ultimo chimoletro

sembra che il folto pubblico dei miei fedeli lettori….
(scherzo, non ho un folto pubblico e comunque se avessi dei lettori non li vorrei fedeli, piuttosto leali, e così anche gli amici e così anche gli amanti – il plurale è di stile)

…sembra che i miei occasionali lettori abbiano apprezzato le mie riflessioni sull’ultimo biscotto come farinacea metafora delle occasioni che passano, che scivolano dalle mani come le ceneri di Mitch sparse da Drew in Elizabethtown.

ebbene, mi sbagliavo. vi ho fuorviato e ho fuorviato me stessa in un mood nostalgico apparentemente consolante come può consolare una petite madeleine, senza considerare però che anche le madeleine allappano. e anche un ricordo può restare appiccicato al palato e allora cosa fare: lasciarlo lì, nell’incapacità di staccare quella dolcezza fastidiosa. oppure berci su qualcosa, o spingerlo con la lingua, inghiottirlo, tenerlo dentro, metabolizzarlo, trattenere il buono lasciando andare le scorie (e qui mi arresto).

e solo questo volevo dire. mentre fuori piove anche siamo in  primavera inoltrata e tutti fanno battute sul fatto che è ancora inverno, mentre dovrei correggere una paccata di compiti di diritto amministrativo, mentre non riesco a smettere di ascoltare antony and the johnsons domandandomi chi siano questi johnsons.

questo. che la vita non è fatta solo di ultimi biscotti e neanche di penultimi biscotti.

ma anche di ultime miglia. di ultimi km. di ultimi cento metri.

di ultimi spazi in cui siamo fatti per provare tutto per tutto, tutto al quadrato e poi succeda quello che succeda.

forse c’è un ormone apposito.

forse è un qualche velo lacrimoso sugli occhi.

forse è solo la capacità di sperare. o di sognare. o di illudersi.

forse è l’emisfero quello sinistro, della irrazionalità. o è il destro?

dove si trova la forza di correre gli ultimi km di una maratona. o di una mezzamaratona. o di una 10 km non competitiva. o di quello che è.

di alzarsi dieci volte a notte fonda per dare aiuto a chi ne ha bisogno.

di asciugarsi gli occhi o di mordersi la lingua per fare finta cha vada tutto bene e andare avanti. sapendo che spesso  è impossibile fare finta di niente, ma si può andare avanti lo stesso.

di chiedere scusa quando davvero si vuole chiedere scusa, oppure quando si è disposti a tutto per fare pace.

di annaffiare una pianta stanca.

di spingere per fare uscire questo bambino. di volere a tutti i costi un bambino anche se è tutto molto complicato.

di provare e riprovare e di non sentirsi della caccole appiccicose solo perché a volte ci identifichiamo con le nostre emozioni e non sempre sono emozioni equilibrate.

ci sono tantissimi ultimi km, anche quando sembra tutto fermo, e anche quando i biscotti sono finiti.

e c’è sempre un buon motivo per correre.

questo volevo dire.

 

ps. “Nessun vero fiasco è mai derivato dalla mera ricerca del minimo indispensabile. Il motto delle Forze Speciali dell’Aeronautica Britannica è “Chi osa, vince”. Un piccolo germoglio di vite è in grado di crescere anche nel cemento. Il salmone del Nord-Ovest del Pacifico è pronto perfino a morire per la sua ricerca, viaggiando centinaia di miglia, controcorrente, con un unico scopo: il sesso naturalmente. Ma anche… la vita”. (Drew)

quando ti accorgi che è tardi, è tardi.

il penultimo biscotto dovrebbe avvertire.

dovrebbe dire: “ciao! sono il penultimo biscotto del pacchetto. ma sono l’ultimo che puoi mangiare senza la delusione da pacchetto finito”.

invece il penultimo biscotto non avvisa mai.

e tutti si accorgono solo quando arriva l’ultimo biscotto, e il pacco è finito. amen.

anche la penultima goccia dovrebbe avvisare.

quella che non  farà traboccare il vaso.

dovrebbe dire “ciao! sono la penultima goccia. dopo di me, se ne dovesse arrivare un’altra, il vaso traboccherà”.

(che poi, per inciso, perché tutte ste gocce debbono confluire in un miserrimo vaso? perché non usare quantomeno una vasca da bagno?)

e invece nessuno avvisa che siamo alla penultima goccia, tutti aspettano l’ultima per dire: “ah, il vaso è pieno” – con le conseguenze del caso.

è un poco come la cosiddetta punta del cosiddetto iceberg. arriva la punta e insieme arriva tutto il resto. putupumf (direbbero i futuristi, o un bambino di quindici mesi, uno a caso).

e così.

così ti lascio, perché mi sono innamorato di un’altro/a/e/i/u (sono sessualmente molto corretta).

così non siamo più amici, perché sono troppo deluso.

così ti licenzio, perché hai sbagliato.

così ho deciso di cadere, come il quadro di baricco, perché il chiodo si è stancato.

così ho ricominciato a fumare, perché e non c’è neanche un perché.

così non ti entro più, perché sei troppo grasso o troppo magro (sono anche nutrizionalmente molto corretta).

così ho cominciato a piangere, perché non ce la faccio più, e – visto che il vaso è pieno – le lacrime hanno un sacco di spazio per allargarsi.

così è quel momento: che subito prima non credi non sai non te lo aspetti, e subito dopo oh-cazzo.

ah.

ci vorrebbe un orologio di sessantuno secondi e sessantuno minuti. (se ciò avrà conseguenze sulle ore, e sul calendario gregoriano intero, non sta a me dirlo).

un attimo in più per ripensarci, per riprovarci, per risperarci, per riconsiderarci, per rintintintinnarci.

anche solo per guardarsi allo specchio.

o fare un respiro.

o decidere.

un secondo supplementare. se li danno alle partite di pallone, perché non anche alle cose di vita?

forse sto pensando a qualcosa qualcuno qualquando o qualquando.

oppure vorrei un altro biscotto.

 

ps. non ho ricominciato a fumare.

Parto (verso un nuovo mondo)

I luoghi comuni della gravidanza e della maternità non sono gli ospedali, le cliniche, gli studi dei ginecologi.

Sono frasi sparse come le trecce morbide che la cultura pre-femminista ha subdolamente instillato nella mente di ogni donna.
Una di queste è, aprendo e chiudendo le virgolette:
“i dolori del parto si dimenticano”.
Sovente questa frase si accompagna a comparazioni del tipo (sempre aprendo e chiudendo le virgolette): “sono come i dolori delle donne (le dimostrazioni, n.d.C.), solo un poco più forti”.
oppure (se è presente un esponente del sesso maschile che proprio non riesce a frenare il dominio del proprio testosterone): “i dolori del parto si avvicinano alle coliche renali, che sono i dolori più forti che si possano sopportare” [aggiungo, incidentalmente, che io ho avuto anche le coliche renali e posso testimoniare che il travaglio è ben più tosto).

Ecco. Io posso dimenticare dove ho parcheggiato la macchina.
Posso dimenticare di fare una telefonata. O di comprare il fruttosio al supermercato.
Posso anche dimenticare il nome di un autore che ha pubblicato con sellerio tipo marco malvaldi, che trovo gradevole. Non mi piace quanto carofiglio, ma mi piace).
Ma non credo che dimenticherò mai i dolori del parto.
Né credo che siffatti dolori possano essere leniti con le tecniche di aiuto contro i dolori dimestruali, tipo assunzione di un fan (singolare di farmaco antiiiiinfiammatorio non steroideo), posizionamento di una borsa dell’acqua calda sull’addome, lamentele morbidamente accusatorie dirette al maschio di turno.
E credo che qualunque maschio dovrebbe avere la decenza di assumere sul tema lo stesso atteggiamento di Wittgenstein. Decoroso silenzio su quanto non si conosce.

Attenzione,
Mi rendo conto che una certa leggerezza sul tema sia sollecitata dal timore che il terrore del dolore (oibò che bella rima pomiciata) possa inibire la volontà generatrice (sulla quale Nietzsche avrebbe forse potuto soffermarsi con un saggio del tipo: la superdonna e la volontà di creazione).
Però anche la morte di babbo natale in fondo rende i bambini meno buoni (eppure ogni tot anni nella vita di un bambino, il suo babbo natale smette di esistere).
E poi diciamocelo, questa bivalenza delle donne in gravidanza/maternità: che quando parlano con una non-mamma è tutto rose e fiori: la gravidanza è il periodo più bello, e i capelli sono lucenti e la pelle morbidissima, e i dolori del parto si dimenticano appena finito, e la cacca del bambino puzza di yogurt….
E poi quando parlano con una gravida o con una neomamma tutto diventa buio: la gravidanza i chili e le gambe gonfie, i dolori atroci del parto, la fatica cosmica di tutte le attività immanenti nello status di mamma …(su questo tema mi riservo di tornare, prima, durante o dopo).

La verità vi prego sul dolore!
O, almeno, un poco di relativismo e di sincerità.

E allora vi racconto il mio parto.

Dopo 9 mesi (40 settimane per gli addetti ai lavori) di ormoni altalenanti,
di turbiniiiiii di emozioni,
di felicità e paura,
di gioia e lacrime,
(perché, attenzione, i nove mesi non servono solo alla creatura, servono alla futura mamma per abituarsi all’idea che non sarà più singolare, ma sarà un essere plurale; e questo è meraviglioso ma a tratti anche spaventoso; nessuno me lo aveva spiegato prima, e io passavo dalla gioia al pianto, al senso di colpa per il pianto alla gioia e poi di nuovo, con scorribande nella categoria: e come faccio a lavorare adesso che sono precaria come le foglie di Ungaretti???)

Dopo 9 mesi di corpo che cambia (altro che la canzone…)
Dalla 40 alla 42 alla 44 ad maiora…
Di tette che gonfiano di una due tre taglie (ma che, ahimé non fanno sesso a nessuno)…
Di disturbi variamente dislocati (tipo 6 mesi di nausea e alimentazione gelato alla nocciola e patate)…

Dopo 9 mesi di ansie per la salute del fagiolino, che poi diventa noce, mela, zucca, e cocomero…

Dopo 9 mesi di shopping mentale e 2 mesi di forsennato shopping rosa e bianco…

Dopo tutto questo e molto di più,
scade il cosiddetto termine.
E siamo qui, ad aspettare che succeda qualcosa.
Tipo la rottura delle acque, mitica come l’apertura del mar Morto.
La comparsa di segni misteriosi come i cerchi sui campi di grano.
Un dolore nuovo all’altezza dei reni, dello stomaco (c’è chi parla anche dell’orecchio sinistro…).
Con la paura che il cordone ombelicale si trasformi in una sciarpa di orrore.
E con la curiosità sempre di più, sempre più grande, come sarà?

La cosa incredibile è che gli ultimi giorni, venivo assalita dal dubbio (stimolato dalla tralatizzzzzzia frase: i dolori del parto si dimenticano) “e se non me ne accorgo?”

E invece me ne sono accorta.
Alle 4 la notte comincia una sensazione come da contrazione. Le contrazioni appunto.
La sensazione come di essere in una morsa. Forte da non dormire, ma non abbastanza forte da smettere di parlare e di ridere e di emozionarsi. Nei cosiddetti intervalli.
Si perché le contrazioni sembra che abbiano un cronometro.
ogni otto minuti tondi tondi.
e Marito con l’orologio in mano.

Faccio la splendida. Aspetto le sette di mattina (di otto minuti in otto minuti) e vado in clinica.
Con i miei piedi. Impiego mezz’ora per fare cinquecento metri, ma arrivo.
Vengo scrutata e tracciata (chi ha già dato, sa…).
La mia ostetrica (che nell’ultimo mese sapeva di me cose che neanche al prete avrei detto) mi comunica che eravamo indietro, non si può sapere ancora quanto ci vuole: “che vuoi fare, resti qui o vai a casa?”
Vado a casa, mi dico e dico.
Impiego almeno 45 minuti per fare i soliti cinquecento metri.

Cerco di riposare, cerco di mangiare, cerco di capire.

A un certo punto le contrazioni cambiano.
Più lunghe, più forti, più frequenti (breve rimembranza del concetto di frequenza, sepolto in una mattina di liceo di N anni fa).
Ogni 5 minuti una cosa da togliere il respiro per cinquanta secondi.
Sto seduta per terra appoggiata all’armadio. Ascolto Bach. Mi accorgo che l’Ave Maria più o meno dura quanto una contrazione. Ne approfitto.
Capisco che è impossibile non accorgersi che si sta per partorire.
Non riesco a muovermi.

Qualcuno mi dice che è tempo di uscire “sennò la fai qui”.
Col piffero che riesco a camminare. Taxi per fare cinquecento metri.
Clinica.
Ostetrica. Scrutamento e tracciamento. Sono in travaglio, oggi partorisci.
Lo sospettavo.

Mi danno la mia stanza. Verdeacqua. O piuttosto salvia. (non è il momento di giocare al pantone).
Mi rimetto per terra.
Passa un’altra ostetrica che si domanda come mai sto per terra se c’è un letto e una poltrona.
Non posso rispondere.

Il viso di mia mamma che mi dice: lo so che stai malissimo e sto malissimo perché non posso fare niente per aiutarti. Mamma non posso guardarti perché so che sai e mi dispiace farti sapere che hai ragione che sto malissimo e non so come fare.

La mano di G., che non mi lascia neanche un attimo. Infatti ti prego non lasciarmi perché non so cosa succede, non so se ci riesco, non so se ce la faccio.
Fammi il conto alla rovescia di ogni contrazione quanto manca alla fine, sempre 55 secondi.
Come quando ho fatto le montagne russe che non rifarò mai più, l’unico modo di farle era fare il conto alla rovescia di quanto manca alla fine.
Solo che le contrazioni sono un minuto si e uno no.
E non si sa quanto ci vuole.
E gli esercizi sulla respirazione che non servono.
E il verde salvia dappertutto.

Puttana Eva.
Tutta colpa di Eva e della maledettissima mela per cui l’uomo lavora e tu, donna, partorirai con dolore. E mi domando, ma come fa una donna (che ha partorito con dolore) a chiamare sua figlia Eva?

L’ostetrica che va e viene.
L’ostetrica che dice siamo a buon punto.
L’ostetrica telefona al mio ginecologo. Il mio ginecologo arriva.
“La vuoi l’epidurale?”
Fatemi quello che volete, apritemi, rigiratemi, ma io scoppio.

Flebo di zucchero.
Lettino.

Cambio di scena.
Sala parto e dintorni.
(allora sono vicina per davvero).
Penso ad Aprile di Moretti Nanni, arriva l’epidurale.
Mezz’ora di tregua.
Mezz’ora seduta, le contrazioni lontane lontane.
Riprendo energia. E’ dalle 4 che sono sveglia, è dalle 10 che soffro notevolmente, dalle 12 che impazzisco e sono le 17 e più….

Finisce l’effetto della dose di epidurale.
Ne vuoi ancora? Sei vicina. Molto vicina.
Non ne voglio ancora.

E qui il vero cambio di scena.
Sento di nuovo le contrazioni ma il dolore si trasforma.
Diventa un irresistibile desiderio di spingere.
Scendo dal lettino con un gesto relativamente atletico,
mi accovaccio per terra come in una canzone di Battiato Franco,
mi sento come la prima donna sulla terra,
tutt’uno con lo spazio cosmo (e non ho mai avuto ascendenze mistiche né panteiste, io….)
sento una forza incredibile dentro
e diventa la cosa più naturale del mondo,
come se avessi partorito da sempre,
come se tutte le donne del mondo stessero partorendo con me.
E spingo, accovacciata per terra come una leonessa.
Sento che è il momento più bello della mia vita, e infatti è il momento più bello della mia vita.
In quello spingere, in quella energia, c’è tutto un senso nuovo.

Una voce fuori campo mi dice che devo sdraiarmi che ci siamo, sennò cade per terra il mio amore.
Mi sdraio o mi sdraiano, una ultima spinta ed è fuori.
Una sensazione incredibile e un miracolo.
Mi appoggiano sulla pancia Lei che prima era dentro di me.
E ripenso a chi ha detto che la gravidanza è simile alla pazzia. La donna è una, diventa due, poi torna una ma solo apparentemente, perché un pezzo di cuore sarà sempre fuori da sé.

I dolori del travaglio non li ho dimenticati.
Ma non sono niente rispetto alla forza del parto.
Niente rispetto all’amore immenso, che non potevo nemmeno immaginare, di cui non mi credevo capace.

Perché scrivo tutto questo?
Per non dimenticarlo.
Per Bianca.
Per le mie amiche che stanno aspettando un bimbo e per quelle che lo aspetteranno.
E per ricordare un motivo in più per essere felice di essere donna ogni volta che essere donna è complicato.

Delle margherite gialle (e delle bandiere rosse)


















Nel mio immaginario (individuale e, già che è il mio, anche collettivo), il primo maggio si fanno le scampagnate mettendo le margherite tra il vetro e il tergicristallo della macchina.
Oppure si scende in piazza, perché se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare.
Nel mio immaginario (che è peraltro l’immaginario di chi ha letto “I love shopping” e financo “Il diavolo veste Prada”) di sicuro il primo maggio non si fa shopping.

E – al di là del dibattito politico e mediatico, di chi ha detto cosa e come primaduranteodopo – mi dà fastidio emotivo e fisico il fatto che a Firenze il primo maggio i negozi saranno aperti.

Perché la possibilità data ai negozianti si traduce fatalmente in una scelta fatta dalla più parte dei titolari degli esercizi commerciali (per aumentare i profitti o almeno per non perdere fette di mercato).

Il commesso, peró, non è nelle condizioni di dire no al proprio datore di lavoro.
Il pacchetto lavoro dipendente non comprende in sé gli strumenti per fronteggiare la disparità socio-economica rispetto al datore di lavoro.
Ed è per garantire il lavoratore dalle scelte datoriali, per dargli la forza di dire no, che esiste il diritto. E dove il diritto non può arrivare, può arrivare  la politica.
Vietare l’apertura dei negozi il primo maggio avrebbe consentito ai commessi di festificare la festa, di sventolare bandiere o di raccogliere margherite.
E non raccontatevi che l’apertura straordinaria avrebbe indotto i titolari dei negozi a utilizzare forza lavoro extra: a quale lavoratore unO (maggio) tantum si affidano le chiavi del negozio (e senza che questi conosca il sistema della cassa o la disposizione della merce).
E non raccontatevi che serve al turismo: i turisti possono stare un giorno a girare per monumenti e rinviare le compere a un altro momento.
E, soprattutto, non prendetevela con i sindacati (che a volte sono antipatici anche a me). Tenere i negozi aperti non nuoce ai sindacati, ma ai lavoratori.

Come tutti i lavoratori, anche i commessi hanno il diritto di riposare, soprattutto nel più rosso dei giorni rossi del calendario.

È una questione di principio?
Si.
Ma le questioni di principio sono (lo dice anche la parola) le prime che devono essere risolte.
Secondo i punti di vista e, sperabilmente, dicendo e facendo “qualcosa di sinistra”.

E se il rosso della sinistra tende a sbiadire nel rosa antico,
non ci si può stupire se poi i lavoratori cominciano a sventolare bandiere azzurre.

il tempo di un caffè

in questi anni nei quali una delle poche cose non precarie rischia di essere – ahìnoi – la disoccupazione,
guardo chi lavora.
penso ai lavori negli universi possibili, impossibili, improbabili.
ci sono lavori che non potrei mai fare, ad esempio il trippaio.
ci sono lavori che penso siano i più belli del mondo, come l’ostetrica.
ci sono lavori che farei se nascessi in un universo parallelo: tipo l’attrice francese, se nascessi in francia; oppure la cantante, se nascessi intonata.
ci sono lavori che rifarei se rinascessi in questo stesso mondo così come sono io adesso: tipo l’ideatrice di campagne pubblicitarie. e qui apro una parentesi. che senso hanno i cartelloni pubblicitari con una strafiga in biancherina intimissima? se i reggiseni li comprano le donne (e mai gli uomini, tranne che nei primi 6 mesi di fidanzamento – e qui l’autore che sarei io lascia trapelare una nota polemica da puerpera) perché mai la loro attenzione dovrebbe essere catalizzata dalla strafiga suddetta? (scartata l’ipotesi assai improbabile che una possa credere di diventare strafiga con un reggiseno. ci vorrebbe, quantomeno una bellissima borsa e un tacco tredici dico io…). appunto. ergo, una adeguata pubblicità di biancheria intima dovrebbe constare di uno strafigo che tiene in mano un reggiseno. in questo modo: le donne noterebbero la pubblicità e nutrirebbero la speranza di imbroccare lo strafigo se adeguatamente sotto-vestite (che è speranza assai diversa e più sana del trasformarsi esse stesse medesime in strafighe).
chiusa la parentesi atta a dimostrare il mio fine intuito commerciale.

e, tornando al discorso principale, ci sono lavori che.
che li guardo e li ammiro ma senza voglia di rinascere.
che hanno solo quella nota eroica che appartiene alla quotidianità.

ad esempio, il mio esempio, la barista della stazione.
che si sveglia prima delle 6, violando un diritto non scritto dell’umanità.
che affronta una fauna strana.
si, perché gli avventori dei bar delle stazioni sono persone che stanno per.
non vivono il momento del bar come una esperienza a se stante.
non è una pausa o un momento di convivialità.
è una mera necessità di rifocillarsi.
è solo un attimo prima di.
prima di partire.
di partire per un motivo gradevole. e allora trapela una euforica felicità da viaggio, che resta però non esternata, nel timore di perdere il treno.
di partire per un motivo non gradevole. e allora trapela un malumore da non-ho-voglia. perché la non-ho-voglia trapela sempre.
l’avventore del bar della stazione non comunica, perché è un viaggiatore proiettato nel prossimissimo futuro e non ha tempo del presente.
ha fretta, per definizione.
e se è arrivato in largo anticipo è perché ha l’ansia, e non ha voglia di comunicare.
l’avventore del bar della stazione controlla che ore sono sul proprio polso, sul cellulare. e con la coda dell’occhio cerca il grande orologio della stazione, che è sempre come uno se lo immagina.

e la nostra barista a contatto col pubblico non parla.
si fa assorbire dalla fenomenologia del caffè.
il caffè e le sue dimensioni.
caffè lungo, stretto, ristretto, alto, corto, largo.
il caffè e i suoi involucri.
in tazza grande. in vetro. da portare via perché ho il treno, anzi ho proprio fretta.
il caffè e le sue contaminazioni.
macchiato freddo. macchiato caldo. caffè e latte. che è diverso dal cappuccino.
con zucchero. oppure zucchero di canna. o dolcificante, ma perché lo nascondete.
il caffè e le sue personificazioni.
caffè americano. caffè solo.
il caffè e i suoi nonsensi.
decaffeinato. (per i fighi: deca).
il caffè e le sue tautologie. caffè normale.

e in tutto questo girare su se stessa, come una derviscia, tra il bancone e la macchina del caffè.
in tutto questo studio della fenomenologia del caffè, anche se la barista non ha mai sentito la parola fenomenologia.
in tutto questo rimanere cortese anche se l’avventore medio del bar della stazione non è cortese perché va di fretta (e non lascia neanche la mancia).
in tutto questo, come fa la barista del bar della stazione a superare la monotonia delle albe?

lei fa la regista.
nella sua mente, attacca a ogni viaggiatore il suo viaggio.
di piacere o di dovere.
cercato, sperato, voluto o subito.
dà a ogni passeggero una valigia di pensieri. un bagaglio di progetti.
immagina una destinazione e, a volte, addirittura una compagnia.
e così, prende carburante.
dai viaggiatori felici, perché sono felici. e la felicità da energia.
dai viaggiatori chenonhannovoglia, perché le fanno compassione. e la compassione dà la forza per andare avanti anche quando sembra che di forza non ce ne sia più.
e così la barista, che ha in mano a momenti alterni tazze piene e tazze vuote,
guarda alle sue giornate come un bicchiere mezzo pieno.

in questi tempi di domande, e di voglia di vieni via con me.
la barista della stazione pensa che casa in fondo lei ha i suoi motivi per restare e non partire.

postilla.
non è un grande post.
ma è quello che mi è venuto con buona dose di ansia da prestazione [in questa fredda notte di dicembre, A-LETTO dopo l'ALLATTO della Creatura - e qui l'autore che sarei io cerca di intenerire il lettore che saresti tu]
ne avrei voluto uno di parole vellutate che valgano come le carezze prima di dormire.
o che sia una piccola distrazione.
perché è per la mia amica del “ci prendiamo un caffè al bar di via giusti”.

ero scesa a comprare le sigarette. sono tornata con un uomo e una bambina. e, ovviamente, senza sigarette.

non scrivo da un anno nove mesi e diciassette giorni.
per fortuna il blog è mio, quindi mi faccio la giustificazione da sola e me la accetto.

cosa è successo in questo spaziotempo?

ero andata a comprare le sigarette, poi….

ho cominciato un post doc.

sono andata a vivere in campagna.
ho capito che la campagna non fa per me, quantomeno nel medioperiodo (dove per medioperiodo si intende un tempo che dura più di un week end e destinato a ripetersi all’interno di uno stesso mese).
sono tornata a vivere in città, che è decisamente più sexy.

ho ricevuto una proposta di matrimonio.
ho accettato una proposta di matrimonio.
ho organizzato un matrimonio.
ho scelto un vestito da matrimonio.
ho detto una serie di si.

ho fatto un lungo viaggio.
sono tornata.

ho smesso di fumare.

ho litigato con la mia migliore amica.
o meglio, la mia migliore amica ha litigato con me, e non so il perché.
ho pensato di avere una migliore amica, e ho capito che era un calesse.
ho capito cosa è l’amicizia.
ho capito cosa non è l’amicizia.

sono stata male (fisicamente).
ho avuto paura.
mi è passata la paura.

ho cominciato ad aspettare un bambino.
ho scoperto di aspettare un bambino.
ho capito di aspettare un bambino.
ho aspettato un bambino.

era una bambina che aspettavo,
ed è nata.
ho scoperto che tutte le frasi fatte sulla mammosità sono vere, ed è bellissimo.
ho anche capito a che servono le tette, per davvero. e questo è dolcissimo.

avrei potuto scrivere di ognuna di queste cose,
ma se la storia non si fa con i condizionali, figuriamoci un blog.

adesso però sono qui
e sono piena di storie.