CasaLingue disperate (at work). dialogo tipico n. 3

[Nonostante non ci sia stata nessuna richiesta in proposito, e approfittando del fatto che due negazioni affermano, quindi evidentemente ci sono state delle richieste quantomeno telepatiche, torna su questi schermi il Chiarality show, arricchito di nuovi contenuti rispetto alle precedenti edizioni… ]

 

Lei:” buongiorno, sono venuta a ritirare i verbali dell’esame”.

Il portiere (o il portinaio): “buongiorno. quanti sono oggi?”

Lei: “quarantatre”.

Il portiere: “accipicchia” (ok, non ha detto proprio accipicchia). “e come mai secondo Lei?”

Lei: “forse perché è l’ultimo appello?”

Il portiere: “No. Solo perché Lei è bella”.

Lei: “Grazie per la stima. Comunque non funziona. Almeno la metà degli studenti è femmina”

Il portiere: “Si ma sono lesbiche”.

Sempre il portiere: “A proposito, a Lei piacciono le donne?”.

 

ps. ogni riferimento a fatti persone cose animali esistenti, racconti di amiche, lettera o testamento, dire fare baciare, è puramente casuale (o causale?)

posso scrivere in tre minuti un post da cestinare? posso e posto….

 

l’amore è tutto carte da decifrare, come diceva fossati ivano,

o l’amore è tutto carte da riciclare, come dice il cestino del dipartimento?

 

non ho tempo, sono in ritardo da un’ora e devo ancora decidere cosa mettermi e poi mettermelo.

penso che sono felice che mi pungano le zanzare perché vuol dire che ho il sangue dolce.

penso che l’amore si può riciclare perché l’amore torna visto che non è proprio possibile vivere senza.

(e se ti lascia lo sai che si fa? trovi un altro più bello che problemi non ha)

penso che quando l’amore torna non è meno amore di quello di prima.

penso che l’amore è l’unica cosa veramente democratica dello spaziocosmo, perché quando uno è amato diventa automaticissimamente il più bello, il più brillante, il più bravissimo. anche se ha la macchina brutta. anche se fuma. anche se suda. certo, meglio se non suda troppo.

penso che c’è un diritto all’amore.

a darlo.

a prenderlo.

a farlo.

(penso che non sono in vena di usare il congiuntivo).

penso che l’amore che matura non mi piace, però.

mi piace l’amore che scoppietta come i rice crispies nel latte che ho bevuto adesso perchè non avevo tempo di cenare per bene.

mi piace l’amore che mi fa ridere da sola.

mi piace l’amore che mi fa ascoltare canzoni smelense senza piangere (occhei, piangendo poco poco).

mi piace l’amore che mi fa pensare non vedo l’ora non vedo l’ora non vedo l’ora. che ore sono?

mi piace l’amore che mi fa andare il cuore a mille.

mi piace l’amore che resta amore con la passione che non finisce.

della capanna dello zio tom, e delle rotte dei navigatori.

tomtom

 

sarebbe bello avere un tomtom per trovare le strade del cuore.

che mi aiuti a scegliere il percorso più veloce, quando lo voglio, e lo voglio presto.

o il percorso più panoramico, quando voglio struggermi nell’attesa, e perdermi in ogni momento.

o il percorso più economico, quando non voglio impegnarmi troppo.

che mi dica cosa fare, dove andare, cosa mettermi e cosa dire. e anche cosa non dire.

che mi salvi quando sbaglio, ogni volta che sbaglio.

che mi ripeta all’infinito “gira a destra. ti ho detto di girare a destra. devi girare a destra. hai perso la svolta a destra. gira a destra alla prossima. tra cinquecento metri. tra duecento metri. adesso. stupida”. e anche se continuo a girare a sinistra, alla fine mi scioglie la matassa, mi butta un salvagente, mi fa cadere in piedi, mi trova una soluzione. mi corregge le gelosie, i colpi di testa, gli attacchi di luna. tutto sotto controllo, l’hai fatto, ma svolti alla prossima. muore un papa, e si fa un cardinale. chiodo scaccia chiodo, chiodo caccia chiodo, inchiodala ancora, sam.

un tomtom che mi aiuti quando la benzina sta per finire, e mi trovi un distributore: quando ho bisogno di un bacio, di una carezza, di uno schiaffo, di un abbraccio, di fare sesso in una vasca piena di yogurt vipiteno bianco e magro. che mi avvisi quando il mio cuore sta per collassare, ma mi avvisa prima che collassi e mi trovi il carburante per farlo ripartire.

un tomtom che mi trovi i punti di interesse. dove trovarlo quando lo perdo. un albergo per dormirlo quando ho sonno. un ristorante per mangiarlo quando ho fame. una stazione quando ho bisogno di scapparlo. un aeroporto quando ho bisogno di atterrarlo.

un tomtom plus che conosca tutti gli autovelox, che sappia quando sto correndo troppo e mi dica di rallentare perché posso farmi male, oppure prendere una multa e perdere punti.

 

se però avessi un tomtom del cuore, l’oggetto del desiderio (oscuro o palese) … la destinazione (giusta o sbagliata) dovrei comunque sceglierla io.

e se anche avessi un tomtom del cuore, probabilmente lo terrei spento.

sex and the city: alle mie cosmopolitan, che mi ubriacano il cuore…

sex & the city

ho appena visto sex and the city, e non ho intenzione di chiarecensirlo, anche se mi sento molto carrie per il cosmopolitan, il mac, le scarpe e mr big.

questo post it sta per essere sdolcinato come me nei momenti peggiori, e banale come me nei momenti peggiori.

ma se una cosa è banale, è probabilmente vera, come è vero che le mezze stagioni non ci sono più, che le perle non passano mai di moda, e che chi trova un amico trova un tesoro.

appunto. non lo voglio dire che l’amore passa e le amicizie restano per sempre, perché anche il principe azzurro, quando esiste, è per sempre.

però sex and the city non è una cosa sul sesso, sull’amore (o sulle scarpe), ma una cosa sull’amicizia.

e io le mie tesore le ho.

e ci stanno tutte per un grande grazie.

e lo so che è in stile catena di sant’antonio, di quelle che non rimando (quasi) mai.

ma grazie: perché non abbiamo bisogno di sentirci ogni giorno; perché ci siete, ognuna con una storia diversa e in un modo diverso, e con intensità diverse, ma ci siete con il vino lo sciopping le sigarette; ci siete quando sono felice, quando sono triste, quando sono a pezzi, quando faccio le scelte sbagliate e me lo dite, quando faccio le scelte sbagliate e non me lo dite, ma io lo so lo stesso, quando devo decidere cosa mettermi, quando uno sgorbio mi attacca una pezza e me lo levate di torno, quando mi piace uno e mi fate da tattiche, quando devo decidere cosa fare da grande, quando devo fare e quando devo disfare e quando ho mille cose da fare e quando non devo fare niente, e quando….

e allora vi copioincollo (manca la papera, ma stasera le faccio una foto),

vi copioncollo per qualche giorno è basta, perché non si debba dire che il mio blog è diventato facebook.

cazzo come sono fortunata.

cazzo ho scritto cazzo.

 

della macchina gialla, e della pazzia.

io sono pazza, perché devo lavorare e poi devo partire e devo fare mille cose e sono qui a scrivere.

nella mia strada c’è un pazzo, non dei pazzi alla de andrè che imparano l’enciclopedia a memoria, neanche di quei pazzi che parlano da soli. 

io sono pazza perché parlo da sola. e ballo da sola. ogni tanto mi sdoppio, diventiamo chiara e giulia, allora se chiara parla con giulia non è più pazza, o è pazza di più.

il pazzo della mia strada è innamorato di una ragazza molto bella, di quelle molto belle e molto finte, che andrebbe a fare la spesa tiratissima truccata e con i tacchi, ma non va a fare la spesa perché è troppo tiratissima per fare la spesa, e probabilmente mangia tutti i giorni fuori con un amministratore delegato della general motors.

io sono pazza perché quando vado a fare la spesa passo 5 volte per ogni corridoio, e parlo anche con i biscotti e con gli yogurt (quelli senza grassi però), e la mia spesa è sdoppiata anche lei poverina, ci sono la nutella e le gallette ipocaloriche di riso, perchè tanto le calorie si sommano, se spalmassi la nutella sul pane piuttosto che sulle gallette di riso ipocaloriche ingrasserei di più, quindi la nutella sulle gallette di riso ipocaloriche fa dimagrire, e probabilmente la nutella spalmata su un dito (o su una bocca) è addirittura consigliata nei casi di obesità.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè è innamorato di quella molto bella e molto tiratissima, che se andasse a lavare la sua macchina gialla, andrebbe truccatissima e con i tacchi. ma non ci va, e questo è il punto.

io mi diverto un sacco a lavare la mia macchina, rossa. arrivo con l’aria un pochino persa e trovo qualcuno che mi lava il sotto della macchina con un prodotto fatto apposta che lui si porta dietro (probabilmente questa è una pazzia da uomini, nella mia macchina c’è tuttallllpiù un lucidalabbra, un pettine, un campioncino di profumo verosimilmente scaduto, un accendino e zero fazzoletti di carta). trovo anche qualcuno che ha speso dei soldi per comprare un panno di daino per asciugare la macchina senza aloni (questa deve essere un’altra pazzia da maschio, io spendo soldi solo per le scarpe, i trucchi e il vodkamartini, e giammai penserei di asciugare una macchina con qualsiasi cosa rassomigli vagamente a bambi), e che è così gentile da prestarmelo o da asciugarmi la macchina, nonostante io replichi che sono aloni di acqua, mica pipì di pterodattilo.

la ragazza molto bella e molto tirata però, non va a lavare la macchina, perchè la lava il pazzo della mia strada.

il pazzo della mia strada lava la sua macchina gialla almeno tre volte al giorno. anche quando piove. avrà paura delle piogge acide. deve essere una forma diffusa di pazzia, io ho paura delle risposte acide.

il pazzo della mia strada cammina con un secchio, un sapone e i guanti. non ha il panno di pelle di daino. neanche un panno di pelle di pollo fatto da apelle figlio di apollo. il pazzo della mia strada probabilmente soffia e sospira sulla macchina gialla per evitare gli aloni.

il pazzo della mia strada una volta mi ha detto che se graffio la macchina gialla mi ammazza.

io ho risposto che è una macchina troppo bella, nessuno potrebbe mai graffiarla. solo un pazzo.

(giulia ha stretto le chiavi molto forte tra le mani, peccato di intenzioni).

io sono pazza perchè qualche graffio sulla macchina mi piace. e se è per questo mi piacciono anche le scarpe un poco sporche. ma mi piace anche che qualcuno se le pulisca non sapendo che a me piacciono un poco sporche.

il pazzo della mia strada è pazzo perchè vive per la macchina gialla e io questo modo vive per il suo amore.

la ragazza tiratissima lo sa che lui è pazzo, e che la ama, e che non potendola amare perché lei è troppo bella e troppo tiratissima e troppo presa dall’amministratore delegato della general motors, insomma lei lo sa che lui è pazzo, che la ama, e  che non la può amare, allora con una figura retorica della quale mi sfugge il nome proietta tutto il suo amore sulla macchina gialla. lei lo sa, ma non le importa. le importa solo della macchina pulita e senza aloni.

a me, invece, mi importa un sacco della sua macchina. e del mondo parallelo del pazzo della mia strada che è felice perchè ha un amore da coltivare, anche se, come nelle metamorfosi di ovidio, il suo amore si è trasformato in una macchina gialla.

io sono pazza perchè continuo a innamorarmi, e nessuna persona sana di mente lo farebbe.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla.

e sono pazza perchè ieri ho preso una partaccia al consiglio di stato che mi è passata ascoltando i primi cinque accordi di stareway to heaven di un pazzo a piazza navona, e la mia intensa vita emotiva mi basta e non mi avanza.

e il pazzo della mia strada sta lavando la macchina gialla. com’è triste il pazzo della mia strada quando la ragazza bellissima e tiratissima prende la sua macchina gialla per andare al circolo del golf dall’amministratore delegato della general motors. e il pazzo della mia strada pensa: speriamo che non facciano l’amore dentro la macchina gialla, che mi si sporca.

sono pazza perché penso che il mio futuro rarefatto sarà bellissimo, che tutto andrà come deve andare e anche meglio. che dei discorsi sul bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, e sull’ottimista che pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, e del pessimista che pensa che l’ottimista abbia ragione, francamente me ne infischio.

il pazzo della mia strada aspetta che la macchina gialla torni e intanto riempie il secchio di lacrime.

sono pazza perché sono felice, e ad una analisi approfondita che si avvalesse dell’analisi economica della felicità, probabilmente dovrei essere più cauta.

il pazzo della mia strada si bacia i polpastrelli per accarezzare la macchina gialla con più amore.

sono pazza perché mi basta quello che ho, e penso che quello che vorrei arriverà.

il pazzo della mia strada vive solo nel presente e non sente i rumori di macchine che non siano gialle.

sono pazza perché mi fa male il ginocchio tantissimo, ma lo interpreto come una forma di manifestazione del pensiero ginocchioso che ha voglia di dire la sua sui rapporti tra il sesso degli angeli, il mio, e la musica del settecento veneziano.

sono pazza perché penso che prima o poi la ragazza bellissima smetterà di essere tiratissima, e l’ammistratore delegato della general motors la scaricherà per un’altra più bella e più tirata con una macchina azzurro cielo. e la ragazza con la macchina gialla abbraccerà il pazzo della mia strada e scapperanno con la macchina gialla e si nasconderanno in un campo di spighe gialle, mimetizzati come camaleonti e si ameranno per sempre, facendo ogni tanto i tassisti per i girasoli.

sono pazza perché quando c’è qualcosa che non và, mi sposto nel mio mondo parallelo, pensando che due mondi paralleli prima o poi si incontrano.

sono pazza perché sono innamorata, pazza.

come se fosse il ventiquattro dicembre (o il ventisei?)

insomma l’ho scritto.

il mio libro.

quello che volevo dire su una cosa di diritto, anche se è un poco a rovescio. lievemente anarchico o anarChiarico.

insomma è una parola che non mi piace, ma adesso mi viene da dire solo insomma, con quel tono da insomma, anzi da e-insomma, con una pausa sulla prima emme. insommmmma.

lo so che non risolve il problema della fame nel mondo, né della sete, né delle colonne di camion sull’autostrada tra firenze e bologna che trasportano generi alimentari fungibili (e vi risparmio il mio pensiero autarchico su acqua uova pasta e latte, che ognuno dovrebbe consumarsi quelli della regione propria di appartenenza, e possibilmente risparmiando sul packaging, ma ho detto che ve lo risparmio, bottttt).

però è il mio libro.

e l’ho studiato, l’ho pensato, ho passato giorni in biblioteca, giorni su fogli di carta e penna, giorni alla tastiera del computer che non suona, e anche notti.

a capire a capirmi a cambiare le parole le virgole gli spazi, e i tempi.

ad aspettare autorizzazioni, consigli, critiche, congiunzioni, avverbi e metafore.

a piangerci su, a stancarmici, a finire a ricominciare a finire a ricominciare a finire a ricominciare.

e poi l’ho spedito, e sono arrivate le prime bozze, e le ho rispedite, e sono arrivate le seconde bozze.

e ho contrattato sulla larghezza dei caratteri (si, fatemelo con un carattere dolce, deciso ma dolce, presuntuoso ma non permaloso, che però quando deve parlare parlasse e quando deve tacere si fermasse),

sulla larghezza dei margini (stretti per piacere, che noi abbiamo l’horror vacui, che ce ne facciamo di centrimetri e centimetri vuoti, tacendo delle foreste dell’amazzonia),

sul colore delle pagine (niente giallo paglierino, che fa doppia pi, bianco si bianco, non che io sia vergine, ma quello che importa è la purezza del sentimento, il ripetersi della passione non ne altera l’unicità e la profondità, e quindi bianco).

 

e poi l’hanno pubblicato,

anzi pubblicata, perché si chiama teresa

– cioè, ha un nome lungo che abbraccia funzione e rapporto,

ma per me è teresa, che poi non chiamerei mia figlia teresa, ma giulia o bianca o alice,

ma il mio libro si chiama teresa, forse perchè in principio era la tesi di dottorato,

o forse perchè “teresa ha gli occhi secchi, guarda verso il mare, per lei figlia di pirati penso che sia normale, teresa parla poco, ha labbra screpolate, mi indica l’amore perso a rimini d’estate… ”

 

e me lo hanno pubblicato.

e ieri, duemila telefonate, poi rottura delle acque, corsa ad aspettare il signor dhl all’università.

e poi sono arrivati i colli, che non erano 5 cani, ma 5 scatole.

ed è stato come a natale. o come a natale 15 anni fa. o come a un natale in un mondo parallelo o perpendicolare, con l’amore impacchettato.

come a natale l’attesa della mezzanotte.

ferma minuti immobili. con le forbici in mano. ma non ci riesco ad aprire la scatola. che la aprisse qualcun altro. no la apro io. solennità ridicola come il taglio della torta nuziale, che senso ha impugnare un coltello in due? lo sanno tutti che i coltelli ci si tirano a vicenda. e allora se mi sposassi la torta la prenderei con le mani e te la sbrodolerei addosso.

ma il mio tema è la scatola. aperta con il cuore in gola. con le gambe tremolanti e lo stomaco spappolato come un fegato.

e poi è lì, il parto della mia nuvola pesante e della mia nuvola pensante.

con il mio nomeecognome, e quellochevolevodirenerosubianco, garamondissimo….

e poi ho riso tutto il giorno, ma proprio tutto. e anche tutta la notte. finchè non mi sono addormentata.

 

e poi arriva santo stefano. che è oggi.

e chiamatemelo calo di tensione.

chiamatemelo che sto smettendo di fumare e sono nervosa.

chiamatemelo che voglio un tempo supplementare di baci o un goldengol.

ma è tutto il giorno che piango.

e sono ingovernabile come un paese indebitato con se stesso.

 

e ditemi che è normale,

ditemi che sono brava, che sono pazza e che sono tenera.

e soprattutto, ditemi che domani è un altro giorno.

 

mi sfogo, ma non affogo.

l’A.

 

ventitre gradi. uicchénd al sole.

ventitré gradi e se ti abbraccio non è perché sento freddo,

e quando vado sotto le lenzuola la mattina non è che mi dia fastidio la luce.

ventitré gradi per stare sul bordo della piscina solo con la camicia. e senza camicia e con la camicia e senza camicia.

ventitré gradi per avere il tempo di guardare il mondo che corre accanto alla moto, senza nascondere la testa. e senza parlare, quasi senza respirare, i-poddando, almeno quando non siamo in quinta (abbiamo una quinta?).

ventitré gradi e i calamari fitti rimangono calducci e li posso mangiare piano piano,

mentre mi chiedo se i calamari sono gli anelli di fidanzamento delle balene e ogni calamaro che mangio è un amore acquatico che finisce, ma è un pensiero che tengo per me,

mentre parliamo di quelle cose di cui parliamo quando ne parliamo, 

tipo l’innamoramento che diventa amore che diventa amore odio,

ma l’amore resta amore anche con la guerra, come i fiori restano fiori anche dentro ai cannoni,

ma possibile che non abbiamo altri vasi per mettere i fiori,

e altre armi per fare l’amore,

e quello che era facile diventa difficile e quello che doveva essere difficile diventa facile,

la necessaria incompatibilità, 

ventitrè gradi e se mi scende una lacrima evapora subito, meglio così che altrimenti non ne possiamo parlare e parliamo parliamo parliamo,

e io sono confusa come una trota salmonata che ha perso l’identità,

e vorrei solo averti appiccicato al tatto dei miei polpastrelli,

anzi vorrei che tu sapessi che vorrei averti appiccicato al tatto dei miei polpastrelli,

anzi, vorrei essere un polpo per appiccicarmi meglio,

anche sei i polpi per ammorbidirli vanno sbattuti e questo perché tutto è una metafora di qualcosa,

e stiamo ancora parlando,

delle cose che solo a pensarle mi fanno piangere, e delle cose che solo a pensarle mi fanno ridere,

tanto le lacrime me le dimentico sempre, come i bambini, è il durante che ci frega.

ventitrè gradi ma come si sta bene,

però urlano tutti.

ma che bello, se saremo vecchi insieme, 

potremo toglierci l’apparecchio acustico e parlare come due polpi.

 

la vida es un tango… capito-lo secondo

 

se c’è un ponte, lo attraverso.

se del caso, dopo, lo faccio saltare con una bomba di carta pane.

se c’è un ponte, non lo trascorro di sicuro alle terme. c’è tempo per bollire e la mia pelle è già morbida.

quindi, lo scorso ponte, lo abbiamo passato al tango festival.

4 giorni di stage e, soprattutto, 4 notti ballate dalle 11 piemme alle 4 aemme.

meglio delle terme. anche di un anno di psicoanalisi. e di un controllllaltcanc (o di mela Q).

 

mi sono trovata a ballare con un archeologo da sola davanti a duecento persone. tremavo come una foglia e ho perso un po’ di controtempi, ma vuoi mettere l’autostima?

ho ballato un tango che poteva essere il tango della mia vita. ma non l’ho detto a nessuno non ho cercato di ripeterlo e sono tornata al mio tavolo ostentando finta sicurezza (“hai ballato il tango della tua vita? allora non ballare più per questa notte”).

ho lasciato uno uno in mezzo alla pista perchè credeva di ballare la salsa, con me.

ho dovuto tenere i miei piedini a mollo nell’acqua calda e sale per 5 ore.

 

adesso ho fortissima questa frase, che nel tango, come nella vita, bisogna trovare il giusto equilibrio tra abbracciarsi troppo stretti e ballare troppo lontani.

[ma quando qualcosa ti fa impazzire, come si fa a non volerla stringere?]

 

poi ho nel naso un profumo umido di limoni, di cui, purtroppo per Voi, non posso parlare. a questo si è aggiunto un profumo di plastica e uva che è ancora più difficile da spiegare. chissà se lo capisce.

in bocca so di sangue e yogurt, perchè ho le labbra spaccate.

i polpastrelli hanno il senso di seta e camoscio.

davanti agli occhi non ho niente perchè il cuore mi scoppietta.

e, con causalità e casualità, il cuore mi va al ritmo di questo atipico tango di bregovic goran, featured da consoli carmen, focu di raggia.

per me, allo specchio:

 

“Dicevi ca 

L’amuri miu è galera

Ora si ‘ncatinatu ‘nta sti ranni vaji
Non fu pi dinaru
Ne’ pi dispettu
Focu di raggia a lu pettu
Raggia
Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è?
Fossi fossi pirchì
Avi la vesti stritta
Ca ci avvampa , maliritta!
Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è
Fossi fossi pirchì
‘nte minni ventu furria
e ‘ntra li cosci mavaria
Pinsannu a tia
Passu li me jurnati
Sula dintra stu lettu abbruciu ju
Lu cori to’ è marturiatu
È ‘ntrubbulatu
Idda ti ferma lu ciatu
Raggia…”

 

La vida es un tango, y hay que saberla bailar. Capitolo uno.

 

Lo pensavo stanotte, alle due e quaranta minuti primi, mentre ballavo Libertango, versione dei Quintettango, in una stanza nascosta di un teatro di campagna prestato ai riti delle milonghe.

E lo pensavo mentre fuori pioveva, perché marzo sarà anche pazzo, ma aprile è indemoniato perché nel duemilaotto ha perso la Pasqua, e tutti pensano al ponte del primo maggio che, questa volta, funziona di più.

Lo pensavo dopo mesi in cui l’allegria è stata quella dei naufragi, la felicità degli incoscienti, la paura aveva spazio, ma non ha avuto tempo. E neanche io per scrivere, perchè dovevo finire quello che dovevo finire e riprendere quello che avevo perso, quasi tutto, tranne quattro chili, ma per ingrassare (e per allontanarsi dal vento) c’è sempre modo.

Lo pensavo mentre pensavo a come votare, come scappare agli anatemi di quelli che non vogliono che il voto si disperda, eppure un sacco di cose si disperdono ogni giorno, dai fluidi più intimi alle cose non dette, passando dalle intenzioni e dalle buone maniere, e senza ritirare le ventimilalire perché anche il via si è perso.

Lo pensavo, appunto, mentre mi facevo portare.

Visto che nel tango è la donna che viene guardata e che alza le gambe e fa gli adorni, ma le sue rotazioni e rivoluzioni sono solo attorno all’uomo, ed è solo l’uomo che guida e decide.

Metafora dei ruoli, di marte e venere, apparentemente perduti, vedi sopra.

Lo pensavo perchè, nel tango, non si può parlare.

La donna deve tenere il suo asse, e farsi condurre, in un abbandono di obbedienza attiva.

E’ maschilista? Si.

 

E allora pensavo alla sensazione di avere un cuore in pugno.

Il cuore di un altro, intendo, e senza essere necessariamente cardiologi, ma con il presentimento, tanto forte da essere realtà, di poterne fare di tutto.

Perché quel cuore è stato consegnato, magari prestato o inquadrato in un co.co.co., in una relazione a progetto, ma non importa: nel momento della consegna, la precarietà dell’amore è tanto forte quanto irrilevante, e il termine se c’è, non si vede.

Solo questo pensavo, mentre camminavo all’indietro come neanche un gambero potrebbe, visto che non ha le gambe (e visto che non ha gambe, dovrebbe chiamarsi gambeNo, non gambeRo) e non può fare gli ochos.

Al potere di avere il cuore di un altro tra le mani e farne di tutto:

accarezzarlo, accartocciarlo, leccarlo, tagliuzzarlo, riscaldarlo, congelarlo, farlo vedere a tutti, metterlo in una scatola o in una campana di vetro, sotterrarlo, buttarlo, santificarlo come una festa, oppure – in un chiasmo di amore – infilarlo accanto o al posto del proprio.

E poi alla soggezione di chi il cuore lo ha dato, con effetti collaterali che dagli occhi si propagano alla lingua, allo stomaco, all’inmezzotralegambe, alle ginocchia, ai polpastrelli delle dita dei piedi.

 

E se il tango è una storia d’amore di tre minuti, se il tango è una metafora della vita,

cosa succede quando il ballerino riaccompagna la ballerina al tavolo, lasciandola ad aspettare un altro giro e un’altra corsa?

e che ne sarà dei nostri cuori affidati?

 

Questo pensavo.

E pensavo che non c’è soluzione,

ogni tanto, solo una soluzione di continuità che, malamente, è il contrario di quello che sembra.

 

NO TENGAN MIEDO:

LA COSA SE PONE OSCURA, PERO NUNCA DEJA DE SER DULCE.

[continua] 

[forse]

parole in prestito, galassie di timi f.

rumino con le mani dietro al giorno appena passato,
per cercare un chiodo a cui appenere la pelle e mettermi a dormire nuda,
con tutte le emozioni all’aria.
cerco di addormentarmi nella speranza, nel sogno, di non avere quella sensazione che tutto crolla intorno e non so più dove aggrapparmi.
il cielo?
non regge più nessun pianto, poveraccio.
la terra si sta sgonfiando di entusiasmo, quasi le gira la testa a forza di volare.
da quanti milioni di anni, povera bambina, cerchi il tuo amore e non lo trovi?
da troppi.
sei come me, non riesci a cambiare strada.
anch’io come te faccio sempre gli stessi errori di percorso e non riesco a uscirne.
per salvarmi dalla mia vita dovrei saltarne fuori,
ma come fa un pianeta a saltare fuori dalla propria orbita e a darsi la possibilità di una nuova galassia?
ti giro intorno, amore, e non ti raggiungo mai,
ma almeno so che ci sei, anche se brucio a starti vicino.
poveracci quelli che neppure lo vedono questo sole e gli girano intorno,
caproni convinti di poterlo un giorno toccare senza bruciarsi le mani.
ma quelli non moriranno con l’amore nel cuore, sfiniti di desiderio,
e neppure sapranno mai che cosa significa soffrire ed essere felici.
perchè non bisogna essere felici per conoscere la felicità.
sapere che l’amore c’è rende impossibile la sofferenza,
questo è il punto da dove andare a calcolare l’infinito soffrire dell’amore.
perchè io, quando ti dico che ti amo lo so che mi brucerò
e sarei stupida se non pensassi questo,
significherebbe che tu non sei vero amore.
il lasciarsi devastare è l’unica via d’amore concessa alle donne.
ti tengo dove stai,
al centro delle mie perplessità,
al centro della mia miopia,
al centro del mio dolore,
ma è dove devi stare.
mi brucerò di stanchezza forse.

si possono addomesticare i salti nella notte?

se è possibile portare con sé un poco di marjuana per uso personale,
forse è possibile anche usare il blog per fini personali.
vero è che il blog è in sè personale,
solo che alcuni messaggi sono più personali di altri.
come i maiali di orwell.

oppure
come le amache.
come i cappelli da baseball sui capelli bagnati.
come i panini con lo speck avvolticciolati nello domopack, portati al mare con la coca light
(anche se adesso dobbiamo tutti ricordarci di lavarla col sapone, prima)
come un giornale, due giornali o centomila sulla spiaggia dello zanzibar.
come gli accappatoi degli alberghi.
come i ristoranti sbagliati per colpa delle guide.
come le macchine più vecchie di noi.
come i bioritmi diversi che si accoppiano, si accoppano, si accoppiano.
come le caffettiere la mattina.
come le panchine.
come le lacrime e come i sorrisi.
come occupare più della metà di un letto.
come sbattere le porte.
come quando basta un dito.

come tutte le volte che ci facciamo bene.
come tutte le volte che ci facciamo male,
come tutte le volte che ci facciamo male pensando di farci bene,
come tutte le volte che ci facciamo bene pensando di farci male.
come tutte le volte che si parte.
come tutte le volte che si torna.

come tutte le onde per cui il mare non si ripete mai.
(anche se non tutte le ciambelle riescono col buco)

alla solita fiera delle banalità,
uno mi ha detto che l’amore è un regalo.
arriva.
poi bisogna trovare il modo di averne cura.

duchamp, l’attesa del bagno come oggetto del desiderio.

sabato notte, due e trenta (o l’una e trenta, stupida ora solare).

“Signorina, posso chiederLe il Suo numero di telefono?”

“Mi dispiace, sono impegnata”

“Non importa, anche i bagni sono occupati,
però prima o poi si liberano”.

tema: lust for life

ogni tanto mi ricredo come un camaleonte.
[non è propriamente cambiare idea e ammettere di avere avuto torto,
piuttosto i torti e ritorti della storia].
tipo i leggins, che sarebbero la rivisitazione ramarra e tamarra dei fuseaux.
è stato necessario passare dagli anni ottanta agli anni novanta per liberarsi dei fuseaux
(e delle spalline sotto le magliette),
e sono tornati, orribili specie sopra le decolletes.
epperò, con gli stivali bassi, e un maglione lungo, hanno un loro perchè.
tipo la matita sopra la palpebra mobile degli occhi, che non ci piace.
però, sfumata con un pennello diagonale
[come se un lettore medio avesse contezza di un pennello diagonale],
dà un effetto smoked eyes che i più trovano irresistibile.

……. guarda questa, cioè io, che torna sul blog dopo cotanto spazio tempo, come se nulla fosse.
……………e guarda questa, cioè io, che sta scrivendo tutto di un fiato (o tutto di un dito?), senza avere neanche l’intenzione di rileggersi (ma che arrogante), prima di fare click su “pubblica”, dopo essere tornata dal concerto di magoni petra che ha cantato i pink floyd al festival della creatività, solo perchè si sente un pò più creativa o creatina.
…….. vi sono mancata? vi siete toccati (la mente) pensando a me, mentre io non c’ero?
…….. guarda questa, cioè io, come se negli anni di oggi una battuta volgare potesse essere in qualsiasi modo seducente.

ma dopo due mesi, quasi tre, che uno non scrive come fa a ricominciare a scrivere?

alla scuola media,
tema,
quando non sai non so non sapevo cosa scrivere
e hai e ho e avevo una certa qual reputazione secchioncella da difendere, altro che difendersi dalla carie, altro che difendersi dalle ciuingomme,
esistevano due piani.
piano a): frase multiuso, poliedrica e poliammidica: nessun uomo è un’isola.
piano b) ………………………..[noi amiamo avere un piano b]:
cercare sul vocabolario della lingua italiana zanichelli zingarelli una parola del titolo (ad esempio: democrazia, discriminazioni, guerra).

il fatto è
(che il gatto è matto, ma indubbiamente è accattivante?)
il fatto è che il piano b) funziona se qualcuno ti dà un titolo.
se, invece, il titolo te lo devi dartelo tu medesimo/a da solo
(solo e pensoso, solitario e solipsista in questa valle di lacrime e di calende greche)
il piano b) è affetto da una petizione di principio,
un vizio che è il figlio dell’ozio, il nonno del silenzio.

il mio titolo, però, è lust for life, imprestato da iggy pop,
che va in barba al silenzio, all’ozio, e al vizio
……………………………………. [è propio sicura, questa qui, di andare in barba al vizio, o mente sapendo di mentire?].
………………………………………….. “Well, Im just a modern guy
………………………………………….. Of course, Ive had it in my ear before
………………………………………….. Well, Ive a lust for life (lust for life)
…………………………………………..cause of a lust for life (lust for life, oooo)
…………………………………………..I got a lust for life (oooo)
…………………………………………..Got a lust for life (oooo)
…………………………………………..Oh, a lust for life (oooo)
…………………………………………..Oh, a lust for life (oooo)
…………………………………………..A lust for life (oooo)
…………………………………………..I got a lust for life (oooo)
…………………………………………..Got a lust for life”.

lust: avidità, brama, concupiscenza, cupidigia, desiderio, libidine, lussuria, voglia, voluttà.
(ci piace soprattutto sottoporVi: LUST AFTER, concupire; e LUST FOR, bramare ardentemente).

tutto questo per dire che.
non è vero che gli ormoni si svegliano in primavera.
io mi sono svegliata a metà settembre.

sono sempre in periodo transeUnto di olio e difficile.
un pochetto come le storie a bivi di topolino,
ove la testa mi dice di qua, e il cuore di là,
poi si scambiano anche le parti,
il cuore di qua e la testa di là,
poi quando riescono a mettersi d’accordo,
mi cambia idea lo stomaco.

anche peggio:
sono un foglio strappato in due pezzi che non combaciano,
perchè tre millimetri di carta sono andati persi
tra i soliti bastioni di orione,
le solite lacrime nella pioggia,
i soliti loop di cervello spappolato
(scusate se ho messo i miei loop accanto a blade runner).

ma tutto questo non importa.
perchè sono felice nonostante un bel tutto.
perchè la tristezza non paga, mai.
cammino, di nuovo, e sento la voce narrante che parla di me,
occhi a due a due che mi guardano,
certo non tutti, diciamo uno su tre? due su sei? quattro su dodici quando hanno gli occhiali?
faccio cose che non è da me,
salvo poi realizzare che è molto da me fare cose che non sono da me
(ad esempio, guardare la tivi facendo l’orlo ai pantaloni. tre paia. sei gambe. col filo di colore sbagliato).
ballo un sacco di tango e mi sento come una principessa travestita da losca,
oppure una losca travestita da principessa, forse è lo stesso.
gioco a scacchi col computer e ho un rating altissimo, il mio nickname è nerodavola, giusto per sembrare un maschio.
ho un piccolo sistema con l’entropia che cresce in misura esponenziale,
ma qui dentro siamo tutti proprio contenti di non capire niente.

si può essere felici, quando è buio e fuori piove?
si.

questo tema non lo consegno,
vale solo a superare l’imbarazzo che è da tanto che non scrivo.
dalla prossima volta tornano il DISordine e la DISciplina.

love,
chiara.

pensiero più lungo di un bacio (perugina).

“Certo,
eravamo giovani,
eravamo arroganti,
eravamo ridicoli,
eravamo eccessivi,
eravamo avventati,
eravamo sciocchi.
Ma avevamo ragione”.

Abbie Hoffman

outing. torno a settembre.

io mi rileggo per sapere come sto.
ultimamente mi rileggevo e vedevo che non stavo troppo bene. (gli imperfetti lo dimostrano).
cosa fu?
le contingenze?
le contingenze dell’amore o le contingenze dell’umore?
l’estrinseco o l’intrinseco? l’immanente o il trascendente?

non sappiamo.
sappiamo che all’incirca dall’undici al quindici luglio duemilasette sono crollata e sono tracollata.
e non è stato più quel motivo o quell’altro.
il libro e l’università e l’amore e quelli che mi mancano.
no no no no no.

è stato che ho cominciato a piangere e non ho smesso per 5 giorni.
è stato che era tutto buio.
e che anche quando era buio davvero non riuscivo a dormire.
è stato che mi sentivo persa e mi sentivo sola.
è stato che mi sentivo che non sarei più stata felice.
è stato che non pensavo più che sono fortunata anzi fortunatissima.
è stato che non credevo più alla happy end.
è stato che ho fatto pensieri lontani da me,
è stato che più che mi allontanavo da me, più mi allontanavo da me.
è stato che più perdevo il controllo, più perdevo il controllo.
è stato che non mi piacevo più. ma davvero più.
è stato che mi facevo tenerezza da sola, ma mi vergognavo anche.
è stato che plutone aveva vinto, e io non ero stata pronta e brava.
è stato che mi svegliavo piangendo, e se fossi riuscita a dormire mi sarei addormentata piangendo.
ma non dormivo, piangevo e basta.

non lo so se questi cinque giorni bastano a classificarmi in qualche modo patologico o psicolabile. (bisognerebbe chiederlo a zarrillo michele).
forse qualcuno si soffermerebbe sui fattori scatenanti e direbbe che sono sufficienti e non sono matta, o almeno matta in senso matto.

però domenica pomeriggio, all’improvviso, ho smesso di piangere.
e tutto è tornato luminoso e lucido.
sarebbe stato bello girarci un libro, su quella scena.

forse sono stati i saldi, a farmi guarire.
forse sono stati i concerti sui quali mi sono catafiondata
(mario biondi e franco battiato e francesco de gregori e il firenze wave e ginevra de marco che ha cantato la malarazza al piazzale).
forse è stato harry potter film numero cinque, che fa l’Expecto patronum, un incantesimo per combattere i Dissennatori, esseri che risucchiano la felicità altrui, e lo fa evocando un pensiero particolarmente felice.
forse è stata claudia, che mi ha fatto un whisky distillando fiori.
forse è stato l’Amore, che resta sveglio anche se è tardi e piove.

Adesso mi sono chiarizzata.
Ho un poco di paura di avere di nuovo paura.
Ma so che non succederà più.
Perchè non c’è più tempo per avere paura e per piangere,
è solo tempo di turbinio e voglia.
alla fiera delle banalità dicono che la vita è una e corre, che c’è una specie di diritto ad una specie di felicità.
alla fiera delle banalità ho comprato un numero della lotteria, e sarà quello giusto.

Adesso voglio solo ridere nuotare leggere e dormire.
E appena sarò più sicura di non avere ricadute (che dice siano peggio) approfittero di questa luce per fare un po’ di ordine.

Così domani all’alba parto.
Ci saranno altre puntate, prima o poi.

Intanto torno a settembre, come ebbe a dire celentano adriano (riscoperto dal buon borzì)
che qui copioincollo,
piccolo cadò (ma senza farsi male).

un caro saluto.

“Io nell’amore faccio due cose spengo la luce e amo le rose
e se ti lascio aspettami sempre
male che vada torno a settembre
Perché chi ama non fugge mai
in fondo all’anima mi troverai
morire o vivere io son così
prima ti lascio po’ dico, sì.
Settembre va con le mie scuse
ma la mia vita è amare le rose
e se ti lascio aspettami sempre
male che vada torno a settembre.
Morire o vivere io son così prima ti lascio po’ dico, sì.
E’ quasi l’alba chiudi la porta
non arrossire
e se mi lasci aspetterò sempre
male che vada torni a settembre”.

scary world theory.

ci sono tre modi per vedere le insegne dei bar sfuocate in una tiepida sera di mezza estate.
il primo è essere miopi. che ha la sua utilità, specie perchè cuore non duole.
il secondo è essere lontani. che si riallaccia alla miopia, laddove lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
il terzo è avere gli occhi pieni di lacrime.
il terzo è avere gli occhi pieni di lacrime.
(quando non si tratta del brillare naturale dei miei occhi).
il terzo è avere gli occhi pieni di lacrime.

visto che non sapete chi sono,
nè forse lo so io, a dispetto di socrate e dell’oracolo di delfi, Γνωθι Σαυτόν,
potete fare finta che io sia una digeiessa,
con la voce eroticamente bassa,
per le sigarette o perchè ieri ho urlato tutta la notte contro un microfono,
o perchè ho gridato dentro,
comunque i nodi alla gola hanno una ragione che la ragione non conosce.

fate finta che da una radio di provincia del sud,
mantenuta al più da improbabili pubblicità di materassi di lattice,
sintesi senza dialettica di una morbidurezza utopica,

fate finta che dai miei 122 femmina fm
balbetti e gorgeggi insensatezze senza troppi aggettivi
e metta questa
SCARY WORLD THEORY, dei Lali Puna,
accidentale colonna sonora delle Conseguenze dell’amore
e accidentalmente drummembasso la citazione:
“Sedermi a questo bancone è forse la cosa più pericolosa che abbia fatto in tutta la mia vita”.

fate finta.
anche io faccio finta, che in una visione escatologica, andrà tutto bene,
o almeno andrà dove deve andare.

e copioincolloleggo la lyric,
con particolare riguardo ai cookie monster afffianco del mio letto:

“I’ve never said you’ll have to
be afraid
of the cookie monster
beside your bed

It’s not the real
The real one’s in your head
Beyond control
The true one cuts you dead

It’s a real fight
It’s a war

When destruction takes over
There is no escape
Every shot on target
Perpetrator knows how to strike”

Chiaracaibo.

maracaibo, mare forza nove, fuggire si ma dove? zà zà.

sono stata una settimana una in sicilandia.
anzi, come si dice dalle nostre parti, sfidando rotazione, rivoluzione terrestre e forza di gravità, sono scesa.

ho dormito per la prima volta nel mio nuovo bilocale.
avere di nuovo una casa nel posto che si sente come casa,
è come riuscire a incollare tutti i pezzi di un guscio,
lasciare una piccola porta e impulcinarsi di nuovo.

ho fatto il bagno sotto la luna.
mi sono annerita con i raggi uva,
e mi sono ubriacata di succhi di uva.
ho ricominciato a parlare come yoda. tornata sono. chiara sono. bella sono.

tra gli altri (…),
sono stata avvicinata da un diciottenne che quasi quasi quasi potrebbe essere mio figlio,
da un matto di paese che sforna settecento chili di pane al giorno e che piacerebbe a de andrè fabrizio,
da un poliziotto border line che ama mettersi in malattia per non lavorare.

ho fatto le cinque. e cinque dieci. e cinque quindici.
mi sono commossa di panelle.
ho ballato maracaibo davanti alle saline.

e ho fatto la più bella danza del cuore.
la cuginanza è una danza, che silvestri daniele non ha capito abbastanza.
perchè io sono figlia unica,
ma ho un parterre di cugine che neanche in una sagRa di tolkien.
le mie cugine assortite sono venute a prendermi a palermo con un cartello con su scritto cugina chiara.
cugina giorgia è mia sorella:
ed è talmente pulita e solare,
che quando canto con lei le canzoni anni sessanta in macchina vagando per spiaggie e cornetti, faccio un control alt canc che mi riavvia alla felicità.

Dice Gaetano Savatteri, nei Siciliani,
che ci si accorge di essere siciliani solo quando si esce dall’isola (CU NESCI, ARRINESCI).
E i siciliani sono di scoglio o di mare aperto.
Di scoglio sono quelli che, una volta lasciata l’isola, già al secondo giorno hanno una crisi e il terzo giorno decidono di tornare.
Di mare aperto sono “quelli che fanno della loro sicilitudine una specie di patrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa.
In Sicilia ci tornano perchè sta loro nel cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte”.

dice che io sono una siciliana di mare aperto.

Dio, o quantomeno Nettuno solo sa quanto, in questo attimo,
io vorrei essere una cozza.

senza perdere lo smalto.

l’estate sta finendo
oppure
l’estate ha cambiato idea
oppure
aspetto l’estate.
intanto piove.

in spite of that, i miei due piedi ormai sono nel mood sandalini.
quando ero piccola, fase A, al mare mi piacevano le donne con lo smalto rosso nelle (o sulle) dita dei piedi: erano piedi allegri.
quando ero meno piccola, fase B, lo smalto rosso mi sembrava di pessimo gusto (oppure roba da elefanti che si nascondono dietro un cespuglio di fragole).
quando ero ancora meno piccola, fase C, questo pomeriggio, mi sembra impossibile non mettere lo smalto rosso, nelle (o sulle) dita dei piedi.
non rosso scuro, marrone, bordeaux o, per cortesia, viola o malva.
solamente rosso, anzi, per dover di cronaca, RUSSIAN RED.

ho sentito di un posto, in asia, dove la caduta dello smalto sulle unghie è una meditazione zen.
di un altro, in nord america, dove la deposizione dello smalto è usata come antidepressivo.
ovviamente me lo sono inventato.
ma funziona.

dieci diti (dita), ringraziando il good God (la mia mamma in effetti appena sono nata si è sincerata del numero esatto dei miei diti, mani e piedi),
dieci diti (dita), dieci piccoli pensieri.

ALLUCE SINISTRO
chissà perchè i diti (dita) dei piedi hanno nomi diversi rispetto a quelli delle mani.
alluce in particolare è un nome proprio brutto. è un nome grasso.
meglio allure (che fa rima con pedicur, peraltro).

SECONDO DITO SINISTRO
chissà perchè i diti (dita) dei piedi hanno nomi diversi.
posto che hanno nomi diversi dalle mani, per qualche mistero epistemologico o etimologico,
perchè (tranne l’alluRe) hanno dei numeri e non dei nomi?
quasi fossere galeotti. paura che scappino? e se non scappano loro, chi scappa di me?

TERZO DITO SINISTRO
smetto di pensare ai nomi dei diti (dita) dei piedi.
non ci riesco.
perchè non usare i nomi di dieci piccoli indiani?
dei dieci nani?
di dieci cocktail?
di dieci santi?
adesso che il mio terzo dito è dipinto di rosso, mi piacerebbe usarlo come un MEDIO e mandare qualcuno a quel paese (o somewhere, over the rainbow).

QUARTO DITO SINISTRO
non sopporto quelli che mettono gli anelli negli anulari dei piedi.
non sopporto gli uomini sposati che non mettono la fede perrchè gli dà fastidio.
non sopporto le donne sposate che mettono la fede a giorni alterni, quasi fossero targhe.

QUINTO DITO SINISTRO
la piccolezza del mio mignolo mi emoziona troppo.
mi sembra l’ultima ruota del mio ultimo carro.
eppure se non ci fossi tu, sarebbe tutto diverso.
scusa, per tutte le volte che hai sopportato le scarpe strette.

ALLURE DESTRO
il mio allure destro lo trovo veramente dispotico.
sono quasi sicura che se potesse, voterebbe a destra.
due passate di smalto rosso. e vediamo chi comanda.

SECONDO DITO DESTRO
Chi ha il secondo dito del piede sinistro più lungo dell’alluce, spesso è sofferente di cuore, vive in modo iperattivo, con emotività, ama vestire di colori scuri e nel cibo preferisce i sapori amari.
Non è il mio caso.
La lunghezza dei miei diti è armoniosa come una partitura di Bach.

TERZO DITO DESTRO
come ci si innamora? si cade, si inciampa o si vola?
come me ne accorgo? me accorgo perchè è un pensiero ricorrente e totalizzante.
quando sbuccio una pesca, quando mi allaccio le scarpe.
e io mi allaccio le scarpe continuamente, per la ragione che non le so allacciare e mi si slacciano continuamente. anche le ballerine.
i miei due piedi adorano le ballerine.
ma non si vede più lo smalto.

QUARTO DITO DESTRO
e come ci si disinnamora? si cade, si inciampa o si vola (via)?
come me ne accorgo? me ne accorgo perchè smette di essere un pensiero ricorrente e totalizzante?
è la cosa più terrorizzante dello spazio cosmo, comunque.
più dei ragni giganti dell’Askansas, la cui capitale è little rock.
ammesso che in arkansas ci siano ragni giganti.
e ammesso che il nostro è un momento punk, senza bestie.

QUINTO DITO DESTRO
il mio mignolo destro corrisponde ai miei spiriti infantili.
me l’ha detto il mio agopuntore riflessuologo di Hokkaidō.
non è vero.
me lo sento.
il mio mignolo destro vorrebbe vivere in un’isola felice. o almeno in un’isola emotiva.
non in mezzo al mare.
il mio mignolo destro crede che l’amore sia un’isola, e se non si sente naufrago soffre.
anche io.

per questo i miei diti dei piedi sono nel blu dipinto di rosso.
non ci resta, a noi undici, di aspettare che asciughi.
e volare, o-o.

riassunto delle puntate precedenti: 1000 dollari sul rosso.

“Chi sono
dove sono
quando sono assente di me?
da dove vengo
dove vado oh
Chan-son egocentrique
self centred song”
(F.B.)
Chi sono dove sono quando sono assente dal blog?

Ecco cosa è successo:
sto finendo di scrivere un libro.
non è un romanzo rosa. nè giallo. nè blu.
è un libro di diritto. sul diritto ai diritti.
questo non mi ha impedito di citare de andrè ed exupéry.
ma ho fatto tante e tali nottate, e scenate di isterismo individuale e collettivo,
e occhi e dita e cervelli e animo bruciacchiavano
che non ci sono riuscita, ad essere qui.

però questo mese uno dei mesipiùbruttidellamiavitaamomentialmeno
ha prodotto anche dei chiarapensieri.

CHIARAPENSIERO NUMERO UNO
se incontrassi un mio polmone in mezzo alla strada, lo riconoscerei come mio?
e se incontrassi i miei piedi senza di me, li riconoscerei come mie pertinenze?
e come potrei distinguermi da una mia sosia, da sola?

CHIARAPENSIERO NUMERO DUE
quando passano le ambulanze mi viene davvero da piangere.
penso ai miei cari. penso a quelli che non mi sono cari però. e penso ai cari di quelli che non mi sono cari e a come si sentono.
non possono essere sempre acque che si rompono.
quando le file di macchine si aprono come il mar rosso mi emoziono sempre un po’.
quando i furbi si mettono dietro alle ambulanze mi arrabbio un po’. (a meno che non siano parenti).
vorrei che il traffico rimanesse fermo, però, per tre minuti. per raccogliere un po’ di speranza cosmica.

CHIARAPENSIERO NUMERO TRE
Biancaneve è meglio di Cenerentola.
L’ho capito leggendo Barthelme (su minimum fax).
Lei che vive in una comune facendo sesso con sette nani che lavano i vetri dei palazzi.
La cattiva che cerca di avvelenarla con una vodka tonic.
Vorrei un vestito da Biancaneve. Senza aspettare carnevale. Per metterlo.

CHIARAPENSIERO NUMERO QUATTRO
I gelati microscopici sono molto graziosi.
Ed è diverente portarli a tavola dopo una cena con una certa indifferenza.
Ma il loro potenziale calorico non è più basso di un gelato normale, se ne mangio due barra tre.

CHIARAPENSIERO NUMERO CINQUE
Momentaneamente sono serena.
Nondimeno, ho deciso di anticipare la crisi dei trent’anni a partire dal 22 giugno di quest’anno.
Mi avvantaggio, e quando si concluderà la guerra (dei trent’anni) avrò risolto tutto, e non romperò le scatole a nessuno, soprattutto a me.
Tra dieci giorni faccio i miei bilanci.
Butto un po’ di cose. Altre le ripulisco per bene.
Mi faccio un riassunto delle puntate precedenti.
E sarò pronta per fare il mio gioco.

BEWARE.

forse. do re mi fa sol la.

spesse volte
(spesse volte non si può dire, dice un mio amico, o il mio vero amico,
perchè diventano volte architettonicamente spesse, cioè consistenti,
e non volte ad alta frequenza,
per le quali, piuttosto, devesi usare l’avverbio
“spesso”)

il vino non è la risposta.
è il vino è una domanda.
e la risposta
(quando non sta blowing ando in the wind, my friend)
il vino è una domanda
e
la risposta è
si.

sono ubriaca.
e penso solo in “si”.

lasciami di stucco.

sono ogni canzone che ascolto
(SembrO un angelo caduto dal cielo, ComE SONO vestita quando entra il saxofono blu
Ma MI annoiO appoggiata allo specchio Tra fanatici in pelle che MI scrutano senza poesia
Sto perdendo stO perdendo stO perdendo stO perdendo
Sto perdendo stO perdendo stO perdendo stO perdendo tempo
Una sera incontrAI un ragazzo gentile,
Lui quella sera era un lampo e guardarlo era come uno shock)

sono anche ogni paio di jeans che ho addosso
e sono l’ombretto del colore che ho sulle palpebre

sono la spesa che faccio al supermercato
(anche quando clicco il pomodoro)

sono ogni libro che è sul comodino (che è una sedia che funge da comodino, perchè mi piace mangiare a letto, anche se attorno al tavolo non ci sono abat jour),
ed è causale o casuale che sia “la donna giusta” di Sándor Márai
(e se la donna giusta non esiste, che ne sarà di me quando arrivo a pagina fine?)

sono ogni film che ho visto ieri,
mio fratello è figlio unico (e io sono figlia unica, sono la mia sorella grande e anche la mia sorella piccola. sono anche la mia sorella gemella. etrozigota, con le gote grandi grandi).

sono anche il rossore di un dolce stilnovo
(anche se è un dolce senza cioccolato, e anche se mi basta un giorno di mare per essere a-chiara, dove a è privativo).

la felicità stucca,
ma lo stucco tappa i buchi.

sincronicità.

la sincronicità è la “connessione a-causale fra stati psichici ed eventi oggettivi”
(C.G.Jung, La sincronicità, 1930).

mi è finito il fard, e mi gira la testa.
ti penso, e mi telefoni.
sono una idiota emotiva, e ho venere nel sagittario.

rosa, rosae: e ho perso la bussola.

ho preso una congestione. mi si è bloccato il tempo.

posso giocare i miei dubbi alla roulette.

metto la pallina sulla rosa dei venti, e aspetto che soffino.

Postilla:

“In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose”.

Dino campana, per Sibilla.

le trasmissioni riprenderanno, anche se non sono state sospese.

qua sono, come dicono le oche.

in sicilandia, dove non volano le aquile (ma tramano filari di vigne e di spine),

e dove la primavera non ha bisogno delle rondini.

stiamo sistemando una casetta:

se avessi studiato archiTettura il mio anagramma avrebbe più senso, avrei le tette più grosse e adesso saprei come muovermi.

ma c’è un muratore che si fa chiamare ancora mastro,

un ingegnere che forse ingegnere non è mai stato,

e mi sono assuefatta all’odore di calce umida di mare,

al respiro della polvere,

al sapore dei mattoni sconnessi.

non riesco a scegliere i colori. deciderà la luce, che tanto decide sempre per la luce.

La PasQua è una buona squsa per cercare qual è il mio qua.

E io qua sono.

CasaLingue disperate. dialogo tipo n. 2.

PROLOGO: Un qualsiasi momento. Lei torna a casa di corsa. Le scappa la doppia pi. Non si accorge che la tavoletta del wc è alzata. Scivola malamente.

DIALOGO:
Lei: non è che le donne rompono le scatole con la storia della tavolozza alzata per il gusto di rompere le scatole.
Lui: ah no???!!!???
Lei: no. è che siccome le donne fanno la doppia pi al contrario se non si accorgono che è alzata cadono di sotto.
Lui: (variante A): preferisci che io la faccia con il coperchio chiuso?
(variante B): preferisci che io schizzetti tutta la tavoletta?
(variante C): non sono stato io.

EPILOGO POCO HAPPYLOGO: …..

ps. ogni riferimento a fatti persone cose animali esistenti, racconti di amiche, lettera o testamento, dire fare baciare, è puramente casuale (o causale?)

CasaLingue disperate. dialogo tipo n. 1.

PROLOGO: Domenica mattina. Lei sta sbrinando il freezer e pulendo il frigorifero.

DIALOGO.
Lei: nel frattempo mi leggi il giornale?
Lui: no.
Lei: mi racconti una storia?
Lui: no.
Lei: mi dici almeno che sono brava?
Lui: tanto lo so che ti diverti a farlo.

EPILOGO poco HAPPYLOGO: ……..

ps. ogni riferimento a fatti persone cose animali esistenti, racconti di amiche, lettera o testamento, dire fare baciare, è puramente casuale (o causale?)

ho voglia di te. ogni scamarcio è bello a mamma (and) so’…

anche il diamante Cullinan, con i suoi 3106 carati, viene dal carbonio.
anche le chiare più pure, con i loro 3106 chiarati, vengono dall’acqua.
ed è per questo che anche la chiara ha bisogno di pensieri semplici.
non solo per avere la pelle splendida, ma perchè i pensieri semplici alla fine fanno bene al cuore.
così, senza paura di ridurre di mille punti il suo q.i. (che, peraltro perlato, peraltro prelato, tende all’infinito, e quindi it doesn’t care di perdere mille punti),
è andata a vedere ho voglia di te.

spettacolo molto tardo, infrasettimanale, dribblando le adolescenti sospiranti ad ogni scamarcio.
compagnia amichetta cara molto cara. certe cose vanno fatte con le amiche o non vanno fatte.
nessun maschio avrebbe acconsentito, peraltro.
la prova provata è che tutti i maschi in sala sono stati centodieci minuti con il cellulare in mano, quelli grandi.
quelli piccoli erano avviluppati in pomiciate focose con le loro bimbe camomille, utilizzando l’effetto indotto scamarcio.
compagnia di secondo grado, ovetti al cioccolato winnie pooh. su un substrato di prosecco pregresso.
(certe cose o si fanno bene o non si fanno).

e il film?
certo non è l’amore di auteil in la ragazza sul ponte,
e neanche di bogart in casablanca.
è l’amore della generazione y, di istinto e di sbagli e di ripicche.
è l’amore che trionfa a modo suo.
dal quale si passa per forza, con le mani sotto le magliette e l’entusiasmo da primo appuntamento.
con la dolcezza delle paure e l’onnipotenza dell’incoscienza.
è quella cosa che la generazione troppo giovane per essere x
e troppo grande per essere y
porta dentro
illudendosi di ripeterla,
che i corsi i ricorsi e le rincorse di vichiana memoria valessero anche per le emozioni postadolescenti.

lasciatecelo vedercelo.
lasciateci piangere.
lasciateci volere un pochino anche noi una scritta su un muro, vandala si vandala.
lasciateci la voglia di superga e cinture camomilla.
lasciateci tenere la foto dei bambini che si baciano e un pò di tenerezza all’ingrosso.
e lasciateci anche ascoltare ti scatterò una foto di ferro tiziano, iron tiz.

solo per oggi.
domani sarà un altro giorno,
comprerò il sole 24 ore e ascolterò i concerti brandeburghesi.
domani.
dopodomani al massimo….

Chiambero Rosso II: Portovenere, Iseo.

Come ci si innamora?
Forse è una immagine che si attacca dentro.
Come un post it, all’inizio, per chi si è stancato dei colpi della strega e confida nei colpi di fulmine.
Delle volte, una su ogni quante non lo so, dipende da come è messa Venere,
quella immagine diventa più salda e più ferma, per un processo che sembra irresistibile e irrevocabile.

Ma la colla del colpo di fulmine dura poco,
e si aggiungono delle puntine, una dopo l’altra,
a tenere ferma l’immagine nel cuore, nello stomaco, nella mente o tra le gambe (ognuno localizza l’amore dove crede).
Tante puntine da disegno, una dopo l’altra.
I più impulsivi (o i più spaventati, ma a volte anche la paura è una misura)
useranno dei chiodini;
chi c’è già passato, e non ha più voglia di investire troppo, farà bastare dei chiodini arrugginiti.
Gli ossessivi e i compulsivi cercheranno di usare il trapano.
I fatalisti e i volubili spereranno nella colla lieve del primo post it.

Io sono per le puntine da disegno.
Colorate.
Ognuna per ogni momento.
Ne bastano quattro, una per ogni angolo,
o di più.
Il perimetro di ogni immagine è infinito,
e tra due punti c’è sempre spazio (lo dicono tutte le tartarughe in fuga da achille) per un attimo:
di occhi, di naso, di bocca, di mani, di orecchi
(ognuno vive le emozioni da dove crede).

Io una puntina per attaccarmi una immagine dentro
l’ho usata a portovenere, molte lune fa.

Ed è qui che, senza grande richiesta, si ambienta la seconda puntata ufficiale della nostra rubrica gastronomica.

Portovenere ha tutti gli ingredienti del posto romantico.
Ci sono le casette a nido d’aquila, strette strette.
tante piccole teste con i fazzoletti colorati che si sporgono da una finestra troppo piccola per contenerle tutte.
o tanti occhi che si stringono per entrare in una fotografia. O in una cartolina,
che passando di là hai l’impressione di essere dentro una cartolina,
con l’istinto correlato di sistemare i capelli, gli occhiali, l’orlo della gonna.
C’è il mare.
E le anse sul mare.
E le ansie da mare e le ansie d’amare.
E l’isola lì davanti, sul mare.
E c’è la chiesa a picco, sul mare.
E i gozzi, e gli alberi delle barche, e gli scogli, e gli amanti nascosti tra gli scogli, sul mare.
E ancora mare, dietro l’angolo, col senso dell’ignoto sul collo, tra i baci e il vento.

E sotto i balconi, c’è questo posto, Iseo.
Non è nascosto per niente, putroppo per le guide turistiche.
E’ un posto dove ci si ferma d’istinto e di naso.
Pietre e vetri, e i tavoli fuori, dove il mare arreda.

Capita avere un accompagnatore attento che solleva dall’onere di scegliere cosa mangiare,
e che solleva dall’onere di staccare gli occhi da tanti e tali gradi di blu per incollarli sulle carte del mangio.
l’accompagnatore attento avrebbe ordinato di dolce autorità
tutti gli antipasti del mondo
con particolare attenzione alle frittelle di baccalà
e gli spaghetti allo scoglio
che nonostante personali idiotesincrasie per la pasta lunga, sanno davvero di scoglio.
l’accompagnatore attento avrebbe anche ordinato un vermentino colli di luni
(o almeno così ci pare, per noi fanciulle sensibili al vino non è facile ricordare proprio tutto).
L’accompagnatore attento, credo, vi consiglierebbe queste cose.
Io, il menù, non ho avuto il tempo di aprirlo.
E il posto, o il pesce, o il vino, o l’accompagnatore attento
potrebbero raccontare tanti e tali sogni,
che non sarebbe più possibile decidere dove stavano tutti quegli attimi
lungo il sentiero che “dal finto di amor conduce al vero”.

Sono tornata da quelle parti, perchè mi ricordavo di avere piantato una puntina
da quel posto, dentro di me.

Perchè le puntine, dopo tante e tante lune, cadono.
E bisogna ricordare e ripensare.
Le puntine cadono.

Ma ci sono immagini che restano
(delle volte, una ogni quante non lo so, dipende da dove avete il sole o giove, o il cuore)
e non hanno più bisogno di colle e di puntine,
perchè stanno su da sole
e ogni attimo, in fondo, è una puntina.

cinque ragioni perchè una ragazza oggi può comprare cinque bulbi di tulipani gialli.

cinque ragioni perchè una ragazza oggi ha comprato cinque bulbi di tulipani gialli.
(a parte che a lei piacciono i titoli lunghi)

uno, perchè è il nove tre sette, che viene dopo l’otto tre sette. (poteva giocare con le carte da scopa, oppure giocarseli al lotto, oppure andare al mercato).
due, perchè i tulipani sono puliti.
tre, perchè magari lei ha fatto l’erasmus in olanda.
quattro, perchè tu, li pani. io, il pane.
cinque, perchè se facesse la di gei, mescolerebbe le canzoni per parole, per profumi e per colori.

e oggi voleva mescolare due canzoni di de gregori francesco,
che sanno di tulipani.
(che per lei sanno di tulipani,
che lei userebbe per un video, se facesse la regista anzichè fare la di gei,
se facesse la di gei anzichè la nonsoccosa di diritto amministrativo).

un verso lo prenderebbe da “bene”:
“Bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi
ma è inutile cercarmi sotto il tavolo,
ormai non ci sto più
ho preso qualche treno, qualche nave,
qualche sogno, qualche tempo fa”.

e un verso lo prenderebbe da “un giorno di pioggia”:
“A volte potrai avermi con un fiore,
a volte un fiore non ti basterà,
a volte penserai
di avermi chiuso in una stanza.
Dammi le tue chiavi dolci,
voglio farne una copia,
voglio scrivere una lunga poesia per le tue braccia”.

perchè una ragazza oggi voleva mescolare queste due canzoni,
ha due ragioni.
una è molto bella,
una è un po’ brutta.

ma quale cuore,
cuale quore
batte senza altalena.