamo poi troppo sonno per fare robbba?
c’è che quando eravamo meno stanchi, eravamo più splendidi e la mattina anche più languidi. ma ci sono i due splendori ora che fungono da copriocchiaie. (stavo per scrivere touch eclat, ma mi sono limitata: è un progresso?)
c’è il pacchetto completo dei nostri cromosomi. diversamente compatibili.
che stanno insieme come la metafora del calabrone che nessuno sa come fa a volare eppure vola.
e nessuno sa come facciamo stare insieme eppure lo sTiamo.
con la nostra ribellione alla statistica
– quella della canzone, che piace tanto.
perché è vero che ogni volta che una farfalla batte le ali,
qualcuno tradisce qualcuno, e ci sono almeno cinquanta sfumature di tradimento.
e allora ogni volta che due persone si compattano a tartaruga come nel rugby (che poi non so neanche come si gioca, quindi non so se la tartaruga c’entra qualcosa o no), questa si che è una bella ribellione alla statistica.

ho abusato con le metafore.
ho cambiato registro.
sono andata fuori tema.
il tema era il minimalismo.
perché in effetti forse tu staresti meglio con una donna minimalista e dal pensiero lineare.
e invece ti è toccata una pazza che non rinuncia alle poltrone con la mosca d’oro
e che ha il pensiero scomposto (ma sempre amorato).

ultimo chimoletro

sembra che il folto pubblico dei miei fedeli lettori….
(scherzo, non ho un folto pubblico e comunque se avessi dei lettori non li vorrei fedeli, piuttosto leali, e così anche gli amici e così anche gli amanti – il plurale è di stile)

…sembra che i miei occasionali lettori abbiano apprezzato le mie riflessioni sull’ultimo biscotto come farinacea metafora delle occasioni che passano, che scivolano dalle mani come le ceneri di Mitch sparse da Drew in Elizabethtown.

ebbene, mi sbagliavo. vi ho fuorviato e ho fuorviato me stessa in un mood nostalgico apparentemente consolante come può consolare una petite madeleine, senza considerare però che anche le madeleine allappano. e anche un ricordo può restare appiccicato al palato e allora cosa fare: lasciarlo lì, nell’incapacità di staccare quella dolcezza fastidiosa. oppure berci su qualcosa, o spingerlo con la lingua, inghiottirlo, tenerlo dentro, metabolizzarlo, trattenere il buono lasciando andare le scorie (e qui mi arresto).

e solo questo volevo dire. mentre fuori piove anche siamo in  primavera inoltrata e tutti fanno battute sul fatto che è ancora inverno, mentre dovrei correggere una paccata di compiti di diritto amministrativo, mentre non riesco a smettere di ascoltare antony and the johnsons domandandomi chi siano questi johnsons.

questo. che la vita non è fatta solo di ultimi biscotti e neanche di penultimi biscotti.

ma anche di ultime miglia. di ultimi km. di ultimi cento metri.

di ultimi spazi in cui siamo fatti per provare tutto per tutto, tutto al quadrato e poi succeda quello che succeda.

forse c’è un ormone apposito.

forse è un qualche velo lacrimoso sugli occhi.

forse è solo la capacità di sperare. o di sognare. o di illudersi.

forse è l’emisfero quello sinistro, della irrazionalità. o è il destro?

dove si trova la forza di correre gli ultimi km di una maratona. o di una mezzamaratona. o di una 10 km non competitiva. o di quello che è.

di alzarsi dieci volte a notte fonda per dare aiuto a chi ne ha bisogno.

di asciugarsi gli occhi o di mordersi la lingua per fare finta cha vada tutto bene e andare avanti. sapendo che spesso  è impossibile fare finta di niente, ma si può andare avanti lo stesso.

di chiedere scusa quando davvero si vuole chiedere scusa, oppure quando si è disposti a tutto per fare pace.

di annaffiare una pianta stanca.

di spingere per fare uscire questo bambino. di volere a tutti i costi un bambino anche se è tutto molto complicato.

di provare e riprovare e di non sentirsi della caccole appiccicose solo perché a volte ci identifichiamo con le nostre emozioni e non sempre sono emozioni equilibrate.

ci sono tantissimi ultimi km, anche quando sembra tutto fermo, e anche quando i biscotti sono finiti.

e c’è sempre un buon motivo per correre.

questo volevo dire.

 

ps. “Nessun vero fiasco è mai derivato dalla mera ricerca del minimo indispensabile. Il motto delle Forze Speciali dell’Aeronautica Britannica è “Chi osa, vince”. Un piccolo germoglio di vite è in grado di crescere anche nel cemento. Il salmone del Nord-Ovest del Pacifico è pronto perfino a morire per la sua ricerca, viaggiando centinaia di miglia, controcorrente, con un unico scopo: il sesso naturalmente. Ma anche… la vita”. (Drew)

angolo promozionale: buone feste

a tutti,
regalo una stella SALENTE.
per la realizzazione dei desideri possibili,
i desideri che si costruiscono con lo stomaco, i pensieri e i polpastrelli.
(niente lotterie, nessun gionni dipp e nicoletta kidman, niente gambe più lunghe, niente re del mondo, per intenderci).

la mia stella SALENTE,
si alimenta di gratidudine e meraviglia, per tutte le cose fortunate che.
ha una marmitta che espelle le false necessità e le insoddisfazioni apparenti.

la mia stella SALENTE.
decolla dal basso, decolla dal cuore, e arriva finchè c’è spazio per.

Auguri,
davvero.
C.

chiàrrocca

sono le ore xxx e dintorni e ho paura di andare a letto.

l’antefatto 1 è che il mercoledì sera frequento un corso di scacchi
sarebbe un corso principiantesco, ma presuppone una conoscenza approfondita di tutte le regole
(ad esempio che se incontro un pedone per la strada lo investo en passant)
per cui soggettivamente lo trovo un corso principesco.

l’antefatto 1 e mezzo è che adoro capablanca, se non altro perchè non è un giocatore dell’est
(tipo quei paesi che esistono solo su risiko, come l’arzjbxkyvztsan)
non che non mi piaccia la rossitudine del sol levante, ma cuba è cuba.

l’antefatto 1 e tre quarti è che sto leggendo La variante di Lüneburg, di Maurensig Paolo, con grande cognizione di causa.
(è il momento scacchi, aspettatevi grandi metafore, babies).

l’antefatto 2 è che ieri notte ho sognato di essere la protagonista di un libro
(o un film, non ricordo, del resto stavo dormendo)
intitolato “la guerra degli scacchi”.
a un certo punto ero nuda e sporca di sangue in mezzo ad alfieri armati di armi non bianche.
sognavo di essere in un libro (o in un film, non ricordo, del resto stavo dormendo)
e che quindi era per finta.
ma, e qui casca l’asino (o il cavallo, o comunque io)
il profumo del sangue e della paura erano abbastanza realistici
(avrei dovuto fare la scrittrice, o la regista?)
quando mi sono svegliata.

adesso sono qui,
sono le ore xxx e dintorni più un poco,
e ho paura di andare a letto.

ho assunto due cosmopolitan, ma temo siano a tempo determinato
e insufficienti a farmi sognare un mondo di Manolo Blahnik.

sono le ore xxx e dintorni più un poco, e un altro poco,
e ho troppa paura che la notte porti scompiglio.

per chi ruba i tappini delle ruote

INNAMORARSI

    NON E’

      COME ANDARE

        IN BICICLETTA.

federer

fumando la mia sigaretta post prandiale (anche se in realtà non ho avuto tempo di pappa),

ho appena avuto il seguente scambio di battute, che ricordo e incollo,

a memoria dei posters, degli affreschi, e soprattutto mia:

io: “ma perchè mi circondo di gente logorroica?”

altro: “è il contrappasso”.

io: “ah”.

altro: “in teoria ti avrebbero dovuto circondare di gente logorroica post mortem, quando ci saranno gli scritti in tuo onore,

ma è che sei talmente NEFASTA che a te il contrappasso lo hanno anticipato in vita”.


6-0, 6-0, 6-0.

flaubert e feuerbach

l’educazione sentimentale di una donna…

è sano che cominci con essere un pò elena…


ed è bello che dopo un pò diventi più penelope…


dalla nostra corrispondente a parigi

“cerco il pom**no perfetto” – da new rose hotel

io?

cerco l’abbraccio perfetto,

novello aleph emozionale

(ogni tanto, oggi?, mi sembra di averlo visto)


baiser

julie picouly

spunti e spuntini

saltando di palo in frasca oppure di paolo in francesca, galeotto fu uno che scappò di galera, lo riacciuffarono (e lui si impiccò, perchè non voleva restare in prigione vent’anni lontano da te).

ecco cosa è successo I:

il concerto dei baustelle, graziosi questi cani che abbaiano al cielo. ho già scritto dell’auditorium flog, ho già scritto dei miei centimetri di giudizio, ho già scritto che mi piacciono i ritardi che ti fanno fare cose nel frattempo. ad esempio inzuppare le patatine al formaggio nel cosmopolitan. io sono allergica al formaggio (chissà qualcuno volesse farmi venire uno scioc anafilattico,come quel film colla aspirina non mi ricordo)  nondimeno, un ritardo di due ore e cinquanta minuti primi è un po’ troppo, neanche i quin a wimbledon, oppure federer roger a wembley, neanche le mie amiche in ritardo, neanche io in ritardo, neanche riccardo che gioca a biliardo con un sorriso beffardo e gagliardo quando mangia un savoiardo. forse avevano gli orologi col fuso orario del triangolo delle bermuda. a sproposito, c’è un nesso tra il triangolo delle bermuda, il mistero di atlantide e quello di ustica (comandante un aereo che cade, esprimi un desiderio)? ad ogni moto (perpetuo), sono arrivati in ritardo di tutto quel tempo, senza scusa. se io cantassi arriverei con ventinove minuti di ritardo e basta. se mi sposassi arriverei con tredici minuti di ritardo, giusto per, ma non troppo. e quindi, concerto di mezzanotte. lei ha una voce che mi piace, lui un po’ meno. le canzoni ci piacciono, si sa, sennò non saremmo stati. soprattutto “Mi telefona promette che mi rapirà mi porterà al cinema è la mia droga non mi può far male”. E pppoi ovviamente “Emotivamente instabile, viziata ed insensibile”. mi fa pensare: come eravamo a quindici anni? come adesso, solo che non lo sapevamo. non mi ricordo del bassista, si vede che era troppo alto per me. (che comunque non sono affatto bassa, per essere una donna).

le guerre, comunque, non finiscono mai, come le storie d’amore e come gli esami, a differenza della nutella e degli orgasmi (fate un po’ voi). cambiano i modi e cambiano i fini (cfr. Cicciccippi: La guerra è fredda – la guerra è limitata – la guerra è endemica – la guerra è ciclica – la pace è calda – la pace è contrattata – la pace è labile – la pace è ciclica; oppure effeggi: la guerra è bella anche se fa male). e questo funge (piove. tra funghi: sei un ombrello o fungi da obrello? FUNGO), funge da leit motive per ecco cosa è successo II:

il coltello nella piaga:il caimano. catalizzata come una marmitta che può ancora circolare dal film nel film la mia E-reazione numero uno è stata per la storia del lego. ognuno ha i suoi turbamenti e i suoi traumi. il mio riguarda le famiglie che franano. e i piedini che camminano sul chilometri di lego, cercando il pezzettino (dodici, piatto e giallo) che ci illuda che tutto possa essere ricostruito, quei piedini e quel lego sono più forti del battito di ali della farfalla, che fa crollare una montagna e mi tiene sveglia tutta la notte. e così è. il nostro corpo, poi, è fatto al novanta per cento (90*100=9000. novemila cosa???) di acqua. il che spiega perchè possiamo piangere così tanto prima che qualcuno riesca a chiudere il rubinetto. e a evitare la mia totale disidatrazione. però questo è un problema mio. invece la rivoluzione è un problema che riguarda tutti. e per questo, nonostante la valanga di “com’è il caimano?” “INSOMMA”, a me è davvero piaciuto. proprio. il soggetto si presta a un facile umorismo pirandelliano, quello trisitemente comico che ti fa ridere se uno scivola su una buccia di banana. il Enne Emme però rende quel soggetto. non troppo nè poco. e poi Enne Emme che canta in macchina è sempre Enne Emme che canta in macchina. Ed è sempre il tempo di fare commedie. Ed Enne Emme che fa il cattivo? e la rivoluzione reazionaria? (tra povera patria di f.b., e viva l’italia di f.d.g.). see you later alligator….. in a while crocodile (speriamo di no).

ma nel frattempo il leit motive (latte e motivo) mi porta al ecco cosa è successo III:

V per Vendetta. che certo è un po’ fumettone. ma mette proprio aria di rivoluzione. a volte le cose si sbloccano solo con uno sturm und drang, perchè ci vuole V come Va****lo, oppure V come Vuoi fare qualcosa cosa quella cosa proprio quella è tempo e non poniamo più tempo in mezzo. e il mio flusso di incoscienza si attacca a due cose:

un pezzo di film: “Una rivoluzione senza un ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare”.

e poi, GIA’ CHE ci siamo, GIACCHE non ne abbiamo più perchè è primavera:

un pezzo di questa canzone degli Skitikis: “Anarchico è chi decide di amare davvero”.

degli skifitikis mi piace un sacco anche il rifacimento di  l’importante è finire, che mi riprende Mina e una mina mi riprende le guerre e le guerre mi riprendono  la rivoluzione.il cerchio si chiude o riparte, ma l’importante è pro temporaneamente, interrompere il flusso di parole a vanvera o a fanfara.

c.

 

CECI N’EST PAS UNE CLAIRE

CECI N’EST PAS UN BLOG?

Adesso.

È inutile che tentiate con l’olio.


Sono una maionese impazzita.

Insaporitevi senza di me.


Non tutte le Chiare d’uovo si fanno montare a neve.

E diventano meringhe.

Ammorbiditevi senza di me.


Sono una radice quadrata senza soluzione.

Perché il numero sotto e dentro è negativo.

Risolvetevi senza di me.


La candela è bagnata.

Il treno è andato.

Il vaso è caduto.

La musica è finita.


E non mi dispiace per niente.


c.

XXIII

Viola lo aspettava.

Aspettava

solo

l’uomo che a lei

sola

lo avrebbe messo lì, al grado numero ventitre del sagittario.

Dritto

e puntuale

e fermo

e duro

come un imperativo categorico.

Al grado numero ventitre sta la sua Venere. Immatura, ingenua, e allegra per non dire.

Sarebbe stato sufficiente che sovrapponendo le due carte (del cielo)

su di lei fosse scivolato un sole (troppo fuoco?)

un ascendente (troppa maschera?)

un giove (troppa leggerezza?)

un mercurio (troppa stupidità?)

un marte (banale?).

Un marte. Banale (ma la banalità ha un senso, e almeno è univoco. e anche il sesso ha un senso, e almeno è unico).

Lo avrebbe aspettato zitta e intatta come .

L’uomo con marte al grado numero ventitre del sagittario.

Se scrivessi un racconto erotico alla anais nin (e la mia tastiera non fa accenti strani, ma non posso biasimarla: io non conosco la differenza tra una pèsca ed una pésca e a stento distinguo i prìncipi dai princìpi). Mi faccio sempre perdere il filo. Pollicino?

Se scrivessi un racconto erotico, alla ananas nin, comincerebbe come sopra.
(le donne, sopra)

Non posso scriverlo perché questo indirizzo lo hanno personi che mi hanno vista da piccola
piangere quando mi scordavo a casa i tovagliolini di carta per la festa di classe nell’ora di educazione tecnica (prima media? forse non ero poi così piccola, ma ho fatto la primina) e non posso smontargli un’immagine così consolidata come un bilancio (con l’ago rotto).

Non posso scriverlo e se lo scrivessi lo farei sotto uno pseudonimo più anonimo di quello di cui sopra (le donne), ma che non sia un acronimo.

Del resto, la libertà è una forma di disciplina, CCCi dicono.

Però l’incipit posso. Tanto per emanciparmi dalle blue moon(s) di cui sotto sotto alle cose che ho detto lì sotto sotto.

E tanto per fare l’eclettica attorno ad una ellittica.

DisAstrologica.

c.

un due tre stella

eccocccci qua,

pronta e muta come un pianoforte

(come direbbe p.p. che ricanta i.f., io poco adornata e poco gentile in verità)

questo blog nasce oggi mi dà un pò di noia che il sole sia nei pesci ma così è e così mi pare

ho i tasti dalla parte del manico e a voi rimane solo il diritto potestativo di usare la ics.

non ci sono programmi nè piani nè regolamenti

non ci sarà la mia io più vera quella che non capisce nessuno

e non ci sarà la mia io più finta quella che non sono ma a volte sembro oppure che vorrei essere ma non sarò mai.

però il mio ego al guinzaglio si scusa una volta sola e una volta per tutte.

se potessi tagliare un nastro sarebbe arancione,

stappare qualcosa sarebbe syrah

se ci fossero tartine ci starebbe su un po’ di caponata

e se ci fosse la banda suonerebbe quella cosa delle piccole iene (ma solo perchè stasera ci sono gli afterauars e devo ancora impararla a memoria)

le prime volte sono troppo prime per essere già volte,

allora è meglio aspettare le seconde.

sperando che si possa partire anche senza essere pronti via.

c.